Archivio Antimafia Duemila

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Alieni

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di Giulietto Chiesa - da Galatea - 20 giugno 2008
Herat.
“Afghanizzare” l'Afghanistan è la parola d'ordine che tutti ripetono, occidentali e afgani: per gli stranieri che sono venuti qui con l'idea del “nation building ”,cioè di costruire uno stato moderno, per gli afghani che ci credono, e per quelli che ci credono meno, o per niente,  ma benedicono il fiume di denaro che arriva, di cui prendono una quota, ma anche per quegli altri afghani che hanno solo paura che, andandosene gli occidentali, ricomincerà la guerra di tutti contro tutti.



Questo tipo di “afghanizzazione”, del resto, non la vuole nessuno. Quell'altra, quella buona, quella di dare davvero il governo delle cose a loro, è altra faccenda, e passare dagli slogan ai fatti si è rivelato difficile. Qualcuno comincia a pensare che sia proprio impossibile. Per lo meno impossibile partendo dalla guerra, dalla quale siamo partiti e non ci siamo ancora distaccati.

Dovremmo costruire, per esempio, un esercito nazionale in un paese di etnie e di tribù storicamente armate, spesso le une contro le altre, stanziali nei loro territori. Puoi tentare una coscrizione obbligatoria, ma un battaglione tagiko non andrà mai a combattere a sud, che è terra di pashtun. E un battaglione misto, anche se lo metti in piedi, sarà molto complicato affidarlo a un uzbeko se la maggioranza dei suoi effettivi non sarà fatta di uzbeki. E come opereranno gli uzbeki se mandati a combattere lontano da Mazar-i- Sharif, che è il loro territorio?

Anche se fossero solidali tra loro, e non lo sono che su determinate e molto specifiche questioni, sarebbe molto difficile tenerli insieme non appena la battaglia appena sfiorasse i loro interessi. E questo vale per ogni ragionamento politico Gli occidentali più accorti lo sanno e ne tengono conto quando misurano gli atti dei capi afghani. Ma di occidentali accorti c'è scarsezza. Se fosse diversamente non saremmo qui, immersi in queste sabbie mobili. Come ironicamente nota proprio uno di questi occidentali accorti, “il vero problema è: chi istruisce gl'istruttori?”

Così accade che gli alieni - cioè, appunto, noi - organizzano i compromessi e li misurano con il loro metro occidentale, senza tenere conto che gli afghani - che non amano mai ricordare esplicitamente questi dettagli - li interpretano attraverso il filtro dei “veri” rapporti tra etnie. Un filtro che solo loro sono in grado di vedere.

Così è stata costruita la giovanissima Costituzione in vigore, interamente scritta sotto la bacchetta dei direttori d'orchestra statunitensi. Ineccepibile a prima vista, almeno secondo i canoni interpretativi di Washington: sistema presidenziale, due Camere (Wolesi Jirga e Meshrano Jirga), Corte Suprema, relativa indipendenza dei poteri, ma con un presidente di tipo americano. E anche le elezioni sono state formalmente corrette, almeno a Kabul e nei centri maggiori; lontano dalla capitale come siano andate davvero le cose non lo sa nessuno e nessuno potrebbe scommetterci un soldo.

Ma poi il presidente eletto, su nomina occidentale, non può dimenticare di essere pashtun e ha piazzato i “suoi” nei posti cruciali, e ha nominato i governatori che gli dovrebbero garantire il controllo dei territori. E questo significa che molti signori della guerra, di tutte le etnie, ma in prima fila pashtun, sono tornati a essere i padroni in larghe zone del territorio. Per questo le elezioni locali non hanno potuto produrre democrazia, e la divisione dei poteri dello stato di diritto, la giustizia, la sicurezza dei più deboli, sono andate a farsi benedire. In una situazione come questa le regole democratiche, che – quando sono rispettate - prevedono il gioco di maggioranze e minoranze, secondo i criteri di Westminster, non funzionano se non le correggi, almeno, con sistemi locali. L'”afghanizzazione” c'è stata, ma non quella che le belle anime volevano. A sette anni di distanza dei bei progetti che gli europei, obtorto collo , hanno disegnato per compiacere il Grande Alleato, restano alcune statistiche – il numero di studenti che adesso vanno a scuola (sarebbero 6 milioni), il calo della mortalità infantile, un sistema sanitario che ha fatto progressi – la cui verosimiglianza appare tenue come un filo di seta sottile. Mentre la norma dei comportamenti di quasi tutta l'élite di Kabul rimane quella, molto sovietica, delle triple verità: una cosa dici, un'altra fai, la terza la pensi.

E' questo l'Afghanistan di oggi, dove tutti dichiarano che bisogna combattere la corruzione, facendo finta di non sapere che la stessa parola in bocca occidentale ha un senso e in bocca afghana ne ha un altro. Abbiamo speso, noi italiani, 175 milioni di euro (dati conferenza di Roma del novembre 2007) oltre ai 70 previsti dall'Europa per una strategia di costruzione dell'edificio giudiziario del paese, ma poi risulta, dalla bocca del vice-ministro ministro della giustizia afghano, Hashimzai, laureato a Oxford, che nella stragrande maggioranza dei circa 50 mila villaggi afgani, l'esercizio della giustizia passa attraverso gli anziani locali, unici a godere dell'autorità e del prestigio “tradizionali” per emettere sentenze. E non c'è codice scritto a Kabul da mani straniere che possa, neanche domani, forse solo dopo molti dopodomani, essere applicato nelle valli lontane dalla capitale e perfino dai capoluoghi provinciali. Né si sa dove potranno esercitare i loro nuovi saperi giuridici, imparati non si sa come nei corsi di formazione organizzati dagli alieni, i 14 mila giudici che risultano ormai censiti insieme ai 24 mila inquirenti che sono stati dichiarati in azione alla già citata conferenza di Roma.

Cifre che finiscono per assomigliare pericolosamente alle statistiche dei tempi sovietici, quando tutto andava sempre per il meglio. E passare oggi davanti alla casa della cultura sovietica, ancora come la vidi nel 1994, ridotta a un colabrodo, sfondata dalle cannonate proprio all'inizio della grande via maestra che porta al Palazzo, anch'esso diroccato di Darulaman, e poi oltre verso la lontana Kandahar, richiama pensieri inquieti.

I taliban (e, a quanto pare anche le formazioni militari ribelli dello Hezb-i-Islami) sono di nuovo qui. Dal 2006 l'intensità dei colpi di mano degli assalti, imboscate, si è moltiplicata. Non hanno razzi katiuscia da sparare sulle città, come facevano i mujaheddin di Hekmatyar ai tempi sovietici. Se ci provassero le batterie sarebbero spazzate via dai “droni” americani (aerei senza pilota) in un batter d'occhio. La tecnologia ha cambiato radicalmente le tecniche di guerra e quelle di guerriglia. Allora, per esempio, non esistevano i kamikaze suicidi ed era comunque una guerra tra eserciti, anche se combattuta in mezzo ai corpi martoriati della gente.

Ora la guerra, come quella in Irak, è divenuta un “luogo generale”, dove ti puoi trovare coinvolto, non importa quando, né come, né dove. Una guerra dove non c'è riparo perché una delle parti combattenti non teme di morire e si uccide per uccidere, mentre l'altra non vuole morire e quindi uccide sparando all'impazzata in tutte le direzioni.

Questi nemici sono anche a pochi chilometri da Kabul, anche dentro Kabul. Lo si è visto nel giorno che doveva essere di festa, l'anniversario della caduta di Najibullah, quando hanno potuto avvicinarsi al palco presidenziale, fino a sparare e uccidere due deputati della Wolesi Jirga, a poche decine di metri da Karzai. Lo si era visto, di quale potenza e audacia fossero capaci, nell'attacco contro l'Hotel Serena del 15 gennaio di quest'anno, quando riuscirono a uccidere diversi ospiti stranieri.

L'aula dove si riunisce la camera bassa del parlamento afgano offre, sotto questo profilo, un ritratto eloquente: nove seggi sono coperti da un drappo nero, sormontati dalla fotografia dei caduti. Adesso diventeranno undici ritratti, undici drappi neri. Fare il deputato a Kabul è faccenda ad alto rischio nonostante gli stranieri siano qui a tenere l'ordine, per conto degli afghani che non si lasciano afghanizzare. .

Eppure è in atto un massiccio ritorno degli “sfollati” , sia tra i 900 mila che stanno lasciando l'Iran, sia dai 2 milioni e 400 mila che affollano gli sterminati campi profughi in Pakistan. E' un segno della intricata complessità della situazione. Tornano perché la presenza degli stranieri si prolungherà e gli stranieri, finchè restano, sono invincibili. Come dice un senatore della Meshrano Jirga, per molti gli stranieri (nessuno li chiama “occupanti”) “sono il male minore”. Per molti altri sono all'origine del fiume di ricchezza che continuerà a riversarsi nel paese. Anche se solo una minima parte arriva ai poveri, è pur vero che c'è una ricaduta, un fallout , che tocca un vasto alone di fortunati che si trovano all'ombra dei potenti afgani e delle sedi straniere di rappresentanza.

Ma anche tra gli alieni serpeggia ormai una certa sfiducia. Secondo le valutazioni ufficiali, quelle che risuonarono a Bucarest, alla conferenza Nato, l'asercito afghano potrà prendere il controllo di “gran parte del paese” non prima del 2011. Nessuno mostra però di credere veramente a questa tempistica. Se c'è una battaglia di logoramento sono gli occidentali a subirne gli effetti.

“Gli amici americani devono cambiare la loro strategia”, dice un autorevole esponente tagiko della Wolesi Jirga . Ma quale sia la strategia non è affatto chiaro. Tanto poco chiaro che anche gli alleati europei degli Usa non ci capiscono molto. Loro, con Eupol, stanno preparando, per esempio, la polizia afghana a svolgere le funzioni di polizia. Ed è già cosa difficile. Ma gli americani hanno un'idea diversa : loro stanno investendo decine di milioni di dollari per la formazione di una “polizia combattente”, cioè – come spiega un alto funzionario della Nato a Kabul – “gente che deve saper uccidere per difendersi”. Cioè una forza armata di tipo militare, più militare che polizia. E la differenza tra Eupol e comando militare americano è che gli europei hanno a disposizione pochi milioni di euro, mentre gli americani distribuiscono armi, munizioni, pick-up nuovi di zecca, e la fanno da padroni.

E anche l'invenzione, dettata dalle migliori intenzioni, della creazione del PRT (Provincial Reconstruction Team) – un complicato sistema organizzativo in cui l'attività militare dovrebbe svolgersi in sinergia con quella della ricostruzione civile – non può funzionare perché distinguere le due cose si può solo quando non ci sono combattimenti. E, se gli italiani a Herat provano a farlo, non altrettanto avviene in altre province, dove a gestire e inventare i PRT sono gli inglesi, i francesi, soprattutto gli americani, che di distinguere la ricostruzione civile dall'attività bellica non hanno la minima intenzione e non ci provano neppure. E in altre province ancora, la maggioranza, di PRT non c'è nemmeno l'ombra.
Così riemerge – e gli afghani lo vedono benissimo – la tremenda sproporzione tra le immense spese militari e quelle per la ricostruzione, tra la guerra in atto, i morti e le distruzioni, e la speranza di una vita migliore; il pessimo modo con cui si fanno queste ultime; la produzione di droga che ha superato tutti i record. L'ultimo diplomatico che incontro prima di tornare a Kabul e poi a Bruxelles traccia il ritratto finale: “il mercato della droga, da solo, è più potente di tutto il nostro aiuto. E noi, per quanto sforzi facciamo, non potremo dargli tanti soldi quanti se ne procurano da soli, in quel modo. Ci sopportano, ma non siamo la soluzione. Più passa il tempo in questo modo, più se ne accorgeranno”.

Tratto da: www.megachip.info