Archivio Antimafia Duemila

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Marco Travaglio Gli ultimi giorni di Ceppaloni

Gli ultimi giorni di Ceppaloni

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di Marco Travaglio - 31 marzo 2008
Siccome - diceva Carlo Marx - le tragedie della storia prima o poi si ripetono, ma in forma di farsa, gli ultimi giorni dell’Udeur non si sono consumati in un bunker nibelungico di Berlino, ma in una più casereccia palestra di Arpaise, in Ceppalonia.

Lì - racconta l’ex senatore Mauro Fabris al Sole24 ore - gli Adolf ed Eva de noantri, al secolo Clemente e Sandrina, hanno riunito l’estremo Consiglio nazionale del partito, o quel che ne restava. Dopodiché, liberi tutti. Dismessa la tracotanza del capocasta da quando è in mezzo a una strada, Fabris s’abbandona a confidenze davvero illuminanti sul destino cinico e baro che s’è abbattuto sul politico più citato e corteggiato degli ultimi due anni, ora abbandonato al suo fato di solitudine e astinenza da poltrone. Dice Fabris: «Mi hanno espulso dall’Udeur per aver nuociuto all’immagine del partito»: proprio lui che, oltre a essere l’unico parlamentare mastelliano sopra il Rubicone (risiede a Camisano Vicentino), è anche uno dei pochi incensurati e a piede libero. Racconta di aver provato a «spiegare ai 14 fra deputati e senatori del Campanile che tre mesi fa stavano in Parlamento, ai 20 consiglieri regionali, agli assessori, ai sindaci», perché ora non sono più nulla. Ma non ci è riuscito. Racconta che zio Clemente, nei giorni della disgrazia, quando non lo voleva più nessuno e persino Berlusconi (che non ha mai buttato via niente) lo riteneva impresentabile, pensava ancora di «correre da solo» con una lista Udeur-Udeur, ma ripeteva meccanicamente «o mia moglie o mio figlio». La famiglia innanzitutto, anche nell’ora della prova. «Esauriti tutti i margini, c’è stata la pagliacciata del Consiglio nazionale che Clemente ha voluto riunire a tutti i costi in una squallidissima palestra di Arpaise, vicino Ceppaloni. E lì ancora rilanci, proclami, ultimatum alle forze politiche che ci avevano scaricato. Una situazione surreale: Mastella giocava a pallavolo mentre gli altri disputavano una partita di calcio».
Alla fine, mestamente, le truppe mastellate dopo 32 anni di disonorato servizio si sono allontanate alla chetichella dalla palestra, lasciando sola la Sacra Famiglia. «Tutto vaporizzato», geme il povero Fabris: «molti sono andati con Casini, altri con il Cavaliere». Uno per tutti: Tommaso Barbato, lo sputacchiere del Senato che ha improvvisamente scoperto di avere «un progetto politico col centrodestra». Berlusconi aveva giurato di non ricandidarlo, infatti l’ha puntualmente ricandidato nelle liste apparentate dell’Mpa di Raffaele Lombardo (liste talmente profumate che Cirino Pomicino, ripeto: Cirino Pomicino ­ ha giudicato «impresentabili»). Altri ­ almeno quelli senza manette - han trovati casa dove capitava. Mastella li ha definiti «signori nessuno» e lui modestamente li conosce bene, tant’è che se li era scelti lui. In ogni caso ­ osserva Fabris ­ «Clemente si è messo al riparo: i soldi del finanziamento pubblico e quelli per il Campanile (il prestigioso quotidiano Udeur, ndr) arriveranno a lui fino al 2001». Senza contare la buonuscita di 300 mila euro a titolo di «assegno di reinserimento nella vita sociale», una sorta di «tfr dovuto per legge», precisa l’interessato. Non morirà di fame, ecco, almeno quello. A scanso d’equivoci ­ rivela Fabris ­ «Mastella s’è inventato due liste civiche alla Provincia di Benevento che appoggiano il Pd. Ma si può?». Ma sì che si può. Fabris aveva anche pensato di appellarsi ai probiviri, perché sembra incredibile, ma anche l’Udeur aveva i suoi uomini probi. Tre, per l’esattezza: il fratello di Carlo Camilleri, cioè del consuocero dei Mastella attualmente detenuto; il notaio personale di don Clemente; e il figlio di Nuccio Cusumano, detto «Pasticciotto», quello arrestato nel 2000 per gli appalti truccati dell’ospedale di Catania e poi salvato dalla prescrizione, appena entrato nel Pd dopo il celebre svenimento-lampo al Senato e ricandidato in Parlamento. Ragion per cui Fabris ha lasciato perdere.
Anche perché si son fatti vivi Berlusconi e Aldo Brancher, convocandolo d’urgenza in via dell’Umiltà: «Mi mettono sulla scrivania due fogli da firmare, uno per la candidatura al Senato, l’altro alla Camera. E mi fanno i complimenti. Ma, il giorno dell’ufficializzazione delle liste, il mio nome non c’è. Vaporizzato pure quello». Era uno scherzo, come la cordata per Alitalia. E’ bello però sapere che, all’alba del 2008, c’è ancora qualcuno che crede alle promesse di Berlusconi.

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L'UNITA' 31 MARZO 2008