Archivio Antimafia Duemila

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Giulietto Chiesa Un Paese diviso 18 anni dopo l'indipendenza

Un Paese diviso 18 anni dopo l'indipendenza

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di Giulietto Chiesa - 18 marzo 2009
Viaggio a Riga, Lettonia, Europa. Europa? Sono venuto per vedere da vicino una sfilata di ex nazisti, sopravvissuti delle Waffen SS che, volontari (in maggioranza) o arruolati di forza, aiutarono i tedeschi nell’assedio di Leningrado e parteciparono attivamente allo sterminio degli ebrei lettoni.


Sono vecchi, ma tanti. È la mattina del 16 marzo. Si radunano lentamente nelle strade della città vecchia, alcuni con i loro berretti militari. Poveracci, malandati ma non soli e non pochi. La città è presidiata da migliaia di poliziotti, a ogni angolo gruppi di agenti in borghese. Il giorno in cui si riuniscono ogni anno, sono accompagnati da migliaia di figli, nipoti, simpatizzanti e amici.
È una manifestazione di forza, non un momento di nostalgia. Il 16 marzo 1944 le due divisioni naziste lettoni ebbero il battesimo del fuoco a Pskov, contro le truppe sovietiche che si apprestavano a spezzare l’accerchiamento di quella che allora si chiamava Leningrado e oggi Pietroburgo. Alla vigilia giunge notizia che le autorità hanno vietato la manifestazione. È una novità. Fino a qualche anno fa la data del 16 marzo era tra le festività nazionali. Il parlamento della nuova repubblica indipendente non ancora membro dell’Ue, aveva preso la decisione a larga maggioranza. Poi qualcuno aveva capito che, forse, l’Europa non avrebbe gradito e fu revocata.
Ma i nazisti lettoni non avevano rinunciato alle loro parate con obiettivo il monumento alla libertà, nel pieno centro di Riga. Né si vede perché avrebbero dovuto dal momento che esse ricevono la benedizione di ministri e sono frequentate da non pochi parlamentari. Così gli antifascisti lettoni, i russi etnici in prima fila, avevano gioito pensando che il divieto fosse un buon segno di ripensamento e magari anche l’effetto della loro contro-azione, consistente nella richiesta di autorizzare una manifestazione, lo stesso giorno, nel centro di Riga e nella convocazione di un’assemblea con organizzazioni antifasciste estoni, finlandesi, russe, polacche, ucraine.
Ma a Riga, Lettonia, Europa, le cose sono andate diversamente. La polizia lettone ha avuto l’ordine di bloccare gli invitati alla conferenza «Un futuro senza nazismo». Nove giovani sono stati fermati alla frontiera lettone, privati dei documenti, riaccompagnati in Estonia. Motivo? Essere inclusi - ha detto un funzionario - in un elenco di «indesiderati». Un altro estone, Sergej Chaùlin, veniva arrestato al rientro in patria. Tutti cittadini europei, incensurati, che stavano attraversando una frontiera interna dell’Europa di Shengen, della libertà di movimento. A un altro invitato, anche lui estone, Dmitry Linter, è andata peggio. Arrivava da Mosca, in treno. Europeo che rientrava in Europa: rimandato in Russia senza spiegazioni, ma forse il motivo è che aveva appena ricevuto a Mosca un premio giornalistico. E il giorno dopo l’imponente schieramento di polizia ha occupato l’intero centro di Riga, attorno a piazza Domskij, e ha lasciato
 passare, con meticolosa cura, il corteo delle SS naziste in un garrire di bandiere nazionali, arrestando invece un deputato cittadino, lettone ma russo etnico, insieme ad attivisti antifascisti che protestavano dai marciapiedi.
Alla conferenza sono invece arrivati, eludendo gli oscuri elenchi dei servizi, Maksim Reva e Mark Siryk, che si sono fatti rispettivamente un mese e mezzo e 7 mesi di carcere (prima di essere riconosciuti «non colpevoli») per aver organizzato nel 2007 «disordini di massa» allo scopo di impedire l’assolutamente indispensabile (per il democratico governo estone) rimozione del monumento al soldato sovietico vincitore del nazismo nel centro di Tallinn.
Quella stessa Tallinn, Estonia, Europa, dove si sta celebrando il processo contro l’89enne Arnold Meri, eroe dell’Urss, accusato di aver partecipato alle deportazioni staliniane post-belliche. Sta morendo di cancro, è quasi cieco. I capi d’accusa sono inesistenti e il maggiore è un’intervista rilasciata dallo stesso Meri. Ma il giudice pretende che l’imputato si presenti in aula, e ha sospeso il processo in attesa della guarigione. Per poterlo, s’immagina, condannare all’ergastolo. Meglio se muore sotto processo, infamato nel Paese in cui ha vissuto tutta la vita. Il tutto mentre suo fratello, Lennart Meri, già presidente dell’Estonia indipendente, scrive la prefazione entusiasta a un costoso volume che inneggia alle SS estoni (anche qui Hitler trovò non pochi adepti). Lennart durante il periodo sovietico faceva tranquillamente il professore all’Università di Tallinn. Mentre il fratello Arnold - oggi messo alla gogna - dovette
 aspettare la morte di Stalin per essere riabilitato dal partito comunista, che non lo considerava, evidentemente, troppo fedele.
Così va la storia in questi due Paesi baltici che sono entrati in Europa ossessionati da un passato che non riescono a dimenticare e che avvelena la loro vita quotidiana. Ma la questione è: da dove viene questa volontà di rivincita, perfino di vendetta contro i padri, che si esercita sui figli? Dal 1996 al 2008, sono nati in Lettonia 9000 bambini con il peccato originale di essere «non cittadini». Già, perché nascere in Lettonia da russi non significa avere il diritto di cittadinanza. Mentre chi è nato all’estero ma da lettoni è automaticamente cittadino.
È il sentire della gente comune? Non pare. A Riga ho visto rapporti normali tra russi e lettoni. Perfino di gentilezza nei pubblici uffici, e nei locali, dove si parla normalmente russo senza scandalo o enfasi. Il tutto sembra provenire da un’élite politica venuta in buona parte dall’esterno, in prevalenza dagli Usa, figli di fuorusciti dell’epoca sovietica, che non sono passati attraverso nessuna de-nazificazione, accuratamente selezionati per «de-sovietizzare» il Paese e occupare tutti i gangli dello Stato, senza badare troppo alla sua caratura democratica.
Il risultato è, per esempio, che in una città in maggioranza di lingua russa non c’è una sola scritta, indicazione stradale, nemmeno pubblicitaria, nemmeno un’insegna di negozio, in russo. E che in Lettonia, 16 anni dopo l’indipendenza, 7 anni dopo l’ingresso nella Nato, 5 anni dopo l’ingresso in Europa, 372.421 «alieni» non hanno nessun diritto civile. Non possono nemmeno votare nelle elezioni locali. Sono cittadini europei ma non possono nemmeno votare nelle elezioni europee. Lettonia-Estonia-Europa. Europa?


Tratto da: La Stampa