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Giulietto Chiesa 11/9: Le importanti allusioni di Richard Clarke (da prendere con le pinze)

11/9: Le importanti allusioni di Richard Clarke (da prendere con le pinze)

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di Giulietto Chiesa - Megachip - 18 agosto 2011
Nel decimo anniversario dell’11 Settembre 2001 erano prevedibili bombe e bombette, nel senso di rivelazioni (e speriamo solo di quelle). Una ce la regala Richard Clarke, l’ex capo dell’antiterrorismo americano, che fu liquidato qualche settimana dopo l’11 settembre dall’Amministrazione Bush e che ora si toglie qualche altro sassolino dalla scarpa.


Ma, come vedremo, non tutto è chiaro dalle sue indiscrezioni. Procediamo con ordine. Clarke rilascia un’intervista (nel 2009) a due giornalisti investigativi americani che stanno facendo un film sull’anniversario. Sono Ray Nowolinski e John Duffy, già autori di un’inchiesta cinematografica sulla madre di tutti gli attentati, “9/11 Press Truth”. L’intervista dovrebbe essere andata in onda l’11 agosto su una stazione televisiva del Colorado, affiliata alla Public Broadcasting Company. Di essa hanno già parlato in molti, tra cui Philip Shenon, autore del famoso Omissis: tutto ciò che non hanno voluto farvi sapere sull’11 settembre.

Il “dunque” di Richard Clarke edizione 2009 è questo: la CIA sapeva dell’esistenza di almeno due presunti terroristi; sapeva dov’erano, sul territorio degli Stati Uniti; sapeva dove abitavano; li stava seguendo e sorvegliando ben prima dell’11 settembre. Ma non lo disse alle altre agenzie speciali americane. Anzi lo tenne accuratamente nascosto e impedì alle consorelle di trovarli.

Come ben si comprende l’accusa è gravissima e va ben al di là della questione dell’«incompetenza» di alcuni o molti funzionari dell’Amministrazione americana. Sfortunatamente questa accusa non è corroborata da prove, sebbene sia abbondantemente farcita di indizi e di dettagli assai importanti. Come questo: Clarke precisa che di queste informazioni erano al corrente non solo George Tenet, allora direttore della CIA, ma anche altri 50 importanti agenti, ripete agl’intervistatori, sottolineando le parole: “five-zero”. Tra questi dovrebbero esserci Cofer Black, capo dell’Unità antiterrorismo della CIA, e Richard Blee capo dell’unità che si occupava specificamente di Osama bin Laden. Unità denominata “Alec Station”. Tutti personaggi-chiave, che risulta fossero presenti in una cruciale riunione dei vertici dei servizi segreti al completo, che si svolse all’inizio di luglio 2001 alla Casa Bianca, presenti George Bush, e lo stesso Clarke (ancora – per poco - al suo posto di capo di tutto l’antiterrorismo americano). La consultazione, per giunta, erano stati Tenet e Blee a promuoverla. Ma “non dissero nulla di quello che sapevano”. Se lo avessero rivelato, “noi quei farbutti li avremmo presi”.

Clarke allora avanza una “ipotesi”, attribuendola esplicitamente a «certi invertigatori dell’FBI», secondo la quale la CIA «stava conducendo una joint venture con l’intelligence saudita», forse «pensando che l’intelligence saudita avesse migliori possibilità degli americani di reclutare quei tizi». Richard Clarke, che se ne intende, aggiunge il suo commento: «Ciò avrebbe cancellato ogni traccia di una presenza della CIA nell’operazione». Chi erano quei tizi è noto. Ne parlava diffusamente Philip Shennon, nel suo libro, dopo avere intervistato la gran parte dei funzionari della Commissione Ufficiale d’inchiesta, che poi produsse il “9/11 Report”. Erano Nawaf al-Hazmi e Khalid al-Mihdhar, coloro che, sempre secondo la Commissione Ufficiale, avrebbero dirottato il volo AA 77 che si sarebbe schiantato sul Pentagono.

Tra breve ripercorreremo questa storia. Ma prima bisogna tornare alle rivelazioni di Richard Clarke. Il quale punta tutto sull’accusa alla CIA di avere impedito di scoprire i terroristi. Secondo Clarke sarebbero così stati neutralizzati sia l’FBI (che aveva un team speciale antiterrorismo, chiamato “Squad I-49”), sia il Pentagono, che aveva anch’esso un team specialissimo, chiamato “Able Danger”. Risulta che tutti, già allora, sospettavano che la CIA giocasse carte false (e, tra spioni, non dovrebbe essere strana la reciproca diffidenza). Eppure tutti furono bloccati a causa della CIA? Sembra quasi che Richard Clarke abbia un obiettivo preciso: scaricare di ogni responsabilità l’FBI e anche il Pentagono.

Ma c’è qualcosa che non quadra affatto in questa rivelazione. E, soprattutto, c’è più di una impressione che Richard Clarke stia lanciando dei segnali e stia invitando qualcuno a andare a vedere le carte in mano a tutti i giocatori. Prima di dire dove si vedono i buchi del ragionamento, vediamo come si è mosso Clarke. Di tutte queste cose, prima di tutto, non disse nulla quando fu sentito dalla Commissione Ufficiale. Se n’è ricordato dopo? E adesso tira fuori accuse pesantissime contro i vertici di allora della CIA, dichiarando in partenza di non avere prove? Non appare subito come un gesto imprudente? Oppure come un segnale lanciato a qualcuno?

In secondo luogo Clarke pubblicò un libro, subito dopo la pubblicazione del “9/11 Commission Report”, intitolato, assai significativamente, “Against All Enemies” (Contro tutti i nemici). Quel titolo non dice molto a unoricchard-clarke-11straniero, ma dice moltissimo a tutti i funzionari americani che hanno giurato fedeltà alla bandiera e alla patria. Perchè è una citazione da quel giuramento: “Against all enemies foreign and domestic”. Attenzione al “domestic”! C’erano dunque “nemici interni” da cui difendersi? E ci sono ancora? Si noti che si tratta di “nemici”, non di incompetenti pasticcioni. Richard Clarke, in quel libro, non contraddiceva affatto la teoria ufficiale (e, per questo, fu ignorato da tutti gli scettici dei movimenti per la verità sull’11/9). Ma forniva, per così dire, dei fili di Arianna che lettori attenti avrebbero potuto seguire per “uscire” da quella teoria. Qualcosa di molto simile ai trucchi usati dagli scrittori russi per sorpassare indenni la censura di stato. Bisogna pur vivere negli Stati Uniti di oggi. E Clarke è uno che vuole vivere, anche se pericolosamente.

Veniamo dunque alla storia di Nawaf e Khalid, per scoprire presto che Richard Clarke non ce la racconta tutta. Nel gennaio 2000 si tiene in Malaysia, a Kuala Lumpur, una riunione di terroristi per pianificare attentati contro gli Stati Uniti. Prima circostanza: questo gruppo è già stato infiltrato (non si sa da chi). Infatti la National Security Agency (altro servizio segreto USA, uno dei più importanti) sa in anticipo di questo incontro e ne informa la CIA. L’incontro, segretissimo, avviene letteralmente sotto gli occhi degli agenti americani, che registrano tutto e fotografano perfino tutti i partecipanti. Tra gli altri presenti ci sono Nawaf al-Hazmi e Khalid al-Mihdhar. Risulta che, tra gli agenti della CIA che monitorarono l’incontro c’era anche Jennifer Matthews e un’altra donna, “dai capelli rossi” che è ancora operativa e il cui nome non può essere adoperato (su richiesta della CIA al sito Truthout, per non danneggiare gl’interessi americani).

Comunque questa Jennifer doveva essere un tipetto niente male. Secondo Joby Warrick, reporter del Washington Post, nel suo libro “Triple Agent”, la Matthews era presente in Thailandia , nella prigione segreta (un’altra delle tante, che emerge solo ora) in cui Al Zubaydah fu waterboarded nel 2002, dopo essere stato catturato, presumibilmente in Pakistan. Peccato che non possa più né confermare, né smentire: risulta essere stata uccisa nel 2009 in un attentato terroristico suicida a Khost, in Afghanistan, insieme ad altri sette agenti della CIA. All’epoca Jennifer Matthews era a capo della Base Operativa Avanzata Chapman.

Torniamo ora a Kwala Lumpur. Tre dei partecipanti alla riunione (al-Hazmi, al-Mihdhar e Walid bin-Attash, quest’ultimo sarebbe stato l’organizzatore dell’attacco alla USS Cole, che provocò la morte di 17 marines americani) prendono l’aereo e vanno in Thailandia. Qui – sorpresa delle sorprese – la CIA perde le loro tracce. Risulta agli atti che i loro pedinatori (tra cui la Matthews) inviarono una sconsolata comunicazione in tal senso al team della CIA Alec Station.

Da quel momento – se questa storia fosse vera – la CIA sarebbe uscita di scena, appunto avendo perduto le tracce. Ma noi sappiamo (chi ce lo dice? Altra sorpresa, l’FBI)) che due dei tre – Walid bin-Attash seguì un altro percorso – appunto Nawaf e Khalid, arrivano a Los Angeles il 15 gennaio 2000. Accolti all’aeroporto da Omar al-Bayoumi, funzionario saudita ma anche agente dell’FBI. Qui il racconto viene ampiamente corroborato dall’indagine di Philip Shenon. I due vengono ospitati nella casa di San Diego di un altro “storico confidente” dell’FBI, tale Abdulsattar. Vivono per undici mesi almeno in casa sua; ricevono denari da al-Bayoumi; al-Hazmi ha addirittura il suo nome sull’elenco telefonico; pagano con carte di credito intestate ai loro veri nomi. E risulta anche che sono entrati negli Stati Uniti addirittura con un visto multiplo. Tutte queste notizie – scrive e documenta Shenon – erano negli archivi dellFBI di San Diego. Dunque affermare che l’FBI è stata bloccata dalla CIA non è affatto fondato. Anzi si può dire con certezza che al-Bayoumi o Abdulsattar, o entrambi, hanno dato informazioni giuste all’FBI, guadagnandosi onestamente la paga. Altrimenti dovremmo supporre che i due erano seguiti da uno stuolo di agenti di diverse agenzie. Ma, certo, questi dati erano tutti in possesso dell’FBI. Le informazioni furono così ricche e precise da permettere di sapere che Khalid al-Mihdhar ripartì alla volta dello Yemen nel giugno 2000 e ritornò in California il 4 luglio 2001, con un nuovo passaporto e “inosservato”.

Ma come avrebbe potuto passare inosservato se il suo arrivo è stato registrato ed è presente agli atti?

Dunque l’FBI – qualcuno dell’FBI – faceva parte del gruppo che proteggeva i terroristi. Probabilmente anche qualcuno della CIA faceva parte, e con alta probabilità anche qualcuno di Able Danger. Ma noi, come Clarke, possiamo fare solo ipotesi. Dunque, ancora, Richard Clarke non dice tutta la verità e vuole difendere qualcuno. Non sappiamo chi e perchè. Ma, seguendo il suggerimento di Ian Henshall (autore di “911:the New Evidence”) potremmo provare a seguire uno dei fili di Arianna lasciato pendente da Richard Clarke quando ipotizza che la CIA avesse una joint venture con l’intelligence saudita. «Se voi sostituite Mossad con i sauditi – scrive Henshall – allora troverete una spiegazione per gli israeliani danzanti, arrestati (a New York, ndr) mentre filmavano e celebravano festanti le torri che crollavano, e poi rilasciati per ordine dell’Amministrazione Bush». Se è così allora Richard Clarke è disposto a vivere pericolosamente. E vuole vivere. Per questo, dieci anni dopo, dice quello che dice e non dice quello che non può dire.

Tratto da: megachip.info

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La liquidazione di Osama, l'intervento in Libia, la manipolazione delle rivolte arabe, la guerra all'Europa e alla Cina: colpi di coda di un impero in declino.

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