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Giulietto Chiesa Ossezia del sud la guerra continua

Ossezia del sud la guerra continua

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Ossezia del sud la guerra continua
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di Giulietto Chiesa - 2 novembre 2008 - La stampa

La Russia riconosce l’indipendenza di Ossezia del Sud e Abkhazia. Per ora è stata imitata solo dal Nicaragua. La strada che scende verso Tzkhinvali dal tunnel di Ruk era, nel primo tratto, interamente «osseta».


Poi, dopo Shava, c’era una discontinuità composta di cinque villaggi interamente georgiani. Si chiamavano Kekhvi, Tamarasheni, Kurtà, Achabetti Superiore e Inferiore. Una specie di enclave dentro un’altra enclave. I georgiani avevano scelto Khekvi come capitale alternativa dell’Ossezia del Sud, e vi avevano installato un loro presidente, Sanakoev. Il passato prossimo è d’obbligo perché adesso quei cinque villaggi non ci sono più, e nemmeno Sanakoev, fuggito chissà dove. Restano, unici intatti, gli edifici bianchi del «governo» di Tbilisi sulle alture.
Andando verso la capitale, quella vera, dell’Ossezia del Sud, si vedono solo rovine annerite dal fumo, macerie di case sventrate, tubature spezzate. Non una sola casa è rimasta in piedi, come se un tifone tropicale fosse passato sopra queste terre dove abitavano 5 mila persone. Ma non ci sono tifoni in Ossezia. Questi villaggi hanno subito la vendetta degli osseti. Anche se non ci sono state vittime perché gli abitanti non armati, donne, vecchi, bambini , erano stati evacuati, prima dell’attacco georgiano della notte tra il 7 e l’8 agosto. La gente di Tzkhinvali mi spiega che una delle cause, la più immediata, del furore vendicativo degli osseti, fu questa. «Sapevano che saremmo stati attaccati, che eravamo le vittime designate e non ci hanno avvertito», dice piangendo Olesia Kadzhaeva, giovanissima madre di due bambini riuscita a scamparla in quelle tre notti tragiche. «Erano nostri vicini, hanno lasciato che ci massacrassero».
Tra l'ultimo villaggio georgiano e la periferia di Tzkhinvali c’è un chilometro e mezzo. Ma un’invalicabile frontiera di odio separava quelle comunità così vicine. Da decenni ormai. La strada principale era una trappola per gli osseti che cercavano di fuggire, in cui sono morti a decine, anche i soldati russi che il 10 agosto avevano cominciato a scendere in soccorso degli osseti. Per evitarla il governo di Tzkhinvali aveva costruito la strada di Zarskoe, che consentiva di uscire dall’accerchiamento attraverso altre valli: due ore di tornanti per sfociare a Zhava e salire al valico sulla cresta.
Ma se vi eravate accorti che l’attacco si stava preparando perché non siete fuggiti? Inna Guchmasova, Maja Zasseeva, altre due giovani madri, spiegano, con affanno e anche con un po’ di acrimonia, all’ospite straniero, che dovrebbe sapere e non sa, come quasi nessuno in Occidente: «Certo che ce ne eravamo accorti! E infatti molti di noi sono stati evacuati, tra il 2 e il 7 agosto, in Ossezia del Nord. I primi cannoneggiamenti, erano cominciati allora. Tutti ci aspettavamo un assalto. Ma pensavamo che fosse una delle solite provocazioni, qualche colpo di cannone, qualche sventagliata di mitragliatrice. Viviamo in queste condizioni da 17 anni». «Io ci sono nata in questa guerra - dice Maja - ma non potevamo immaginare bombardamenti aerei e razzi Grad che piovevano ogni 2-3 secondi». Una donna più anziana, guardandomi diritto negli occhi, mi apostrofa: «Lei ha idea di cosa si prova quando scoppia vicino un missile Grad?». Si, l’ho provato in Cecenia. Furono solo i due primi che colpirono il palazzo presidenziale di Dudaev. E mi bastò per tutta la vita.