Archivio Antimafia Duemila

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Marco Travaglio Il caso Schifani comincia ora

Il caso Schifani comincia ora

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Il caso Schifani comincia ora
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di Marco Travaglio - Micromega 4/2008
Certe cose si possono anche scrivere sui libri, tanto quelli nessuno li legge. Ma non si possono dire in televisione. E quando qualcuno osa farlo viene attaccato a destra e a manca. Perché, evidentemente, è più interessante sapere che Schifani ha eliminato il riporto su consiglio di Berlusconi, piuttosto che conoscere i suoi rapporti coi mafiosi.

E allora, diamo la parola al diretto interessato, che di cose imbarazzanti ne ha dette tante.
Dunque è ufficiale, e parlo per esperienza: da quando Renato Schifani è assurto alla presidenza del Senato, cioè alla seconda carica dello Stato subito sotto il presidente della Repubblica, è divenuto un intoccabile. Non solo, come le signore di una volta, non si tocca nemmeno con un fiore. Ma, al massimo, lo si può sfiorare soltanto con un bacio. Come ha fatto al momento della sua elezione Anna Finocchiaro, la capogruppo dei Democratici reduce dai trionfi elettorali di Sicilia, dove s’è fatta doppiare da Raffaele Lombardo ed è stata subito premiata dal Pd. Chi non provasse analoga attrazione per lo statista palermitano può sempre tributargli una standing ovation di applausi, come ha fatto l’intero gruppo senatoriale del Pd (salvo rarissime eccezioni), soprattutto quando il neopresidente del Senato ha voluto commemorare Falcone e Borsellino e dichiarare guerra alla mafia. Pareva brutto, in quel momento così toccante, rammentargli i suoi rapporti societari nel 1979 con due personaggi (Nino Mandalà e Benny D’Agostino) attualmente in galera per mafia; o magari la sua presenza al matrimonio di Nino Mandalà; o ancora la sua consulenza urbanistica per il comune di Villabate alle porte di Palermo, talmente infiltrato dal clan mafioso Mandalà da essere successivamente sciolto non una, ma due volte per mafia. Infatti nessuno s’è alzato in parlamento per rammentargli quegl’imbarazzanti particolari biografici che avrebbero forse dovuto sconsigliare la sua nomina a una carica tanto importante, tanto più che i magistrati antimafia di Palermo stanno ancora verificando le gravissime accuse lanciategli l’anno scorso dal pentito Francesco Campanella (braccio destro di Mandalà, favoreggiatore di Bernardo Provenzano ed ex presidente del consiglio comunale di Villabate), secondo cui il nuovo piano regolatore Mandalà lo aveva «concordato con La Loggia e Schifani» (Ansa, 10-2-2007).
Non solo. Ma nemmeno ai giornalisti è consentito rievocare l’edificante biografia di questo campione dell’antimafia. O meglio, è lecito farlo soltanto nei libri (come han fatto Lirio Abbate e Peter Gomez in I complici), che si spera nessuno legga. In televisione queste cose non si dicono. Se invece uno le dice, viene attaccato anzitutto dalla baciatrice ufficiale Anna Finocchiaro, secondo cui dire la verità su Schifani significa «attaccarlo senza contraddittorio». Poi da Luciano Violante, secondo cui quelle verità su Schifani non sono altro che «pettegolezzi», diversamente dai fondamentali accenni al suo passato di sessantottino e al suo riporto poi eliminato in seguito ai consigli tricologici di Berlusconi: particolari, questi, che nessun giornale, nei ritratti ufficiali del neopresidente del Senato, ha potuto tacere in nome della completezza dell’informazione. Sui rapporti con i mafiosi, invece, silenzio di tomba. Forse per non disturbare il dialogo, gli applausi e i baci tra maggioranza e sedicente opposizione (quella dei «diversamente concordi», per dirla con Ellekappa). O forse perché, come ha spiegato Giuseppe D’Avanzo, non «appare sufficiente quel rapporto lontano nel tempo – non si sa quanto consapevole (il legame tra i due risale al 1979; soltanto nel 1998, più o meno vent’anni dopo, quel Mandalà viene accusato di mafia) – per persuadere un ascoltatore innocente che il presidente del Senato sia in odore di mafia. Che il nostro paese, anche nelle sue istituzioni più prestigiose, sia destinato a essere governato (sia governato) da uomini collusi con Cosa Nostra».
Insomma, i fatti sarebbero vecchi (ma la consulenza a Villabate è di 10-12 anni fa, quando Schifani entrò per la prima volta in parlamento). E se nessuno li ha ricordati nei chilometrici ed encomiastici ritratti della neo-seconda carica dello Stato è perché – D’Avanzo dixit – «un lavoro di ricerca indipendente non ha offerto alcun – ulteriore e decisivo – elemento di verità. Siamo fermi al punto di partenza. Quasi trent’anni fa Schifani è stato in società con un tipo che, nel 1994, fonda un circolo di Forza Italia a Villabate e, quattro anni dopo, viene processato come mafioso». Discorso deboluccio, sia perché sui fatti di Villabate la magistratura sta ancora indagando in seguito alle recentissime dichiarazioni di Campanella (roba di un anno fa: per scoprirlo non occorre un gran «lavoro di ricerca indipendente», basta leggere l’Ansa); sia perché un mafioso non diventa mafioso nel momento in cui viene incriminato o condannato per mafia. Era mafioso anche prima, si presume fin da giovane, visto che Cosa Nostra – diversamente dalla Chiesa – non conosce le vocazioni adulte. Al Capone non fu mai condannato per mafia, ma solo per evasione fiscale, eppure a nessuno salterebbe in mente di ricordarlo come un noto evasore fiscale. E in terra di mafia tutti sanno chi sono i mafiosi, visto che questi si guadagnano il rispetto generale controllando il territorio e incutendo timore nella gente. I primi a sapere chi sono i mafiosi sono proprio i politici, visto che la mafia controlla importanti pacchetti di voti. Se Schifani non s’era accorto di chi fosse il mafioso che da giovane era stato suo socio e anni dopo l’aveva invitato al suo matrimonio, è meglio che non faccia politica. Se invece se n’era accorto, idem come sopra. In ogni caso, i cittadini hanno il diritto di sapere queste cose, e i giornalisti hanno il dovere di raccontarlo.
È anche lecito interrogarsi sul precipitante scadimento della nostra classe politica, visto che il senato ha avuto come presidenti grandi personaggi della politica come Enrico de Nicola, Cesare Merzagora, Amintore Fanfani e Giovanni Spadolini, prima di ridursi a uno Schifani. Confrontare gli statisti di ieri e di oggi non significa «delegittimare le istituzioni»: semmai, a delegittimarle, è chi sceglie uno come Schifani alla seconda carica dello Stato. Lo status di presidente del Senato non può trasformare uno Schifani qualunque in uno statista, salvo pensare – con il cavalier Berlusconi – che chi assume una carica pubblica è «unto del Signore». Non basta issare un nano in cima a una scala per farne un gigante. A questo proposito, siccome è ufficialmente vietato dire male di Schifani, ci sarà consentito almeno dare la parola allo stesso Schifani. Per ripercorrere, attraverso i suoi detti celebri, la sua carriera di grande statista.