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Giulietto Chiesa Gorbaciov: cambiare con il passo dell'Uomo

Gorbaciov: cambiare con il passo dell'Uomo

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Gorbaciov: cambiare con il passo dell'Uomo
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di Giulietto Chiesa – da «Liberazione», 27-28 dicembre 2008, inserto “Vent’anni senza il Muro”
A chi mi rimprovera di essere amico di Mikhail Gorbaciov, in base al presupposto che egli sarebbe stato il “distruttore dell’Unione Sovietica” ...


... cioè l’origine di tutti i nostri mali presenti e futuri, vorrei rispondere preliminarmente dicendo che questo approccio fa venire in mente la critica del “culto della personalità” di kruscioviana memoria.
Intendo dire che, come non mi convinse – allora giovanissimo iscritto alla Federazione giovanile comunista italiana – quel modo di affrontare la destalinizzazione, così non mi convince questa idea secondo cui a un uomo solo, per quanto potente, possa addossarsi la responsabilità di colossali rivolgimenti storici come quello di cui qui si tratta.
Col senno di poi adesso sappiamo che i problemi del socialismo reale erano ben più consistenti del pur deleterio marchio che su quel modello venne impresso dal terrore staliniano. E altrettanto sappiamo (o dovremmo sapere) che l’analisi di eventi di grande portata storica va condotta tenendo sempre congiunti gli elementi strutturali a quelli storici e culturali di vaste comunità umane. I marxisti hanno sempre fatto così, e quando lo facevano bene i risultati dell’analisi sono stati utili. La critica del XX Congresso a Stalin non fu affatto marxista, ma ideologica (nel senso marxiano di falsa coscienza) e i risultati dell’equivoco si videro trent’anni dopo.
Appunto con la tardiva perestrojka di Mikhail Gorbaciov. Il quale si trovò a dover fare i conti con il fallimento di un modello economico-sociale che non era stato in grado di competere con il capitalismo del resto del mondo (ma poteva farlo, in quelle gorbaciovcondizioni di “rivoluzione contro il Capitale”, quello, gramscianamente, di Carlo Marx?)
Come si vede, dunque, pare azzardato, come minimo, assegnare a Gorbaciov tutto solo, una tale responsabilità. Si finirebbe per dimenticare i fondamenti del materialismo storico.
Quindi preferirei parlare del mio amico Mikhail Sergeevic, come faccio quando parlo con lui, senza esagerare il ruolo della personalità nella storia.
Senza dimenticare, per altro, che questo ruolo c’è, e può anche non essere piccolo.
Direi quindi che Mikhail Gorbaciov è entrato nella storia, nel bene – per alcuni – nel male – per altri - ma come sconfitto. Dai suoi concittadini, che aiutò a liberarsi. Gorbaciov impersona il paradigma dell’aforisma secondo cui nessuno è profeta in patria.
Ogni volta che ne parla, lui stesso, si coglie un senso di amarezza indelebile. Probabilmente preferirebbe che fosse il contrario: che lo amassero in Russia e lo dimenticassero in Occidente.
Quando lo elessero Segretario Generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica aveva già battuto un record: era il più giovane che mai fosse arrivato così in alto essendo ancora giovane. Era il 1985, cominciava la perestrojka e nessuno ancora sapeva cosa fosse. Neanche lui.
Mi raccontò che una sera, uscito dalla dacia presidenziale a passeggiare con Raissa Maksimovna – anche lui, che “poteva tutto”, quando doveva parlare di cose importanti usciva di casa per non essere ascoltato da qualcuno – giunse alla conclusione che “così non si poteva più continuare a vivere”.
Ma credo che allora non avesse ben chiaro come si sarebbe potuto fare per vivere in un altro modo. Ventitre anni dopo la Russia ancora non ha trovato una risposta al quesito. E questo potrebbe consolarlo, anche se lo fa intristire.
Ma se si pensa alla sua vita, alla sua carriera, tutta percorsa secondo i rigidi canoni della formazione di un “quadro” comunista sovietico - a partire dal trattore che guidava (sul serio, non nella leggenda) in quel di Privolnoe, regione di Stavropol, fino ai fasti del Cremlino di Mosca - se si ricostruiscono le tappe della sua parabola, l’idea che ne emerge è che Mikhail Gorbaciov è stato un mutante.
Come abbia potuto uscire, da quel background, l’idea di cambiare l’Unione Sovietica e il resto del mondo; come abbia potuto un comunista ortodosso (e Gorbaciov lo era, e non avrebbe potuto essere diversamente) concepire una svolta dai contorni così colossali che ancora adesso non si vedono tutti all’orizzonte, risulta difficile capire senza immaginare una cesura concettuale, un salto di qualità, una deviazione dalla norma. Un mutante, appunto.
Quando Boris Eltsin lo cacciò dal Cremlino rimase con una pensione di 600 dollari al mese. Gli lasciarono la macchina e la guardia del corpo. E una dacia neanche presidenziale. Ricchezze non ne aveva accumulate. I privilegi sparirono con la carica, come avveniva nel sistema di privilegi (assai modesto alla luce delle mostruose ricchezze prodotte dal capitalismo senza freni che sta crollando adesso sotto i nostri occhi).
Si portò dietro, in una dignitosa ritirata tutta all’interno del Grande Raccordo Anulare di Mosca, un centinaio di fedeli collaboratori, quelli che lo avevano aiutato nella missione impossibile di democratizzare la Russia con il barile di petrolio a meno di 15 dollari. Tutti, come lui, avevano perduto stipendio e potere e lui decise che avrebbe usato la sua fama in Occidente per aiutarli a sbarcare il lunario.
Quando incontro qualcuno che storce il naso perché Gorbaciov ha fatto una “marchetta” facendosi ritrarre insieme a una borsa di Vuitton, mentre a bordo di un’auto di lusso costeggia il Muro di Berlino. vorrei spiegargli che i soldi del premio Nobel per la Pace sono andati a costruire un ospedale specializzato per le cure della leucemia infantile (che Raissa Maksimovna volle con tutte le sue forze) e che la Fondazione Gorbaciov si regge sulle sue conferenze e, anche, sulla pubblicità. E sempre mi chiedo con che faccia di bronzo certi nostri salottieri, anche molto di sinistra, possano applicare a Gorbaciov il moralismo che non usano quando si siedono nei salotti di cui sopra, o vanno in crociera , come ospiti, su yacht multimilionari.
Ma queste sono piccolezze provinciali.