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Lettere & Comunicati Il disagio storico del Mezzogiorno

Il disagio storico del Mezzogiorno

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di Laura Pupilli - 17 dicembre 2008
Alla lezione della storia dobbiamo riferirci per comprendere il lungo travaglio sociale del Meridione d’Italia. La famosa “questione meridionale” ha incoraggiato studiosi, sociologi, politici a prendere posizione.




Specie la letteratura si è mossa tra fatalismo e determinismo: da Verga a Capuana, De Roberto, Pirandello, Vittorini, Sciascia, Bufalino.
“Noi viviamo nel sogno” diceva Tommasi di Lampedusa attraverso il vecchio Gattopardo. Si resta sempre sorpresi quando la cultura letteraria riesce a “sublimare” degrado e mancanza di senso sociale collettivo. Il morbo ha le sue origini e le sue cause: da Verre ai Normanni ai Piemontesi. La razzia come costume e scelta di vita. Per tutto il Medioevo una ingiusta divisione del lavoro rafforzò la struttura baronale della società impiantata dai Normanni. Durante i secoli sedicesimo e diciassettesimo l’Italia del Nord, perdendo competitività manifatturiera, aprì ai mercanti Olandesi ed Inglesi, non comprendendo l’importanza di un decollo economico per il Mezzogiorno. Quando dalla fine del XVI sec. i mercanti olandesi ed inglesi comparvero massicciamente nel Sud Italia, non si comportarono in forme costruttive ma solo redditizie finanziariamente. Portavano manufatti delle loro  industrie domestiche in cambio dei prodotti della terra: olio, vino, grano e seta. Stessa storia con i Piemontesi, incapaci di gestire da Roma in giù un sano liberismo economico. Nel corso di ben nove secoli mercanti di ogni tipo attuarono il sistema del “mordi e fuggi”. Così Genovesi, Pisani, Fiorentini prima di Olandesi ed Inglesi. Si rafforzava il settore agricolo solo come potenzialità di sfruttamento, senza preoccuparsi di creare in loco una borghesia mercantile competitiva.
Il Paese fu e restò con un forte squilibrio tra un Nord aperto alle centrali economiche europee ed un pulviscolo di micro aziende meridionali coraggiose ma destinate a facile agonia. Il contesto ristagnava tra una ristretta cerchia di proprietari fondiari e latifondisti e una gran massa di contadini analfabeti. L’ambiente meridionale si incancrenì in questa dicotomia infelice e carica di oscuri presagi. La riprova è fornita dai meridionali stessi, che lasciarono il Paese, trasferendosi in ambienti culturalmente più favorevoli. La lezione della storia è dunque questa: per mutare la condizioni del Mezzogiorno occorre rimuovere i condizionamenti culturali del passato.
Come si fa a mutare mentalità, stili di vita, codici privati di moralità? Non è ingenuo credere nella consapevolezza della nuova generazione: una consapevolezza che nasce da una pedagogia scolastica attenta, convinta che l’insegnamento del passato possa valere come monito, attraverso una rilettura critica ed una creativa fiducia nelle proprie risorse mentali e territoriali.
L’immoralità interiorizzata è la forma più degradante specie per un giovane.