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Giulietto Chiesa La strada del dopo-Kyoto è una rivoluzione delle nostre menti

La strada del dopo-Kyoto è una rivoluzione delle nostre menti

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La strada del dopo-Kyoto è una rivoluzione delle nostre menti
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di Giulietto Chiesa - 5 dicembre 2008
Testo dell’intervento al seminario organizzato da Green Cross International a Poznan (Polonia) il 2 Dicembre 2008 (“PROMUOVERE IL COINVOLGIMENTO DELLA COMUNITÀ DEGLI AFFARI NELL’AFFRONTARE IL CAMBIAMENTO CLIMATICO”).


Componenti della tavola rotonda:

Dr. Jan Kulczyk
, chairman di Green Cross International;
William Becker, presidente dello US Climate Action Project;
Giulietto Chiesa, europarlamentare italiano;
Michail Liebreich, presidente e amministratore delegato di New Energy Finance;
Aleksander Likhotal, presidente di Green Cross International.

Sarà sufficiente la cornice di tempo di qui a Copenhagen per costruire un accordo mondiale circa la necessità di una brusca inversione di tendenza nelle politiche globali sul cambiamento climatico?
A me pare che siamo in bruttissime acque. Ricordo il pronunciamento finale dell’incontro del World Political Forum a Torino, lo scorso 28 maggio: «Il mondo è entrato in un periodo in cui la drammatica scala, complessità e rapidità del cambiamento causato dalle attività umane, minaccia i fragili sistemi ambientali ed ecologici da cui dipendiamo».
Tuttavia i numerosi allarmi che sono stati lanciati dalla comunità scientifica internazionale nel corso di molti anni non hanno avuto successo sinora nel convincere i governi, né le élites politiche, né le società di capitali a prendere attivamente dei provvedimenti miranti a prevenire un impatto negativo sulla vita quotidiana di milioni di persone.
Questi impatti sono stati identificati con grandissima certezza, sebbene non ci sia ancora una data, e nonostante la loro scala non sia di fatto prevedibile.
Lasciate che ricordi un po’ la cattiva sorte delle prime previsioni del Club di Roma. Era molto tempo fa e i suoi allarmi non furono quasi notati, non ricevettero nessuna attenzione e, una volta notati, suscitarono diffuse derisioni, specie fra gli economisti.
Era proprio l’inizio della globalizzazione e tutti soggiacevano ancora all’illusione della crescita indefinita. Nessun limite era allora concepibile. Tra queste illusioni c’era la più grossa: l’epoca del petrolio a basso prezzo non sarebbe mai finita.
E che dire poi dei peggiori esiti allora prospettati dagli scienziati? Vennero definiti indimostrati: mere ipotesi, nulla di più.
Ma ora, quaranta’anni dopo, disponiamo di una potenza di calcolo sei miliardi di volte maggiore di quella di allora, e possiamo usare delle serie statistiche molto precise e complete.
Questi dati, e non più ipotesi, dimostrano, al di là di ogni dubbio, che siamo già in ‘overshooting’. Il che significa che l’umanità ha oltrepassato già 25 anni fa i limiti della capacità di sostegno della Terra. La nostra impronta umana ha cambiato la dinamica dell’ecosistema. Il cambiamento climatico è una, solo una sebbene la più spaventosa, manifestazione di questa situazione. E ci troviamo ora in una assoluta mancanza di tempo.
Ciò per alcune ragioni basilari: la prima è che il mondo delle società di capitali sta ancora celebrando la precedente fase di crescita e rifiuta di riconoscere che siamo già entrati in un territorio di insostenibilità.
Questo è un comportamento collettivo dettato dall’ideologia. Psicologicamente comprensibile, ma potenzialmente catastrofico dal punto di vista politico e organizzativo. Perché in questa maniera il collasso arriverà proprio in modo subitaneo, per la gran sorpresa di ciascuno.
L’altro pericolo è l’idea sbagliata che tutto sarà rimesso in carreggiata tramite i miglioramenti della tecnologia e con un uso più efficiente delle leve del mercato.
Cosa che riassumerei con l’espressione “gli affari vanno avanti come al solito”
Ma il rovescio della medaglia di questa ideologia sta nel fatto che si tratta esattamente del mercato che ha generato questi esiti, e sarebbe proprio stranissimo e curiosissimo credere che il mercato, così come è stato ed è tuttora, ci possa salvare. Non lo farà. Così come non è una soluzione nemmeno la buona idea del business “verde”. Buona ma insufficiente.
E un errore correlato sta nel pensare che il passo delle tecnologie in corso di sviluppo sarà il medesimo dei progressi dei limiti della crescita. Nei fatti i due passi non vanno in pari, hanno solo poche relazioni fra loro, e le rispettive velocità non sono nemmeno comparabili.
La crisi del cambiamento climatico, per esempio, sta andando avanti più in fretta delle tecnologie che, in linea di principio, potrebbero fermarla. E per realizzare un incremento nelle capacità tecnologiche in questo campo dovremmo dar vita a un enorme investimento preliminare nella spesa per investimenti.