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Marco Travaglio Gli scambisti del voto

Gli scambisti del voto

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di Marco Travaglio

Gli scambisti del voto di Marco Travaglio  Dire che si è sempre fatto così lascia il tempo che trova, anche perché non è proprio vero. Ma di Clementimastella, piccoli medi o grandi,la storia d’Italia è piena da prim’ancora che si chiamasse Italia.

 Da noi il feudalesimo non è mai davvero finito, ma nemmeno cominciato: è sempre esistito . Tanto che Mussolini, potendoselo permettere, ripeteva: “Governare l’Italia non è difficile: è inutile”. ,
Ma c’è chi attribuisce la frase a Giovanni Giolitti, convinto che raddrizzare i costumi degl’italiani fosse fatica sprecata: “Io sono un sarto che, quando il cliente è gobbo, deve fargli la giacca con la gobba”. Democrazia o dittatura, Stato assoluto o Stato moderno, il familismo amorale, magari allargato fino ai confini del feudo e della piccola patria, è l’unica Costituzione materiale conosciuta. C’è sempre qualcuno più uguale degli altri, soprattutto se vota e fa votare. O applaude e fa applaudire. Tornato a Roma dopo il confino, per finanziare la sua campagna elettorale Giulio Cesare attinge a piene mani dagli amici finanziatori, soprattutto da Crasso, il re dei palazzinari, poi ricompensato con lauti appalti di Stato. Quando poi diventa dittatore e dei voti può fare a meno, si diverte a censire i beneficiari delle elargizioni pubbliche per scovare i frodatori: ne scopre 150 mila. Anche gli imperatori, per mantenere il potere, devono ingraziarsi il popolo. Panem, circenses e sesterzi.Domiziano, durante i giochi al Colosseo, fa lanciare agli spettatori migliaia di gettoni che garantiscono l’ingresso gratis nei bordelli. E quando a Roma s’insedia il potere temporale dei Papi, la situazione peggiora. Pio II, al secolo Enea Silvio Piccolomini, regnante a metà del ’400, si dedica una strofa in rima: “Quand’ero solo Enea / nessun mi conoscea / ora che sono Pio / tutti mi chiaman zio”.  Ci vuole lo scossone del Risorgimento, nato dal sangue di tanti patrioti e dal calvinismo di certi piemontesi (che non a caso parlavano francese, vedi Cavour) per aprire una breve parentesi di buongoverno. Nel suo bel libro Ingovernabili da Torino  (Mursia), Mario Costa Cardol racconta che “a Torino un direttore generale di ministero era capace di negare, per ragioni di servizio, anche un modesto favore a personaggi reputati influenti. Alessandro Manzoni, somma gloria letteraria e senatore del Regno, vide imposto al proprio genero, Cesare Garavaglia, il trasferimento da Milano a Torino, malgrado egli avesse chiesto per lettera, all’amico conte Stefano Jacini, ministro dei Lavori Pubblici, di evitarea Cesare i fastidi di un trasloco”. Pietro Paleocapa, scienziato e patriota bergamasco, dal 1849 ministro del governo D’Azeglio, respinge suppliche e pressioni clientelari dei concittadini tagliando fuori Bergamo dalla ferrovia Milano- Venezia. Poi arriva al potere la sinistra storica dei Depretis e dei Crispi, e l’Italia torna a essere quella di sempre: l’Italia del palio, delle contrade, e soprattutto dei collegi da ingrassare. Anche il fascismo le si arrende quasi subito, con i suoi “ras” sparpagliati sul territorio, ciascuno devoto al natìo borgo selvaggio, con relativi clientes e prebende in camicia nera. E, dopo il Ventennio, il sogno di un’Italia diversa sbocciato sulle montagne della Resistenza dura lo spazio d’un mattino: giusto il tempo di fagocitare le sparute culture intransigenti, quella azionista e quella cattolico-liberale, cioè le minoranze che han fatto il miracolo di imporre a un paese arretrato una Costituzione molto,forse troppo avanzata.  
Nel suo Mi raccomando. L’arte della spintarella da Garibaldi a Berlusconi  (Baldini&Castoldi), Daniele Martini sintetizza il ciclo di vita dell’italiano medio: si raccomanda per un buon posto in clinica e una migliore assistenza al parto; “sistema” i figli a scuola nella classe possibilmente migliore; poi va a caccia di un aiutino per farli uscire dalla disoccupazione; quindi cerca qualche amico per raddrizzare le storture burocratiche e lubrificare le pratiche dell’eredità; chiama questo e quello per trovare un buon letto in ospedale; infine si raccomanda per un posto al camposanto. Così, giorno dopo giorno, la democrazia si svuota e diventa un simulacro. Si vota sempre regolarmente,pure troppo, ma il voto è truccato: chi fa favori riesce regolarmente eletto, chi riceve favori o spera di riceverne è suo prigioniero per sempre. 
Svettano alcune leggende del neofeudalesimo, imperiture nei secoli. Il ministro Franco Nicolazzi, ovviamente dei Lavori pubblici, fa arrivare l’autostrada da Torino a Gattico, piccolo borgo novarese dove lui guarda caso risiede. La “Roma-Gattico” fa il giro del mondo, mentre Nicolazzi inciampa nelle carceri d’oro, costruite con le tangenti dagli stessi che le inaugureranno come ospiti. Non che a Nord- Est le cose cambino granché: con la differenza che lì i feudatari dorotei, con i loro vassalli, valvassori e valvassini, si dimenticano financo di far arrivare le autostrade. La triade Piccoli-Rumor-Bisaglia ha dato il nome a una sola strada, tuttoggi ricordata come “Pirubi” (l’assonanza con uncerto verbo è tutt’altro che casuale) dai camionisti incolonnati nel traffico che smoccolano contro quei politici che rubavano e nemmeno costruivano. Eppure Tony Bisaglia era così tronfio della propria onnipotenza nel “suo” Veneto da meritarsi uno stornello popolare: “Par el so vivo interessamento / sorge el sol e cresse el vento”.  
Tangenti per grazia ricevuta
Poi c’è il Centro-Sud, dove i ras territoriali sono uno, due al massimo per collegio elettorale, con tecniche clientelari talmente raffinate da scavalcare in perversione il Kamasutra. Leggendario il caso dell’onorevole siciliano Carmelo Santalco che – racconta Filippo Ceccarelli – “riuscì a far nominare dai suoi nemici consultore della Cultura della provincia di Messina un contadino analfabeta di Enna: per poi rivelare il tutto, additando al pubblico ludibrio la nequizia di una segnalazione da lui stesso congegnata”. Al confronto, il Cetto La Qualunque di Antonio Albanese – quello che sistema la figlia come primario d’ospedale perché “non avrà magari la laurea, ma ha le mani di fata” – è un dilettante alle prime armi. Remo Gaspari regna e governa, oltre che a Roma, nella natìa Gissi in quel di Chieti, dov’è anche sindaco. Lo chiamano Duca degli Abruzzi, San Remo, don Re’ e soprattutto zio Remo. Riempie la regione di raccomandati (ma – teorizza – senza esagerare, perché “troppi raccomandati uguale nessun raccomandato”) e di autostrade, svincoli e complanari a più corsie, percorse più che altro da trattori e carri da fieno. Quando lo accusano di andare allo stadio sull’elicottero di Stato, Elio e le storie tese gli dedicano una canzone, Sabbiature, censurata in diretta dalla Rai durante il concerto del Primo Maggio. Nel ’92, uno dei sintomi della fine dell’impero è la reazione popolare, decisamente spropositata rispetto al solito, alla notizia che lo Zio Remo ha usato il velivolo blu per atterrare a una sagra culinaria a Rojo del Sangro. Solo pochi mesi prima passavano quasi inosservate “la fantastica improvvisata che il ministro della Protezione Civile Lattanzio volle fare al suo amico Antonio Gava festosamente sorvolando il ricevimento di matrimonio del figliolo”, sempre a bordo dell’elicottero di Stato; e la richiesta di rimborso multimilionario fatta dalla Corte dei Conti all’ex ministro dei Trasporti, Claudio Signorile, inguaribilmente allergico ai voli di linea.  
La Campania fa storia a sé. Ciriaco De Mita riesce a portare un mega-stabilimento Parmalat nella piccola Nusco (Avellino), dove guarda caso abita, grazie alla generosità dell’amico Calisto Tanzi (poi pagata cara e salata da 135 mila risparmiatori truffati dal crac Parmalat del 2003).E quando il suo ex-portaborse, Clemente Mastella da Ceppaloni, morde la mano che l’ha nutrito e ben pasciuto, i due litigano furiosamente, in contemporanea con le rispettive consorti armate di mestolo. La zona intanto passava alla storia per il più alto tasso di pensionati d’invalidità, come se i bombardamenti della seconda guerra mondialeda quelle parti fossero proseguiti fino agli anni ’80. E proprio nel 1980 l’avellinese, come gran parte della Campania e della Lucania, viene devastato prima dal terremoto e poi – le disgrazie non vengono mai sole – dalle ruberie e dagli sprechi sulla cosiddetta “ricostruzione”.Lo stesso avviene a Napoli, spartita quartiere per quartiere tra i vari ras democristiani e non: una cupoletta chiamata “interpartitico”. Una fetta a Cirino Pomicino, una a Gava (uso a farsi baciare la mano dai clientes, soprattutto nella piccola patria di Castellammare di Stabia), una a Vincenzo Scotti, una ad Alfredo Vito detto ’o prevete o mister 100mila preferenze (riceveva postulanti e tangentisti in un apposito studio in Santa Lucia sempre aperto anche di notte), una al “liberale” Franco De Lorenzo, una al socialista Giulio Di Donato, una al comunista consociativo di turno. Roba da far impallidire Achille Lauro, che nel dopoguerra capitanava il partito monarchico e, per garantirsi i voti del popolino, regalava paia di scarpe, ma a rate: quella destra prima delle elezioni, quella sinistra dopo.Un giorno, a metà degli anni ’80, Pomicino vola a Houston per una delicata operazione al cuore: temendo di non uscirne vivo, fa voto alla Madonna di Pompei che, se tutto andrà bene, donerà 100 milioni di lire a un prete di strada che ospita ragazzi orfani. Poi, tornato a Napoli sano e salvo, anziché onorare il voto convoca il costruttore Franco Zecchina e gli intima di versare al sacerdote 10 milioni a Natale e 10 a Pasqua per cinque anni. Quello lo guarda sbalordito: “Scusate onore’, il voto l’avete fatto voi, il cuore è vostro, perché aggia paga’ io?”. Il pm, nel processo poi finito in prescrizione, osserverà: “E’ singolare che il Pomicino pretendesse di fare la carità con i soldi degli altri”. Ma Zecchina paga in silenzio, anche perché attende certi appalti per la ricostruzione post-terremoto. Meglio non contrariare l’onore’.  
Da Roma ladrona agli amici padani
Alla fine della Prima Repubblica, si arrende anche la Cassazione, che allarga le braccia e sentenzia: “La ricerca della raccomandazione è ormai tanto profondamente radicata nel costume da apparire agli occhi dei più come uno strumento indispensabile per ottenere non soltanto ciò a cui si ha diritto, ma anche per restituire accettabile funzionalità a strutture pubbliche inefficienti”. Poi però – così almeno ci raccontano – arriva la Seconda Repubblica. E il suo partito più nuovo, la Lega Nord, giura “mai più Roma ladrona”. “La Lega – tuona Bossi – spazzerà via il clientelismo politico-mafioso”. Figurarsi lo sconcerto dei padani in camicia verde quando Gian Antonio Stella rivela sul Corriere che il Senatur ha sistemato il fratello Franco, titolare di un’autofficina a Fagnano Olona, e il figlio Riccardo, studente fuoricorso, al Parlamento europeo come “assistenti” degli onorevoli Matteo Salvini ed Enrico Speroni. E ancor di più quando si scoprono le morbose attenzioni riservate dal cosiddetto ministro della Giustizia Roberto Castelli, al collegio di Lecco: il suo. Nel 2001, l’ingegner ministro individua subito l’uomo giusto per risolvere l’annoso problema dell’edilizia carceraria – una “professionalità di particolare qualificazione ed esperienza in grado di seguire i problemi dell’amministrazione penitenziaria in genere e in particolare quelli dell’edilizia penitenziaria” – nella persona di Giuseppe Magni. Chi è costui? Un vecchio amico di Castelli, regista della sua campagna elettorale, ma soprattutto, narra Stella, “ex artigiano metalmeccanico (fili da saldatura) ed ex grossista di pesce, sindaco leghista di Calcoin quel di Lecco nonché (recita il curriculum) ‘parlamentare eletto dalla provincia di Lecco al parlamento di Chignolo Po’: cioè il ‘parlamento padano’ dove i bossiani giocavano alla secessione. Dotato di auto blu, scorta armata e 48 milioni di lire di stipendio per i primi sei mesi (paga poi raddoppiata il 2 gennaio 2002, in linea con la nuova moneta: 46.482 euro a semestre), Magni si mette all’opera, anche se non è ben chiaro che cosa faccia.Quel che è certo è che il suo contratto verrà rinnovato di semestre in semestre per ben sette volte, cioè per oltre tre anni. Finché incapperà nella maglie della Corte dei conti, che ricostruirà così le sue mansioni di ‘esperto’: relazioni insulse ‘senz’alcuna documentazione’, ‘affermazioni del tutto generiche’, allusioni ad ‘alcuni progetti (quali?)’. Insomma, aria fritta. Ma fritta così bene da dare ‘la netta impressione che egli si consideri a capo dell’amministrazione carceraria’. Una patacca che la magistratura contabile accollerà non soltanto a Magni, ma anche a Castelli, denunciando ‘l’eclatante illegittimità e illiceità del comportamento del ministro’ e condannando i due a risarcire lo Stato, in solido, con 98.876,96 euro, fifty fifty”. E che cos’è se non bieco clientelismo la battaglia in difesa di Malpensa, un aeroporto che non vuole nessuno al di fuori della cinta daziaria di Sesto Calende, per giunta svuotato di clienti da una classe dirigente padana che ha seminato nuovi aeroporti sotto ogni campanile?   Al di sotto di ogni sospetto
In Calabria e Sicilia vanno forte le dynasty, che scavalcano le Repubbliche e bypassano le leggi elettorali, dal proporzionale al maggioritario al Porcellum, senza perdere un colpo né una tessera. Tutto ereditario. A Cosenza regnano i Mancini, di padre in figlio in nipote, equamente suddivisi tra destra e sinistra. A Sciacca i Mannino. Ad Agrigento i Cuffaro. A Messina i Gullotti-Genovese, dalla vecchia Dc al “nuovo” Pd. E poi dicono che la famiglia è in crisi.Se è sbagliato dire che “così fan tutti”, è vero che non esistono insospettabili.L’allora presidente del Senato Marcello Pera, austero epistemologo allievo (dice lui) di Popper, trova il tempo di sollecitare strade e svincoli d’asfalto in Versilia, tra una prefazione ai libri del Papa e una lezione sul futuro del liberalismo. Nella Regione Campania dell’ex “innovatore” Antonio Bassolino, le commissioni spuntano come funghi: addirittura una per il Mare e una per il Mediterraneo; e il cosiddetto Commissariato straordinario per l’emergenza rifiuti diventa un ufficio di collocamento che si fuma 12 miliardi di euro in 15 anni senza smaltire un grammo di monnezza,grazie anche ai sindaci di destra, di centro e di sinistra aggrappati ai rispettivi municipi al grido “la discarica la fate nel paese vicino!”. Nel Molise fa chiacchierare di sé financo Antonio Di Pietro, simbolo di Mani Pulite, per via del figlio poliziotto Cristiano che, in veste di consigliere provinciale a Campobasso, indossa il vestito buono e scende a Roma al ministero delle Infrastrutture per discutere di energia eolica col padre (nemmeno, si presume, un secondo di anticamera).E perfino Nichi Vendola, il più“alternativo” dei leader gauchisti, appena eletto governatore di Puglia scivola su 31nuove assunzioni all’Acquedotto Pugliese (che, lo diceva già Salvemini, “ha sempre dato più da mangiare che da bere”): tutti figli, nipoti, fratelli, cugini, cognati di politici e sindacalisti, compreso il pargolo di un suo assessore. Ma qui almeno un moto di scandalo c’è stato: molto più forte di quello suscitato sempre in Puglia dalle voci (smentite dall’interessato) su una generosa distribuzione di pasta tra gli auspicati elettori del dalemiano Nicola Latorre. O dall’imbarcata di 86 parenti assunti come portaborse dai consiglieri regionali della Calabria, gli stessi che poi hanno vietato per legge l’assunzione di familiari perché, si sa, lo spirito è forte ma la carne è debole.  A questo punto resterebbe da addentrarsi nel piccolo, ma favoloso regno di Ceppaloni, tutt’intorno a villa Mastella e alla celebre piscina a forma di cozza o – come precisa la signora Sandrina dal domicilio coatto – “prego: di capasanta”. Ma mancano lo spazio e, soprattutto, le forze.Alla prossima puntata.  

Anno 4 - n.31- Marzo 2008
Articolo uscito in Giudizio Universale,