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Lettere & Comunicati L'Interrogazione di Di Pietro sul caso di Pino Masciari - Pagina 3

L'Interrogazione di Di Pietro sul caso di Pino Masciari - Pagina 3

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L'Interrogazione di Di Pietro sul caso di Pino Masciari
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Per cominciare non risponde al vero che, come si scrive nell'interpellanza, la delibera che assegna le condizioni di protezione e mantenimento deve essere accettata, pena il decadimento di tutti i diritti di protezione. I diritti e i doveri derivanti dalla condizione di soggetto protetto derivano dalla legge, non da una delibera di commissione, e sono contenuti, come certamente l'interpellante sa, nell'articolo 12 della legge, così come modificata nel 2001, e nell'articolo 9 del decreto ministeriale 23 aprile 2004. Le disposizioni contenute nelle due fonti appena enunciate vengono trasferite nel contratto che il testimone è chiamato a sottoscrivere all'atto dell'ingresso nel programma.
Dall'insieme di norme primarie e secondarie va detto ancora che non risponde al vero che i testimoni di giustizia abbiano un trattamento parificato, se non addirittura inferiore, a quello dei collaboratori di giustizia: ci sono delle differenze importanti. Segnalo che i testimoni di giustizia hanno accesso a mutui agevolati senza dover prestare garanzie, in virtù di una convenzione stipulata con un importante istituto bancario e questo non accade per i collaboratori. Hanno facoltà di chiedere allo Stato l'acquisizione, a prezzi di mercato, dei beni che lasciano nella località di origine se si sono trasferiti, e anche questo non accade per i collaboratori.
Possono, inoltre, servirsi di consulenti di loro fiducia, le cui prestazioni sono integralmente a carico del servizio centrale di protezione, per qualsiasi problema legato alle pregresse attività lavorative e a quelle future da intraprendere. Ricevono assegni mensili di mantenimento di importo superiore - ma per delibera oggettiva - del 50 per cento, a parità di consistenza del nucleo familiare, rispetto a quello dei collaboratori di giustizia, con possibilità di integrazione maggiore in presenza di un reddito pregresso documentato.
Godono del rimborso delle cure mediche, comprese quelle odontoiatriche, effettuate in regime privatistico, di contributi straordinari relativi al tenore di vita preesistente, rimborso vacanze, acquisto testi e attrezzature scolastiche e della possibilità, come è giusto che sia, di visionare preventivamente gli alloggi scelti per loro dal servizio centrale di protezione che sono sempre di livello almeno pari a quello occupato nella località di origine. Possono, inoltre, fruire, a richiesta, di colloqui di orientamento e sostegno con i direttori tecnici psicologi del servizio centrale di protezione e del risarcimento del danno biologico, in merito all'accertamento del quale vige da tempo una convenzione con il servizio medico legale dell'INPS.
Dall'approvazione della legge 13 febbraio 2001, n. 45 si è molto lavorato sul terreno del reinserimento socio - lavorativo del testimone, nella consapevolezza che esso non può prescindere, così come prescrive la legge, dal tenore di vita e dal tipo di attività che ha preceduto l'ingresso nel programma di protezione.
Il discorso è relativamente più agevole quando il testimone, in precedenza, aveva svolto un lavoro autonomo, per esempio aveva gestito un esercizio commerciale o aveva condotto una azienda, mentre presenta aspetti più problematici nelle ipotesi in cui l'attività antecedente alla deposizione era alle dipendenze dei privati, ma anche da questo punto di vista si è lavorato per reinserire chi aveva questa condizione pregressa.
La trattazione dei singoli casi riguardanti i testimoni è avvenuta e avviene col coinvolgimento attivo degli stessi interessati ai quali è chiarito, nel corso delle audizioni svolte in commissione, che non devono in alcun modo in sentirsi controparte rispetto allo Stato, bensì protagonisti delle scelte relative al proprio futuro, contribuendo in modo propositivo alla formazione delle decisioni che li riguardano. Le audizioni, peraltro, permettono alla commissione di avere l'esatta cognizione della condizione dei testimoni di giustizia e quindi di poter adottare i provvedimenti ritenuti più aderenti alla soluzione dei problemi rappresentati.
Sui testimoni giochiamo una partita difficile: quella della credibilità delle istituzioni nella lotta la criminalità. La garanzia di un adeguato futuro ai testimoni e alle loro famiglie è in grado di incoraggiare altri a non avere remore nel riferire quanto è a propria conoscenza alle forze dell'ordine e all'autorità giudiziaria. Obiettivo primario, peraltro, è consentire il più possibile, se ovviamente il testimone lo desidera o lo chiede, la permanenza nel luogo di origine attraverso adeguate misure delle quali, in ogni caso, va sempre verificata la possibilità.
Attualmente il numero dei testimoni protetti in loco è in totale di ventuno: non c'erano prima della legge 13 febbraio 2001, n. 45. Dodici si trovano in Campania, quattro in Calabria, tre in Sicilia e due in altre regioni.
Questo, a mio avviso, rappresenta un segno di vittoria dello Stato in tutti questi casi specifici, pur nelle obbiettive difficoltà di tutela, perché quando un testimone viene ammesso al programma, la sua protezione, con il trasferimento in una località protetta, è garantita dalla mimetizzazione. Si porta il testimone a mille chilometri di distanza in un luogo dove nessuno, perlomeno in teoria, lo conosce.
La protezione in loco, dove invece è conosciuto, richiede un meccanismo di tutela imponente per uomini (scorta per più turni) e per mezzi (spesso anche impianti articolati e complessi di video sorveglianza). Tuttavia, si affronta questo tipo di sacrificio perché va nella direzione di garantire il minor disagio possibile al testimone, ma anche di trasmettere un messaggio di forte presenza dello Stato che non costringe chi collabora per l'accertamento dei fatti delittuosi ad allontanarsi e a lasciare il luogo d'origine.
Intendo, più in generale, ricordare un solo dato relativo proprio all'applicazione della nuova legge. Si tratta del dato relativo alle nuove ammissioni a programma di testimoni di giustizia dal momento in cui è iniziata l'applicazione della legge n. 45 del 2001. Nel periodo compreso tra il secondo semestre 1996 e il primo semestre 2001, quindi prima che entrasse in vigore la suddetta legge n. 45, i nuovi testimoni ammessi al programma furono complessivamente ventisette, in media poco più di cinque all'anno.
Dal secondo semestre 2001, ossia da quando è operativa la nuova legge, fino ad oggi, vi sono state 116 nuove ammissioni, con una media di più di sedici all'anno e cioè più del triplo rispetto a prima del varo della legge n. 45 del 2001, a dimostrazione del successo delle nuove disposizioni. Grazie a Dio, ma soprattutto grazie a chi ha lavorato - in particolare tra le forze di polizia - per l'attuazione della nuova legge, viviamo tempi ben lontani da quelli della giovane Rita Atria che lei prima ha ricordato.
Veniamo ora a trattare l'argomento relativo a Giuseppe Masciari. Egli viene ammesso al programma di protezione, con delibera della commissione centrale, il 17 marzo 1998, su proposta della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. Nel programma erano inclusi la moglie e i due figli minori. L'imprenditore edile aveva riferito, in qualità di testimone, di essere stato oggetto di estorsioni che gli avevano provocato una grave esposizione debitoria, anche per effetto dei prestiti usurari contratti nei confronti di appartenenti a organizzazioni criminali, ai quali era stato costretto a rivolgersi. Tale situazione debitoria aveva provocato il dissesto della sua impresa e, quindi, la dichiarazione di fallimento nell'ottobre del 1996.
Non risponde al vero che è mancato il sostegno per l'inserimento lavorativo della moglie di Masciari, odontoiatra. Ella, infatti, ha ricevuto, poco dopo l'ingresso nel programma, un contributo pari a lire (all'epoca vi erano le lire) 388.631.000, oltre alle spese necessarie per il trasferimento delle attrezzature di lavoro. Tale contributo è stato incassato e mai utilizzato secondo la destinazione, nonostante la legge preveda che esso debba essere impiegato e che l'impiego debba essere documentato. Ella ha, altresì, rifiutato di lavorare presso una ASL, lavoro che le era stato procurato, e ha altresì rifiutato un impiego in uno studio privato e una collaborazione di odontoiatra con un docente universitario.
Non risponde al vero che è mancato il sostegno per il reinserimento lavorativo di Masciari. È vero il contrario. Proprio al fine di permettere il pieno reinserimento nella vita economica e sociale, la commissione ha anzitutto acquisito elementi che provassero il collegamento tra l'estorsione e l'usura subita e il precipitare della sua condizione fino al fallimento. Tali elementi in origine erano assenti. Inoltre, ha puntato ad articolare una via d'uscita al fallimento in assenza della quale il pregiudizio a suo danno derivante dalle inibizioni collegate allo status di fallito avrebbe precluso ogni seria ripresa di attività.
Ciò ha impegnato la commissione in un lungo e complesso lavoro di audizioni e di contatti fra i vari soggetti istituzionali interessati, colmando lacune comunicative da parte di più di un ufficio giudiziario e colmando documentazioni inadeguate da parte di Masciari.
Fra il 2001 e il 2004 la commissione ha ascoltato in audizione Masciari per ben sette volte (per brevità evito di citare le date, ma sono disponibile a fornirle). La commissione ha, altresì, ascoltato in audizione il giudice delegato e il curatore del fallimento di Masciari il 22 gennaio 2003. Il 6 ottobre 2004 ha ascoltato, sempre in audizione, il pubblico ministero delegato a seguire i procedimenti che interessavano Masciari quale testimone.
Benché il magistrato avesse sostenuto che il collegamento fra la testimonianza e il fallimento non fosse munito di specifici riscontri, tuttavia la circostanza che alcuni immobili, già intestati alla Masciari costruzioni, fossero nella disponibilità degli imputati da lui accusati, ha fatto propendere la Commissione per una indiretta conferma del nesso causale tra le estorsioni subite e l'esposizione debitoria che aveva condotto al fallimento.
Tale conclusione, lo ripeto, è stata frutto di un approfondimento svolto dalla Commissione più che dall'autorità giudiziaria proponente. A seguito dell'istruttoria complessa prima descritta, esito di contatti con gli organi del fallimento, il 27 ottobre 2004 a Masciari è stata proposta una definizione della posizione, incaricando il servizio centrale di protezione: di porre a disposizione degli organi del fallimento una copertura finanziaria pari a 1.293.418,60 euro per la chiusura della procedura concorsuale mediante concordato fallimentare; di erogare a Masciari, a chiusura (cioè dopo la procedura concorsuale e non prima, altrimenti ci sarebbe stato l'assorbimento dal passivo fallimentare) della capitalizzazione delle misure di assistenza economica nella misura massima prevista dalle determinazioni riguardanti i testimoni di giustizia. In base al decreto ministeriale la capitalizzazione può avvenire da un minimo di due anni di assegno mensile di mantenimento (con tutte le integrazioni, locazioni eccetera) fino a un massimo di dieci anni, ed è stata proposta la misura massima per un totale di 267.400 euro; di erogare a Masciari e alla moglie, a chiusura della procedura concorsuale, le somme determinate a titolo di danno biologico risultanti dalla perizia medico legale dell'INPS, eseguita su incarico della Commissione, sulla base delle tabelle del tribunale di Roma secondo gli indici ISTAT, pari rispettivamente a euro 18.870 per Masciari e 29.670 per la moglie; di fare salvi gli effetti della delibera del 23 marzo 2000, in quanto finalizzata alla realizzazione del reinserimento sociale della moglie di Masciari e, quindi, di mantenere a suo favore il contributo straordinario all'epoca erogato di 388.631.000 lire oltre a quelli necessari per il trasporto e il montaggio delle attrezzature; di prorogare, nelle more della definizione della procedura concorsuale, il programma speciale di protezione nei confronti di Masciari e del suo nucleo familiare per ulteriori cinque anni a decorrere dal marzo 2000 (siamo all'ottobre del 2004), fatte salve le ulteriori determinazioni.
La Commissione non si pronunciava sul mancato guadagno di cui all'articolo 16-ter della legge sui collaboratori di giustizia, ritenendo gli elementi informativi acquisiti, in assenza di un valido contributo anche da parte dell'interessato, insufficienti per pervenire alla valutazione; l'accertamento, però, limitatamente a tale aspetto, veniva demandato al commissario per il coordinamento delle iniziative antiracket e antiusura, organo competente in merito alla concessione delle provvidenze relative. Quindi, non vi era un rifiuto a considerare tale aspetto (il mancato guadagno), ma un rinvio all'autorità competente, peraltro più volte presente in Commissione per esaminare congiuntamente alla commissione il caso e, quindi, a conoscenza, in dettaglio, dello stesso.
Contro questo provvedimento Masciari e la moglie hanno presentato ricorso al TAR del Lazio e il TAR del Lazio fino ad oggi non si è pronunciato. Tale pendenza giudiziaria - credo che vada sottolineato - non ha causato nessun danno a Masciari, il quale è rimasto nella pienezza del programma assistenza e protezione, in attesa della definizione del giudizio.
Concludendo sul punto, il reinserimento di Masciari sarebbe avvenuto già da quattro anni se lo stesso Masciari non avesse rifiutato, impugnandola, la delibera della Commissione che riportava le voci prima elencate; e sarebbe avvenuto restando impregiudicata la protezione personale e la definizione mancato guadagno per un importo complessivo di 1.810.069,76 euro.
Lo Stato, quindi, già da quattro anni, ha proposto a Masciari, ricevendo un rifiuto, una definizione non inferiore, lo ripeto, a più di 1.800.000 euro. La sua posizione è stata ripresa sotto il precedente Governo dalla Commissione presieduta dal Viceministro, onorevole Minniti.




Risposta di Piera Aiello alla fumosa risposta dell'on. Mantovano all'interpellanza parlamentare n. 2-00162 dell'on. Di Pietro

11 ottobre 2008
Come al solito l'on. Mantovano non si sottrae al vizio delle verità fumose. Parliamo nello specifico della risposta data all'interpellanza parlamentare urgente n. 2-00162 dell'on. Di Pietro circa la situazione dei Testimoni di Giustizia in cui sciorina elenchi di cose che spettano ai Testimoni ma dimentica di dire che quei diritti sono tali solo sulla carta. L'on. Mantovano dimentica di dare delle risposte a quella relazione della scorsa Commissione antimafia in cui venivano denunciate tutte le inadempienze dell'ufficio anche negli anni da lui presieduto.
 
Probabilmente i Testimoni non sono tutti uguali e di certo per l'on. Mantovano persone come Piera Aiello, Pino Masciari, Ulisse, Antonio Candela, Francesca Inga etc. sono Testimoni poco inclini ad accettare i diritti come favori.

Ma andiamo per gradi... e soprattutto diamo la parola a chi è in grado di smentire tutti i bei propositi raccontati dall'on. Mantovano. Perché in Italia lo sappiamo tutti esistono le leggi a tutela ma c'è chi le calpesta regolarmente sentendosi autorizzato da un potere supremo che non si capisce da chi gli sia mai stato conferito.

La parola a Piera Aiello:
On. Mantovano, innanzitutto desidero informarla che non siamo per niente "ben lontani" da quando c'era l'Alto Commissariato, perché siamo certi che Rita Atria si sarebbe uccisa anche oggi. Non è cambiato il trattamento umano (siamo sempre oggetti da "gestire", se lo ricorda il nostro non certo sereno colloquio in Commissione? Se lo ricorda? Cercai di spiegarle le nostre difficoltà e lei mi rispose che la Commissione non era un centro di ascolto. Se lo ricorda di quando le chiesi con che metro di valutazione venissero liquidati i Testimoni e le dissi che ero disposta a portarle degli esempi concreti di Testimoni liquidati dal suo ufficio con benefici che mai la sottoscritta ha avuto il piacere di godere? Si ricorda la sua risposta? Purtroppo non la posso scrivere perché non l'avete verbalizzata e non ho le prove anche se ho i testimoni (per esempio il mio avvocato).

Le risponderò per gradi.

Lei dice per esempio: "Segnalo che i testimoni di giustizia hanno accesso a mutui agevolati senza dover prestare garanzie, in virtù di una convenzione stipulata con un importante istituto bancario e questo non accade per i collaboratori. Hanno facoltà di chiedere allo Stato l'acquisizione, a prezzi di mercato, dei beni che lasciano nella località di origine se si sono trasferiti, e anche questo non accade per i collaboratori"

Di questa legge io ne ho usufruito in parte, cioè avete predisposto la concessione del mutuo ma al momento non avete ancora trovato (per difficoltà a me sconosciute) le modalità per erogarmelo (cioè fumo).

E dice anche: "Dall'approvazione della legge 13 febbraio 2001, n. 45 si è molto lavorato sul terreno del reinserimento socio - lavorativo del testimone, nella consapevolezza che esso non può prescindere, così come prescrive la legge, dal tenore di vita e dal tipo di attività che ha preceduto l'ingresso nel programma di protezione.

Il discorso è relativamente più agevole quando il testimone, in precedenza, aveva svolto un lavoro autonomo, per esempio aveva gestito un esercizio commerciale o aveva condotto una azienda, mentre presenta aspetti più problematici nelle ipotesi in cui l'attività antecedente alla deposizione era alle dipendenze dei privati, ma anche da questo punto di vista si è lavorato per reinserire chi aveva questa condizione pregressa. La trattazione dei singoli casi riguardanti i testimoni è avvenuta e avviene col coinvolgimento attivo degli stessi interessati ai quali è chiarito, nel corso delle audizioni svolte in commissione, che non devono in alcun modo in sentirsi controparte rispetto allo Stato, bensì protagonisti delle scelte relative al proprio futuro, contribuendo in modo propositivo alla formazione delle decisioni che li riguardano. Le audizioni, peraltro, permettono alla commissione di avere l'esatta cognizione della condizione dei testimoni di giustizia e quindi di poter adottare i provvedimenti ritenuti più aderenti alla soluzione dei problemi rappresentati.

Sui testimoni giochiamo una partita difficile: quella della credibilità delle istituzioni nella lotta la criminalità. La garanzia di un adeguato futuro ai testimoni e alle loro famiglie è in grado di incoraggiare altri a non avere remore nel riferire quanto è a propria conoscenza alle forze dell'ordine e all'autorità giudiziaria. Obiettivo primario, peraltro, è consentire il più possibile, se ovviamente il testimone lo desidera o lo chiede, la permanenza nel luogo di origine attraverso adeguate misure delle quali, in ogni caso, va sempre verificata la possibilità"

Da queste sue frasi ho capito che io non sono una Testimone perché di tutte le belle cose da lei scritte io, mia figlia e la mia famiglia (mio padre non lavora più da quando io ho testimoniato) non ne abbiamo vista nemmeno l'ombra. E' vero, lei ha cercato di coinvolgermi ma il mio ruolo è sempre stato passivo: lei decideva ed io dovevo dire sì. Scusi ma io ho un'altra idea di "partecipazione" e di democrazia.

Insomma, onorevole Mantovano, lei può raccontare tutto quello che vuole nelle risposte alle interpellanze ma le propongo di dire le stesse cose in un dibattito parlamentare in cui invitate i Testimoni di Giustizia che si sentono calpestati, offesi e annullati dalla vostra arroganza e incompetenza. Io sono disponibile al confronto sia pubblico che nelle sedi istituzionali.

Dal mese di agosto aspetto di essere convocata in Commissione per parlare della mia vita. Io non esisto come Piera Aiello per voi e per lei. Mi dice che non esisto ma mi notifica le comunicazioni con le mie vecchie generalità (l'ultimo documento che mi è pervenuto sull'argomento è lo stralcio del verbale di riunione del 10 settembre 2008 - Ministero degli Interni). Da anni sto aspettando che la mia casa venga acquistata come recita la legge e voi mi avete offerto una cifra che umilia i sacrifici miei e di tutta la mia famiglia. In tutti questi anni nessuno di voi si è mai chiesto come ho fatto a sopravvivere. Ho mantenuto mia figlia agli studi e ho cercato di parlarle del senso dello stato nonostante lei stesse subendo sulla propria pelle i soprusi del potere.

Io non attenderò a lungo la convocazione, 17 anni sono troppi, io non mi sono uccisa perché accanto a me ho avuto i SICILIANI e gli ITALIANI VERI. Ma io mi sono salvata perché Rita si è uccisa e quella morte deve pesare sulla coscienza di tutti coloro che si definiscono per me impropriamente "Stato".
Finisco dicendole che non riuscirete a far morire Piera Aiello perché la storia e la vita delle persone non si eliminano con un atto amministrativo. Lei una volta sosteneva che i Testimoni devono andare nelle scuole... devo desumere che parlava solo di quei Testimoni che lei ritiene "opportuno" vadano. Io andrò ancora nelle scuole e niente e nessuno potrà fermare la mia voglia di gridare che sono Piera Aiello, nata a Partanna e soprattutto DONNA LIBERA.
tratto da: www.ritaatria.it