Archivio Antimafia Duemila

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Giulietto Chiesa Guerra per procura

Guerra per procura

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di Giulietto Chiesa - 5 luglio 2008
Mosca vorrebbe indebolire il presidente georgiano Saakashvili, troppo amico degli americani. Entrambi i confini, un tempo «interni», che la Georgia sta cercando di cancellare da quel lontano 1991 in cui l’Urss, dissolvendosi, incise in profondità nel corpo della Repubblica, sono di nuovo in ebollizione. Cioè non solo ci si guarda in cagnesco, ma si spara e si uccide.



Se il bilancio dei morti osseti sarà confermato in tre uccisi e una ventina di feriti, alcuni dei quali gravi, vorrà dire che è in corso il più grave incidente militare dell’ultimo decennio.
E una situazione al calor bianco si sta creando simultaneamente tra Georgia e Abkhazia e la Georgia, dove il presidente Sergej Bagapsh annuncia il prossimo dislocamento delle sue truppe lungo la frontiera. Mossa che non ha precedenti perché rimetterebbe le forze armate dell’Abkhazia e quelle della Georgia a diretto contatto, schiacciando in una striscia esilissima il contingente russo schierato a fare da interposizione in base agli accordi di tregua (mai sottoscritti da Tbilisi ma accettati implicitamente) del 1994.
Di fatto nelle due regioni secessioniste, ex regioni e repubbliche autonome della Georgia socialista, è in corso la mobilitazione generale. In Ossezia del Sud è stata ufficialmente proclamata dal presidente Eduard Kokoity nelle ore immediatamente successive al bombardamento di Tzkhinvali (notte tra il 2 e 3 luglio) e a una serie di esplosioni avvenute il 3 luglio lungo la strada che collega due villaggi georgiani. Poche ore dopo la mobilitazione è stata sospesa, ma l’allarme resta. Qualche giorno fa era toccato all’Abkhazia, dove nella capitale Sukhumi sono scoppiate due bombe. Il tutto preceduto dal ritiro senza preavviso del battaglione georgiano dal contingente misto quadripartito (Russia, Georgia, Ossezia e Osce)
Una situazione intricatissima, dove gli osseti sono pressoché circondati da tutti i lati dalla Georgia, salvo un’esile striscia montagnosa che consente di attraversare il crinale del Caucaso per raggiungere, tra altissime vette, i fratelli Ossezia del Nord, repubblica autonoma in territorio russo. Ma, a loro volta, i 116 villaggi osseti di fatto circondano una ventina di villaggi georgiani. Le linee di comunicazione, pattugliate e monitorate dalle forze quadripartite, sono quanto di più precario si possa immaginare, luogo di ogni possibile provocazione. Difficile, anzi impossibile assegnare responsabilità all’una o all’altra parte. Meno che mai fidarsi delle rispettive ricostruzioni dei fatti.
Ma bisogna chiedersi come mai tutto sta avvenendo proprio adesso: lo scontro in Ossezia, l’abbattimento del «drone» georgiano, il sorvolo russo con un caccia, del territorio georgiano, sconfinamenti di commandos in Abkhazia, arresti di ufficiali russi, poi liberati, in Georgia. Scambi violentissimi di accuse tra Mosca e Tbilisi. Sullo sfondo c’è, sebbene apparentemente lontano, il Kosovo, la cui indipendenza è stata duramente respinta dalla Russia di Vladimir Putin. Perché il Kosovo può secedere dalla Serbia tra gli applausi - mi diceva qualche mese fa il rappresentante diplomatico a Mosca Ossezia, Dmitry Medoev - mentre noi non possiamo secedere dalla Georgia, sebbene la maggioranza assoluta della nostra gente voglia proprio questo?
Stesso ragionamento degli abkhazi, e del Cremlino, anche se quest’ultimo non ha mai sposato ufficialmente e completamente la causa dell’indipendenza piena. Per ragioni diplomatiche. Cioè per tenere le due questioni (insieme a quella della Transdnistria, in Moldova, e del Nagorno-Karabakh conteso tra Baku e Erevan), come carte da giocare in un negoziato più ampio.
Ma, con il Kosovo che se ne va dalla Serbia, con le relazioni Russia-Europa al più basso livello da anni, per non parlare di quelle con gli Usa, la via del compromesso si allontana. Il tempo passa e quasi tutti i cittadini Ossezia del Sud e dell’Abkhazia hanno ormai il passaporto russo in tasca. Tbilisi s’infuria perché vede sfumare ogni possibilità di far tornare quelle terre sotto la sua sovranità. Chiede l’aiuto dell’Ue, che non verrà perché Bruxelles sa che vedrebbe peggiorare i rapporti con Mosca. Così il presidente georgiano Mikhail Saakashvili strattona Europa e Washington, chiede l’ingresso nella Nato. Che sarebbe la goccia che fa traboccare il vaso a Mosca. E a nord del Caucaso non c’è solo l’Ossezia del Nord, fedele a Mosca: ci sono repubbliche in fermento, ancora sanguinanti per la guerra cecena, che cova sotto la cenere. Mosca tutto vuole salvo un incendio da quelle parti, che i servizi segreti potrebbero far esplodere senza troppi problemi, in Inguscezia, Daghestan, Kabardino-Balkaria. Il Caucaso non ha vulcani attivi, ma quello che matura a sud della catena montuosa potrebbe rivelarsi assai più pericoloso che un’eruzione.
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