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Giulietto Chiesa Alfabetizzare ai media: lo ''schermo universale'' sfida la democrazia

Alfabetizzare ai media: lo ''schermo universale'' sfida la democrazia

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Alfabetizzare ai media: lo ''schermo universale'' sfida la democrazia
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Intervento di Giulietto Chiesa alla Conferenza Internazionale su Media Literacy EAVI - European Association for Viewers Interests, 5 novembre 2008. La singolarità della nostra situazione è definita dal fatto che gli sviluppi delle tecnologie della comunicazione hanno già prodotto una regressione collettiva umana di portata epocale.





Qualcuno l'ha definita – e io concordo con l'autore – una “modificazione antropologica”. Questa la definizione di Giovanni Sartori, per tratteggiare il passaggio dall' homo legens all' homo videns. Intendendosi con questo non un passo avanti ma uno indietro.

Cerco di spiegarmi, anche se penso che questo pubblico sia già al corrente del problema, altrimenti non saremmo qui a discutere di “media literacy”, che io tradurrei in italiano come “educazione ai media”.

Tuttavia essere al corrente non significa essere d'accordo. Infatti, se fossimo d'accordo non avremmo i problemi che la società contemporanea sta dolorosamente affrontando mentre si avvia ad una transizione verso un'altra società di cui non sa nulla mentre dovrebbe sapere tutto.

Già, perchè se i telespettatori avessero potuto fruire pienamente dei vantaggi delle tecnologie comunicative moderne, delle possibilità teoriche di accesso a ogni tipo di informazione, della quantità stupefacente di dati che ogni motore di ricerca può mettere a nostra disposizione in una frazione di secondo, allora essi saprebbero da tempo che uno sviluppo crescente indefinito in un sistema finito di risorse è impossibile.

E quindi non avrebbero creduto alle entusiasmanti descrizioni della crescita del Prodotto Interno Lordo che venivano loro ammannite ogni giorno da tutti gli schermi televisivi. Anzi ne avrebbero diffidato e le avrebbero temute come presagi di sventura. Né avrebbero comprato automobili al ritmo forsennato con cui lo hanno fatto se avessero saputo che la quantità di anidride carbonica che avrebbero contribuito a produrre sarebbe cresciuta fino al punto da minacciare la sicurezza dei loro figli.

La singolarità di cui parlo è dovuta al fatto che, nella storia delle tecnologie, ogni passaggio da un grado di sviluppo a uno superiore, la regola è sempre stata quella di un elevamento della cultura, di un allargamento delle possibilità di fruizione del sapere.

Si pensi all'invenzione di Gutenberg, dei caratteri mobili di stampa. Fino a quel momento, per secoli dopo la caduta dell'Impero Romano, il sapere era rimasto confinato all'interno dei monasteri, dove amanuensi, spesso a loro volta analfabeti, copiavano i manoscritti antichi per la fruizione di una ristrettissima élite in grado di leggere e scrivere.

L'alfabetizzazione di massa è cominciata con Gutenberg.

Da quel momento, con una progressione di impressionante velocità, comparata con i ritmi dell'epoca, prima migliaia e poi milioni di individui poterono avere accesso alla conoscenza. La riproduzione tecnologica del libro produsse il cambiamento economico, sociale, culturale dell'umanità intera. Ciò che era conoscibile per i pochi divenne conosciuto per le moltitudini.

Ma gli ultimi venti anni del secolo XX e i primi dieci di questo hanno visto una rivoluzione tecnologica incomparabilmente più grande e possente. Che è avvenuta coinvolgendo non milioni ma miliardi di individui.

Ed essa ha – come ho detto all'inizio – prodotto una involuzione. In che senso?

Nel senso, assai preciso, che ha prodotto un “analfabetismo di massa”. Cioè non un progresso ma un regresso. Alfabetizzazione, analfabetismo sono però termini che hanno a che fare con l' homo legens. Non esistono termini adeguati per descrivere questo “analfabetismo televisivo”, che è un modo sintetico per definire un più vasto analfabetismo, connesso con l'incapacità di lettura delle immagini, specialmente delle immagini in movimento.

L'“analfabetismo televisivo” è quello che io e Giovanni Sartori (ma anche l'illustre neurofisiologo dell'Accademia dei Lincei, Lamberto Maffei) chiamiamo la regressione verso l' homo videns.

In che consista questa regressione è, tutto sommato, presto detto. Le immagini, specie quelle in movimento, rappresentano un linguaggio. Sono un linguaggio, nel senso precisissimo che comunicano. Una immensa quantità di cose, per altro. Cose “già pronte”, cose che appaiono complete in tutti i loro particolari. Cose che lasciano poco spazio alla fantasia perché sono già essere prodotto complesso. Cose che penetrano direttamente nel cervello perché la fisiologia dell'occhio umano è quella stessa del cervello.