Archivio Antimafia Duemila

  • Aumenta dimensione caratteri
  • Dimensione caratteri predefinita
  • Diminuisci dimensione caratteri
Giulietto Chiesa Rosa Luxemburg: ''Le rivoluzioni e' piu' facile perderle che vincerle''

Rosa Luxemburg: ''Le rivoluzioni e' piu' facile perderle che vincerle''

chiesa-giulietto-web0.jpg

di Giulietto Chiesa - 25 ottobre 2009
Avvertenza (valida per tutti, anche nel 2009) : le rivoluzioni è più facile perderle che vincerle.
 




Brevi note di metodo (a margine di una commemorazione, nel ricordo di Rosa Luxemburg).


Intervento a Genova. Teatro Documento. Una stagione del Teatro Stabile: “Rosa Luxemburg” di Vico Faggi e Luigi Squarzina.

Palazzo Ducale, 1 Dicembre 2008



Ho accettato volentieri l'invito del Teatro Stabile di commemorare la Rosa Luxemburg di Faggi e Squarcina perché mi è parsa l'occasione di un tuffo nel passato, di quelli che capita di fare di rado. Un passato in cui affondano anche le mie radici di co-fondatore del “decentramento culturale genovese”, insieme ad alcuni dei partecipanti a questo stesso incontro.

Ma con l'ebbrezza aggiuntiva di un passato che proprio non c'è più. Al punto che io stesso, che in quel passato ci sono stato – almeno ho l'impressione di esserci stato – devo fare qualche sforzo per non pensare che si sia trattato di una illusione.

Nell'ultima pagina di copertina del volume della Laterza il curatore ha scritto che i personaggi del dramma, Rosa, Lenin, Kautsky, Liebknecht, confrontano sulla scena le proprie tesi sui temi che “anche oggi sono al centro del dibattito rivoluzionario”.

Correva, se non sbaglio, l'anno 1975, e esisteva ancora un “dibattito rivoluzionario”.

Il Partito Comunista era al governo, in questa città, in questa regione, con maggioranze quasi emiliane. Aveva quasi cinquantamila iscritti. Io stavo per diventare consigliere provinciale e poi capogruppo in questo consiglio. Ed ero anche consigliere di amministrazione del Teatro Stabile.

Il dibattito rivoluzionario era aperto sebbene il Partito Comunista si fosse lasciato dietro le spalle, da molti anni, ogni discorso sulla dittatura del proletariato, sulla rivoluzione in senso leninista. La sua prospettiva era quella della rivoluzione nel senso gramsciano, di una riforma intellettuale e morale del paese. Era la prosecuzione della “via italiana al socialismo”, quella stessa che aveva prodotto la Costituzione della Repubblica democratica nata dalla Resistenza.

Adesso, com'è noto, non solo non c'è più alcun dibattito rivoluzionario a sinistra, ma siamo in piena rivoluzione da destra. E non mi riferisco soltanto al fatto che il governo del paese è in mano alla destra, ma al senso preciso di una progressiva demolizione della Costituzione Repubblicana che è in atto, con il consenso di maggioranza e opposizione, che preludono ad un passaggio dalla democrazia liberale – che la Costituzione indicava e sanciva – alla democrazia illiberale, cioè alla fine della democrazia reale.

In questi 35 anni sono avvenuti enormi cambiamenti, di quelli che, a guardarli dopo, li si definisce epocali: il crollo del Muro di Berlino, la sparizione dell'Unione Sovietica, la (presunta) fine della Guerra Fredda, l'emergere della Cina e di nuovi protagonisti mondiali, la strana apparizione del terrorismo islamico, dopo oltre un millennio di coesistenza con l'Islam, fino alla spaventosa crisi finanziaria mondiale, che ci riporta all'indietro, d'un colpo, agli anni che precedettero il secondo conflitto mondiale, quegli stessi anni in cui si svolse il dramma di Rosa Luxemburg.

Per questo bisogna fare un sforzo, dopo oltre tre quarti di secolo rispetto a quell’epopea, per tornare a calarsi in quel contesto, che non fu semplicemente di discussione, ma fu di sangue, che creò le premesse per un mare di sangue, che accompagnò e seguì il nazismo e il fascismo. Per cercare di capire i motivi che spinsero Rosa Luxemburg a sacrificare la sua vita in nome di un ideale che sarebbe risultato poi sconfitto. E per cercare i motivi che spinsero Faggi e Squarcina a occuparsene ancora 35 anni fa.

Questa non è un'operazione banale. Un tempo, quando ancora veniva utilizzato lo storicismo, lo sarebbe stata. Ma da qualche decennio, in Italia, le ricostruzioni storiche si fanno con il senno di poi e non con il senno di allora. Cioè è diventato normale che perfino persone colte commettano un errore che un tempo sarebbe stato permesso soltanto a persone incolte. Cioè il trasferimento al passato di ciò che nel passato non si poteva conoscere, né sapere. In altri termini si giudicano le persone e i fatti del passato come se, a quei tempi, fosse noto ciò che noi conosciamo oggi, e l'esperienza acquisita nel periodo intercorso non avesse modificato, spesso radicalmente, il panorama della situazione.

Così si dimentica che i fattori reali della storia furono non ciò che noi pensiamo adesso di loro, bensì ciò che loro pensavano allora di se stessi, quali erano le loro intenzioni e le loro difficoltà.

Tanto più difficile, questa operazione di ricostruzione storica, se si pensa che allora il monopolio della rivoluzione era della sinistra. Solo a sinistra si parlava di rivoluzione, solo a sinistra di elaboravano teorie rivoluzionarie. Gli altri, quelli che non facevano le rivoluzioni, quelli che le odiavano e cercavano di scongiurarle, considerandole una minaccia per i loro privilegi e averi, o anche soltanto per le loro idee, erano conservatori.

Adesso le cose sono un po' cambiate. Direi anzi radicalmente cambiate, e le rivoluzioni le organizzano e concepiscono a destra, ma su questo vorrei tornare tra poco.

Comunque, allora, i rivoluzionari - molto ingenuamente, diremmo oggi – coltivavano l'illusione di essere i depositari unici della violenza, appunto, rivoluzionaria.

Ci volle un grande pensatore come Ortega y Gasset (nel suo “La disumanizzazione dell'arte”) per comprendere, anche allora, che le cose non stavano esattamente in quel modo.

Scriveva: «Adesso ci appaiono comiche le arbitrarie conclusioni cui , venti anni fa, pervenne Sorel costruendo la sua tattica della violenza. Il borghese invece non è affatto vile come lui lo descrisse. Anzi si potrebbe dire che egli faccia ricorso alla violenza con molta maggiore attitudine dell'operaio, quando valuti che essa è utile o necessaria. Tutti sanno che in Russia il bolscevismo vinse esattamente perché la borghesia là non esisteva (è sufficiente, del resto, tenere conto di questo per convincersi una volta per tutte che, dal punto di vista storico, il socialismo di Marx non ebbe quasi nessuna somiglianza con il bolscevismo).»

E, più avanti, ancora il liberale Ortega y Gasset, smentiva, anticipatamente e per sempre, tutti coloro che, nei decenni successivi, avrebbero cercato (fino ai nostri giorni in cui tutti i gatti sono diventati neri), di mettere sullo stesso piano nazismo e comunismo. «Quale che fosse il reale contenuto del bolscevismo, non si può non vedere un grande afflato umano. Gl'individui che si sono posti sotto le sue bandiere hanno sempre dovuto esporre il loro petto, coraggiosamente, a venti ostili, subordinando consapevolmente il destino della propria vita alla superiore disciplina della loro fede».

Rosa Luxemburg, che era appunto impregnata di quell'afflato di “superiore disciplina”, ci offre, nell'ultimo articolo della sua vita - che apparve su «Rote Fahne» (“Bandiera Rossa”) del 14 gennaio 1919 – una davvero singolare definizione della rivoluzione: come di una guerra, anzi «dell'unica forma di guerra in cui la vittoria finale possa essere preparata solo attraverso una serie di “sconfitte”» .

Rosa mette tra virgolette la parola sconfitta perché evidentemente pensa che le masse non devono essere demoralizzate e dunque occorre far loro comprendere che le sconfitte sono soltanto transitorie e preparano una inesorabile vittoria finale.

Ma, con una profonda e fatale lucidità, essa comprende, o forse soltanto intuisce – mentre sta per diventare la preda di una caccia mortale – la causa di quelle sconfitte. Precisamente nel fatto che «la rivoluzione non opera liberamente, in campo aperto, secondo un piano astutamente preparato da strateghi. I suoi avversari hanno anche l'iniziativa, anzi la esercitano di regola assai più della rivoluzione stessa».

Insomma, nella rappresentazione della rivoluzione che ne fornisce Rosa Luxemburg, sono immanenti le cause della sua inesorabile sconfitta. Se i soggetti che hanno il potere sono sempre coloro che prendono l'iniziativa, che progettano strategie, ciò significa che coloro che si ribellano sono sempre destinati a perdere.

Viene in mente uno dei capolavori di Gillo Pontecorvo, “Queimada”, che racconta, con Marlon Brando protagonista, la storia di una rivoluzione in un imprecisato paese caraibico, costruita usando la ribellione di masse incolte per realizzare il passaggio dei poteri dalla Spagna coloniale all'Inghilterra anch'essa coloniale ma assai meglio organizzata.

La rivoluzione d'Ottobre in Russia aveva appena preso il potere nelle grandi città: ed era una gigantesca vittoria. Ma la guerra civile era appena cominciata e nessuno avrebbe potuto giurare, mentre Rosa Luxemburg stava per essere assassinata, che i vincitori finali sarebbero stati i rossi e non i bianchi. Anzi dalla Russia era venuto l'appello all'insurrezione nei paesi di capitalismo avanzato, in primo luogo in Germania, proprio per impedire alle potenze capitaliste di aiutare le truppe della contro-rivoluzione bianca. A ben vedere Rosa aveva ragione: le rivoluzioni popolari, i grandi movimenti delle masse sono sempre stati sconfitti proprio perché, e in quanto, espressione più o meno spontanea di masse prive di una guida consapevole e adeguata. Hanno vinto solo quando hanno smesso – e sono stati rari casi (Russia, Cina, Cuba) – di essere movimenti spontanei e si sono dati, o hanno trovato, una guida.

L'Ottobre Rosso, la Grande Marcia Cinese, la Rivolta Cubana furono eccezioni straordinarie proprio perché s'innestarono , tutte nel XX secolo, su un'ideologia rivoluzionaria e su una teoria politica molto precisa, quella comunista, che prevedeva un'avanguardia politica ferreamente organizzata. Senza di essa quelle rivoluzioni non avrebbero vinto: semplicemente sarebbero state fermate a un certo punto del loro percorso. E sarebbero state spente con una violenza direttamente proporzionale alla paura che avevano provocato nelle classi dominanti dell'epoca. La Comune di Parigi resta l'esempio più limpido di questa parabola e forse anche il più sanguinoso.

Dove però Rosa Luxemburg si sbagliava era nella chiusa di quell'articolo di “Bandiera Rossa” che ho appena citato: nell'idea che l'ordine che regnava a Berlino in quei giorni fosse destinato a essere rimesso in discussione dal rialzarsi, “con grande fracasso” e con “clangore di trombe”, delle masse. Gli eventi di questi ultimi decenni sembrano dire che le parole che il poeta tedesco Ferdinand Freiligrath mette in bocca alla rivoluzione, «io ero, io sono, io sarò» non si sono avverate.

Quella russa, prima ancora che sconfitta, si è arresa senza combattere. In un certo senso per fortuna di tutti, perché, se avesse combattuto, sarebbe stata una guerra atomica. Quella cinese ha cambiato forma e significato e adesso ha dato vita a una riedizione capitalista a partito unico. L'unica che ancora esiste in forme legate all'esperienza leninista è quella cubana che, per ironia della storia, fu l'unica a non essere fin dall'inizio una rivoluzione socialista.

L'incolpevole comunismo – lo chiamo così perché su quel nome si è riversata un'ignominia tanto universale quanto immeritata – è sparito dalla scena come alternativa possibile al capitalismo. E del resto non fu comunismo, anche a mio avviso - oltre a quello di Ortega y Gasset - né lo stalinismo, né il maoismo. E il castrismo sarebbe stato ben altra cosa se Cuba non fosse stata strangolata, per tutta la sua esistenza come paese non colonizzato, da un embargo impostole dall'Impero in prima persona.

Resta allora, però, da spiegare perché le classi conservatrici si sono a loro volta trasformate in rivoluzionarie. Considerazione che vale la pena di prendere in esame, perché non è immediatamente chiara la ragione per cui chi sta vincendo una grande partita a scacchi, una partita mortale per giunta, senta il bisogno di dare un calcio alla scacchiera interrompendola tra lo stupore generale. Curioso epilogo del trionfo della globalizzazione, che era stata per quarant'anni interamente dominata, addirittura tessuta su misura per gl'interessi dei potenti del mondo.

Forse il fatto che può spiegare questa piega improvvisa della storia del pianeta è rappresentato dalla fine dell'illusione che la storia fosse finita con la fine del comunismo – come aveva profetizzato Francis Fukuyama – e che, anche senza socialismi incombenti, senza rivoluzioni all'orizzonte, con la classe operaia dei paesi industrialmente avanzati frammentata e ormai priva di una coscienza comune, il potere del Superclan dominante del pianeta si sente minacciato da un pericolo assai più grande di quello della lotta di classe, e perfino incommensurabilmente più grande di quello della lotta tra ricchi e poveri.

Di una cosa, evidentemente, non si può più incolpare il comunismo che non esiste più: della gigantesca crisi che avanza e che sta investendo con la forza di un uragano mai visto l'intera economia mondiale. E adesso tutti sono nel panico, a chiedersi da dove venga il disastro, cosa lo abbia provocato, come sarà possibile fermarlo.

Un nuovo nemico è stato evocato, che non è possibile sconfiggere perché non combatte con le armi dell'Uomo. E non c'è rivoluzione conservatrice che possa fermarlo. L'ideologia, marxianamente intesa come “falsa coscienza”, ha finito per obnubilare le capacità intellettive del capitalismo trionfante. Pensavano che fosse possibile una crescita infinita, indefinita, perennemente dinamica. E non videro (e noi tutti con loro) che una crescita infinita non è possibile all'interno di un sistema finito di risorse. Ora si dà il caso che noi ci si trovi esattamente all'interno di un sistema finito di risorse. E per giunta, con ogni evidenza, nel punto massimo di una curva che i matematici chiamano “olistica”, oltre il quale non si può prevedere che una discesa.

L'unica questione aperta è non il “se”, ma il “come”, cioè con quanto dolore si scenderà, tutti insieme, e il “quando”.

Al posto dell'assenza di ogni limite, che produceva ottimismi senza limite, eccoci ora di fronte alla crescita simultanea di tutti i limiti: energia, clima, acqua, alimentazione, rifiuti e scarti. Sono tutte crisi che si manifestano al vertice della curva olistica. Che era stata prevista dagli scienziati del Club di Roma, nella lontana metà degli anni '70, quando lo Stabile di Genova metteva in cantiere Rosa Luxemburg.

Adesso scopriamo di essere in “overshooting” da oltre un quarto di secolo, cioè nella condizione di chi sta ormai consumando più risorse di quante il nostro plurimiliardario, in anni, ecosistema sia capace di riprodurne.

I vincitori, che hanno sconfitto tutte le rivoluzioni precedenti, stanno cercando adesso, affannosamente, di trasformarsi a loro volta in rivoluzionari. Ma quello che possono fare è aumentare ancora il proprio potere sui più deboli, privatizzare le risorse naturali, l'acqua, l'aria, il cibo. Per fare questo devono ridurre ogni forma di democrazia, esercitare un potere totale e incontrollabile per poter sopravvivere, anche a scapito della maggioranza del genere umano.

E questo si può ancora fare. Ancora per un po'. Il problema è che anche i potenti non possono fare nulla contro la Natura. La quale è il più intrattabile degli interlocutori. Anzi non è, propriamente parlando, un interlocutore. Non ha armi al suo servizio, non aspetta proposte di mediazione, non prevede la propria resa e nemmeno la propria sconfitta. Soprattutto può fare a meno di noi.

Rosa Luxemburg non poteva nemmeno immaginare che il suo anatema contro l'ordine che regnava a Berlino appena prima del suo assassinio si sarebbe inverato sotto queste forme. Neanche Marx poteva immaginare nulla del genere. E, infatti, la sinistra, come il Superclan, si è nutrita delle stesse illusioni di crescita indefinita che ora sono arrivate al capolinea.

Adesso bisogna rifare tutti i conti. A sinistra, ma anche a destra. E ci aspetta una rivoluzione più grande di tutte quelle che siamo stati capaci di immaginare.

Tratto da: megachip.info