Archivio Antimafia Duemila

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Marco Travaglio Giustizia differenziata

Giustizia differenziata

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di Marco Travaglio - 17 giugno 2008
A questo punto, con un piccolo emendamento, si potrebbe invertire l’ordine dei fattori. Le prostitute vanno a pattugliare le strade e le discariche, almeno di notte, per la gioia dei clienti e di qualche parlamentare e dirigente televisivo.



I militari vanno a presidiare i tribunali di Milano, di Napoli e tutti gli altri che stanno processando o potrebbero processare Berlusconi e la sua band, pronti a irrompere in aula per deportare i giudici a Guantanamo o in un carcere egiziano, sulla scia di Abu Omar. Oppure per espellerli con foglio di via e accompagnamento alla frontiera in quanto togati clandestini. O magari per smaltirli in appositi inceneritori come magistrati tossico-nocivi, nell’ambito della nuova Giustizia differenziata: i suoi reati sono meno reati degli altri, i suoi processi sono meno processi degli altri. Se invece si volesse salvare il dialogo con il Pd, si potrebbe optare per una soluzione più soft: anziché cacciare dall’ordine giudiziario il giudice Pinatto, quello che impiega 8 anni per scrivere una sentenza, è meglio nominarlo superprocuratore e supergiudice unico per i processi a Berlusconi, affinchè le sue indagini e le sue sentenze arrivino quando saremo tutti morti. Almeno si riuscirà ancora a processare qualcuno. La soluzione escogitata dagli on. Carlo Vizzini e Filippo Berselli, infatti, è un po’ troppo ampia: come se il chirurgo usasse il machete al posto del bisturi; come sparare alle quaglie col bazooka. I loro emendamenti al decreto sicurezza prevedono che: 1) si celebrano subito i processi per reati di particolare urgenza, che poi sono quelli che Berlusconi - che si sappia, almeno ­ non ha ancora commesso. Se resta tempo, si passerà agli altri. È la giustizia modello Alitalia, con tanto di liste d’attesa. Ogni tanto la hostess chiama un cliente perché s’è liberato un posto, semprechè l’azienda non fallisca. 2) si sospendono per un anno i processi sui fatti commessi fino al 30 giugno 2002 «in uno stato compreso tra la fissazione dell’udienza preliminare e la chiusura del dibattimento di primo grado», per dar modo all’imputato di riflettere sulla possibilità di patteggiare. Un imputato a caso: il Cainano, che nei processi Mills e Mediaset deve rispondere appunto di fatti commessi fino al 2002. Poi, è vero, deve pure rispondere a Napoli di corruzione con Saccà e a Roma di istigazione alla corruzione nei confronti di senatori voltagabbana. I fatti sono di un anno fa, ma siamo ancora in udienza preliminare, c’è tutto il tempo di varare il lodo Schifani- bis, lo scudo spaziale per le alte cariche dello Stato, prima della sentenza. C’era pure il rischio che uscissero le altre intercettate sulla chat line Silvio-Agostino, che potrebbero andare in controtendenza rispetto al baciamano al Papa. Ma a bloccarne la pubblicazione fino al processo provvede la legge-bavaglio Alfano-Ghedini. «Fino al processo» si fa per dire, perché con lo scudo spaziale il processo non si farà più. Segreto tombale. Incastro niente male, complimenti vivissimi. Il Cainano non delude mai: quando ti aspetti che faccia una porcata, la fa. Oltretutto ha la fortuna di agire in un paese di smemorati e finti tonti, quelli che non si accorgono mai di nulla. Pierluigi Battista domanda sul Corriere: «quale disegno criminoso è venuto alla luce dai brogliacci delle conversazioni private di Deborah Bergamini?» (ma l’ex dirigente Rai non parlava dei fatti suoi, parlava dei fatti nostri, pubblici: come nascondere sulle reti Rai la sconfitta elettorale di Berlusconi alle regionali del 2005); e «qual è la nefandezza penale commessa dal premier Berlusconi (che non era premier, ndr) che al telefono intercettato (non era lui l’intercettato, era Saccà, ndr) sollecitava il direttore generale della Rai (non era direttore generale, ma direttore di Raifiction, ndr) a inserire nel casting alcune attrici (non erano attrici, ma amiche sue e di un senatore dell’Unione, ndr)?». Ecco: con un’informazione così, lui può dire e fare ciò che vuole. Tanto, intorno a lui, fanno finta di niente. Quelli che «Berlusconi è cambiato». Quelli che «stavolta non farà come le altre perché ha risolto i suoi problemi». Quelli che «ora si può dialogare». Quelli che «ora studia da statista». Quelli che «il conflitto d’interessi non interessa». Quelli che «figuriamoci se fa altre leggi ad personam». Quelli che «se ne fa un’altra, basta dialogo». Quelli che, come diceva Totò, «mica so’ Pasquale, io».


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