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Giulietto Chiesa "From Global Warning to global policy"

"From Global Warning to global policy"

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"From Global Warning to global policy"
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di Giulietto Chiesa - 28 marzo 2008
L'intervento nell'ambito del simposium internazionale indetto a Torino dal Forum della Politica Globale e dal Club di Roma. E' un grande onore per me aprire i lavori di questo panel.

Per le persone che lo compongono, per il tema che lo caratterizza, per il momento in cui avviene: tre mesi dopo la Conferenza di Bali, nel mezzo di una tempesta finanziaria che prelude ad una recessione mondiale, mentre le questioni cruciali dell'energia si vanno facendo sempre piu' acute. Tre crisi: ambientale, energetica, finanziaria stanno scuotendo il mondo intero. Sono crisi globali che seguono una svolta brusca nei processi di globalizzazione e manifestano l'assenza di un governo globale.

Dovremo discutere oggi quali lezioni trarre dall'esperienza globalizzatrice alla luce di queste tre crisi e cercare di definire alcuni punti fermi dai quali, presumibilmente, partire per trovare qualche soluzione.

La Commissione Brundtland resterà nella storia come il luogo in cui furono impostati, per la prima volta, i concetti dello "sviluppo sostenibile". Merito inestimabile, in verità, perchè consenti' di portare all'attenzione del mondo il tema, appunto, della sostenibilità. Ma oggi ho l'impressione che sotto giudizio sia, più dell'aggettivo "sostenibile", il sostantivo "sviluppo". Quando - cito qui l'update del Club di Roma che e' stato pubblicato trent'anni dopo il primo rapporto - non solo ci troviamo di fronte a quel limite che venne indicato (e fu allora irriso dall'intera comunita' degli economisti e dei businessman) dagli scienziati, ma possiamo gia' toccare con mano quanto sia ormai insensato pensare di poter continuare lo sviluppo, essendo esso accerchiato da ogni limite: dalla parte dell'input, dalla parte dell'output, dalla parte della natura e da quella dell'uomo. La sostenibilità, ad esempio, e' impossibile da realizzare senza una sostenibilità climatica, la quale, a sua volta, significa sostenibilità energetica. In altri termini l'umanità deve affrontare un problema che e' al tempo stesso unico, planetario, interconnesso. Insomma siamo ormai usciti dall'epoca dei limiti allo sviluppo e siamo entrati in un'altra epoca concettuale e pratica, quella dello sviluppo dei limiti.

Noi stiamo parlando di allarme, e dovremo discutere qui quanto esso sia giustificato, e quando e se si presenteranno dei punti di non ritorno che si deve cercare di evitare per risparmiare grandi sofferenze a milioni di individui su questo pianeta. Ma sappiamo bene che questo livello di allarme e' tutt'altro che condiviso sia nella comunita' degli affari, sia in quella delle èlites politiche.

Molti sono fermi all'idea del "business as usual", magari leggermente dipinto di verde. Altri sembrano credere che siano sufficienti alcuni aggiustamenti di meccanismi esistenti, tra i quali una migliore distribuzione della ricchezza, che attenui la voragine spaventosa che la separa di piu' dalla poverta'.

Ma pochi sembrano comprendere l'impossibilita' della prosecuzione di una crescita geometrica indefinita in un sistema finito di risorse. Pochi sembrano rendersi conto che l'umanità sta bruciando in due secoli il combustibile fossile inorganico che la biosfera ha prodotto nel corso di 70 milioni di anni e che - anche a prescindere da cio' che sta accadendo alla nostra atmosfera - quando questa massa finita di idrocarburi sara' terminata ( ed e' solo questione di tempo) si dovrà tornare ai flussi definiti e costanti dei fotoni che vengono dal sole sommati a quelli provenienti dalle profondità della Terra.


E - di nuovo cito un concetto che emerge dall'update del Club di Roma - pochi si rendono conto che siamo in "overshooting" da quasi trent'anni, cioe' stiamo demolendo l'edificio in cui viviamo impedendogli ormai di riprodursi.

Di fronte a cio' gli approcci al problema mediante l'analisi dei costi e dei benefici dell'attività economica appaiono palliativi secondari, miopi e destinati a non sopravvivere a lungo, anche perche' bisognerà assai presto, diciamo domani, definire costi per chi, benefici per chi. Ed e' gia' drammaticamente chiaro che lo schema con cui questa globalizzazione fallimentare ha risolto il problema non puo' piu' essere usato. Perchè dietro l'apparenza, secondo cui miliardi ne avrebbero tratto vantaggio, si è palesata una enorme turbolenza, in cui i più ricchi hanno tratto enormi vantaggi e solo una piccola parte dei più poveri ha potuto raccoglierne le briciole. Il gioco di prestigio è consistito nell'affermare che la crescita era necessaria per eliminare la povertà. Il che era vero, per una scarsa metà. Ma il resto della verità è emerso dopo, quando si è visto che questa crescita non ha ridotto la povertà. E possiamo dunque concludere che non tutte le crescite riducono la povertà. E dunque le domande da porre oggi sono: crescita di che cosa? Per chi? A quale costo? Pagato da chi? Per quanto tempo? Cosa verrà dopo?

Va detto dunque che l'umanita' giunge a questi appuntamenti epocali largamente impreparata. Lo prova il fatto che, appena sette anni fa, quando si definirono gli obbiettivi del Millennio, quasi non si parlo' di riscaldamento climatico. I cambiamenti che allora appena s'intravvedevano sono già divenuti attuali. E siamo ora all'inizio di una situazione insostenibile, nella quale nemmeno i migliori e piu' coraggiosi governanti saranno in grado di prendere le gigantesche decisioni che la fisica, la chimica e la biologia c'imporranno, perche' milioni di persone, non per loro colpa inconsapevoli, vi si opporranno. Piu' per un istinto di conservazione che per reale decisione.

Gia', perche' e' da ora che si dovrebbe dire ai nostri concittadini tutta la verità che conosciamo e per questo plaudo alla proposta del Presidente Gorbaciov di condividere al piu' presto queste nostre valutazioni comuni con il sistema dei media.

Come ha detto l'altro ieri alla Commissione Straordinaria per il Clima del Parlamento Europeo il Prof. Pachauri , "occorre un sistema di valori completamente nuovo". Che non sarà facile costruire e che, comunque, non potrà essere imposto alla grandi masse di ex-cittadini divenuti consumatori e che potrà funzionare soltanto se sara' accettato. E sarà accettato soltanto se verrà riconosciuto.

L'Europa si e' messa alla testa di questo tentativo di svolta ed e' andata a Bali portando proposte realistiche per un negoziato mondiale.

Il legislatore ha individuato il Bene Comune e lo propone come soluzione, ma le risposte che vengono sono ciascuna corporativa, nell'interesse del bene privato o nazionale. Ancora non si vede che tutto dovrà cambiare: produzione di beni e servizi, trasporti e mobilità, tecnologie nuove, rapporti sociali, demografia e informazione.

Il che non significa che si dovrà andare indietro, all'età della pietra, ma che questo cambiamento non e' dilazionabile. La questione che abbiamo di fronte e' come farlo.

(partecipanti al panel: prof. Mohan Munasinghe, Vice presidente dell'IPCC, Panel Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici delle Nazioni Unite, Sri Lanka; dott. Corrado Clini, Direttore Generale del Ministero dell'ambiente, Italia; Ruuds Lubbers, ex Primo Ministro di Olanda, membro della Earth Charters Initiative, Olanda; Prof. C.S. Kiang, Decano fondatore del College per l'Ambiente dell'Università di Pechino, China.)