Archivio Antimafia Duemila

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Lettere & Comunicati La lettera dell'avvocato Fabio Repici

La lettera dell'avvocato Fabio Repici

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11 marzo 2009
Di seguito riportiamo la "reazione" dell'avvocato Fabio Repici, al coupe de theatre avvenuto durante l'appello del processo "Mare Nostrum". Le accuse lette durante l'udienza sono gravi e le reazioni sperate.



Signor Presidente e Signori Giudici,

rimango sgomento. Pur a non voler eccedere in formalismo processuale, la sortita dei difensori di Giuseppe Gullotti oltrepassa ogni limite, di immaginazione prima ancora che di rispetto del rito: l’uno dei difensori proponendo il vecchissimo espediente dell’asserito ritrovamento di un plico anonimo negli ultimi giorni dell’anno scorso; l’altro difensore, con intervento ufficiale (ché tutti sappiano), certificandone autoreferenzialmente la versione; nessuno dei due, però, riuscendo a spiegare il ritardo della loro iniziativa.

Epperò è stata prodotta alla Corte la lettera attribuita dall’avv. Bertolone al dr. Olindo Canali e ne è stato letto pure uno stralcio, finito stamattina sull’organo di stampa ufficiale. Solo uno stralcio, naturalmente: come si usa fare quando l’obiettivo è mirato e non corrisponde alla verità dei fatti.

Poiché il documento coinvolge direttamente la mia persona, segnalo doverosamente quanto segue. Io non sto certo dalla parte del dr. Canali e dell’avv. Colonna. A tacer d’altro, dall’avvenuta nomina dell’attuale Procuratore generale (accadimento secondo me lesivo dell’immagine della magistratura messinese tutta), com’è pubblicamente risaputo, io sto da una parte (basti ricordare le mie parole nella conferenza del 9 novembre scorso su “La crisi della giustizia a Messina”), mentre il dr. Canali e l’avv. Colonna stanno da quella specularmente opposta. Se questo non bastasse, è dal giorno triste (triste per me ma soprattutto per la parte sana della società messinese) della morte del prof. Adolfo Parmaliana che la coscienza mi impedisce di mantenere quel minimo di rapporti che, pur ipocriticamente ma in ossequio alle regole di buona educazione, di regola corrono fra persone che frequentano gli stessi ambienti professionali.

È vero: ho avuto l’onore di assistere i familiari di Graziella Campagna, così come ho avuto l’onore di assistere i familiari di Beppe Alfano nell’ultimo rivolo del processo, riguardante il solo imputato Merlino. È noto come io preferisca patrocinare le vittime, anziché i carnefici; questi ultimi, poi, a differenza delle vittime, non hanno difficoltà ad assoldare avvocati ben più capaci di me. Per inciso, anche l’avv. Luigi Autru Ryolo tanto tempo fa assistette processualmente i familiari di Graziella Campagna, in un processo finito come molti (e di certo io fra questi) sanno.

Difendendo i familiari di Beppe Alfano, ovviamente, ho conosciuto, molti anni dopo la loro formazione e dopo la celebrazione della rituale istruttoria dibattimentale, gli atti di quel fascicolo. Così oggi ne so qualcosa. Naturalmente, un’infinitesima parte rispetto a ciò che possono sapere al riguardo l’avv. Bertolone e l’avv. Autru Ryolo, che difendevano in quel processo l’imputato Giuseppe Gullotti.

Quel che so, tuttavia, mi è sufficiente per ritenere del tutto incongrue ed in molte parti false le affermazioni del documento letto per stralcio dall’avv. Bertolone. So, ad esempio, che le prime dichiarazioni rese da Maurizio Bonaceto sull’omicidio Alfano vennero verbalizzate il 12 maggio 1993 a Roma, alla presenza di tre sole persone: il dr. Olindo Canali, l’avv. Ugo Colonna e l’allora cap. Nunzio Aliberti; nessun altro P.m., nessun sottufficiale e nessun altro militare, nessun ausiliario di cancelleria. Ma questo è un dato che a quei difensori (così come agli altri impegnati in quel processo) risulta da oltre quindici anni, se è vero che le misure cautelari per l’omicidio Alfano vennero eseguite il 18 novembre 1993 (ad eccezione che per Gullotti, che ricevette una qualche soffiata che gli consentì di sottrarsi alla cattura). Cosicché sorprende che se ne parli ora, dopo due giudizi di merito celebrati a Messina, due giudizi di rinvio celebrati a Reggio Calabria e addirittura tre pronunciamenti della corte di cassazione. Motivo per cui vien da pensare che siano altre, ed extraprocessuali (del resto, il presente processo non tratta dell’omicidio Alfano), le ragioni dell’ultima iniziativa.

Per tali motivi, mi permetto di dubitare della possibilità che le richieste dei difensori di Gullotti abbiano alcun pregio processuale. Naturalmente, come sempre, prenderò atto con il massimo rispetto delle decisioni che saranno adottate al riguardo dalla Corte. E, altrettanto naturalmente, comprendendo che sulla mia persona non sono ravvisabili ipotesi di incompatibilità ad assumere la veste di testimone, è perfino superfluo da parte mia sottolineare che, ove dovesse essere ritenuto utile all’accertamento della verità, sono a disposizione della Corte ed anche delle Autorità cui la presente è inviata per conoscenza.

Mi sia concessa un’ultima battuta, di natura personale, utile anche ad alleggerire il clima. Contrariamente a quanto affermato nel documento letto per stralcio dall’avv. Bertolone, non sono mai stato, nemmeno lontanissimamente, leninista. Sono cresciuto leggendo Weber, Gobetti e Calamandrei. Fortunatamente, avendo scelto come esempio pensatori del genere, non ho mai dovuto abiurare, né sul terreno della lotta alla mafia né su quello propriamente politico.
Con osservanza. Avv. Fabio Repici

Tratto da: stostretto-stostretto.blogspot.com
 

* La lettera anonima citata dagli avvocati difensori di Giuseppe Gullotti

Un Maxiprocesso per mafia. Aula bunker di Messina. Corte d’Assise d’appello. Si celebra “Mare Nostrum”. Alla sbarra capi e gregari delle famiglie della provincia tirrenica di Messina. 133 imputati in attesa del secondo grado. 28 ergastoli e 1646 anni di carcere. Si ricostruisce la storia criminale delle più sanguinose e violente cosche della provincia. Al setaccio 39 omicidi, 45 ferimenti, una lunga serie di estorsioni per il controllo del raddoppio della linea ferroviaria Messina-Palermo e attentati come quello che, il 27 febbraio 1992, distrusse il posto fisso di polizia di Tortorici inaugurato poche settimane prima. Il tutto frutto di una guerra tra la "vecchia" mafia barcellonese, quella collegata al clan catanese di NITTO SANTAPAOLA e il gruppo emergente di PINO CHIOFALO, l'allora capo della cosca di Terme Vigliatore che si alleò con il clan tortoriciano dei BONTEMPO SCAVO. Al vaglio sette anni di cruenta guerra mafiosa esplosa nel 1986 nel barcellonese all'indomani dell'omicidio del vecchio "padrino" FRANCESCO RUGOLO, suocero di GIUSEPPE GULLOTTI che prese in mano le redini del clan per la faida da combattere con i "chiofaliani". Si ripercorrono le evoluzioni del fenomeno mafioso in tutte le sue varianti. Il controllo del territorio, le estorsioni e le violenze e i rapporti delle famiglie con i colletti bianchi.

Poi ad un tratto un nuovo scenario si apre sul processo. Gli avvocati difensori Luigi Autru Ryolo e Franco Bertolone producono una lettera anonima e chiedono che venga messa agli atti. Una missiva recapitata da ignoti, in cui l’autore mette in discussione la colpevolezza del boss della mafia barcellonese Giuseppe Gullotti come mandante dell’omicidio del giornalista Beppe Alfano, e anche l’attendibilità delle dichiarazioni dell’ex collaboratore di giustizia Maurizio Bonaceto, teste chiave dell’accusa nel processo Alfano e, per quel che riguarda il maxiprocesso, nella condanna all’ergastolo inflitta in primo grado al boss Gullotti nel duplice omicidio Iannello-Benvenga. La lettera non è firmata, ma in molti si sentono di poter riconoscere l’autore.

Ne viene letto uno stralcio: «… Se togliete Repici, Colonna e qualcun altro, non è rimasto nessuno dalla mia parte. Anche Repici è dalla mia parte, sia pure a modo suo. È da quella parte in cui non si fanno sconti a nessuno. Neppure a quelli che, per un tratto o forse sempre, hanno camminato, con te, sulla stessa strada. «A Repici l’unico appunto che posso fare (se ancora posso fare appunti a qualcuno) è che, difendendo Piero Campagna nel processo per la morte della sorella, ha saputo, deve aver saputo, la verità sull’omicidio Alfano e sulle dichiarazioni di Bonaceto. Quella che io sospetto da tempo. Non certo dai tempi dell’indagine, ma almeno da un paio di anni a questa parte. Triste è stato doversi tenere dentro tutto. Repici non la dirà mai. E questo farà di lui, anche di lui, un “imperfetto”, rispetto a una sua perfezione morale, culturale e professionale quasi assoluta. I suoi dubbi, professati poi mica tanto in segreto e a non poche persone, sulla responsabilità di Merlino e di Gullotti, la dicono lunga sulla sua capacità di analisi e sulla sua onestà intellettuale. È un Leninista. Me lo fece capire un suo accenno, politicamente corretto e segno di grande conoscenza dell’ideologia marxista. Disse, una volta, (non ricordo a proposito di chi) “È un leninista, farebbe qualsiasi cosa per il potere“. Aveva ragione, ma questa frase va intesa bene, e credo di averla intesa giusta. Come Lenin con gli ideali puri del marxismo e della rivoluzione bolscevica, che erano da far trionfare in qualsiasi modo (e giustamente, ritengo io), anche Repici farebbe qualsiasi cosa pur di affermare la sacrosanta vittoria della Verità e della Giustizia sulla Mafia. Qualsiasi cosa, a qualunque costo. «La vittoria finale fa passare in secondo piano i mezzi e, soprattutto, le convinzioni personali. Come ho fatto io. Anche con Pippo Gullotti. Pippo Gullotti: che nemesi. Assolto da omicidi che aveva certamente commesso o di cui era certamente il mandante, finirà per aver scontato parte di pena per uno da cui è probabilmente estraneo…».

Tratto da: stostretto-stostretto.blogspot.com