Archivio Antimafia Duemila

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Marco Travaglio I politici quando si pentono?

I politici quando si pentono?

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di Marco Travaglio - 10 ottobre 2009
Berlusconi confessa, con un lapsus freudiano, che pagare i giudici gli è costato un occhio della testa. Dell’Utri aveva già confessato dieci anni fa davanti a Santoro: “Mi processano perché sono mafioso”.
 



L’altra sera, dagli schermi di Annozero, Agnese Borsellino ha implorato i mafiosi pentiti di raccontare tutto sui mandanti occulti delle stragi. Ma ora sarebbe il caso che si pentissero i politici di quel finale di Prima Repubblica e di quel principio di Seconda. Perché delle stragi e delle trattative retrostanti han parlato molti mafiosi (persino Riina) e qualche figlio di mafiosi (l’ultimo è Massimo Ciancimino, che peraltro avrebbe parlato prima, se la vecchia Procura di Palermo guidata da Piero Grasso e Giuseppe Pignatone gli avesse fatto le domande giuste). Chi non parla nemmeno sotto tortura sono i politici e gli uomini delle cosiddette istituzioni, se si eccettua Claudio Martelli, che assistè alla ritirata dello Stato dopo quei due o tre giorni di lotta alla mafia seguiti alla strage di Capaci, e l’altra sera ha aiutato Annozero a dare la svolta alle indagini sulla trattativa tra gli ufficiali del Ros dei carabinieri, Mori e De Donno, e Cosa Nostra. Cioè a scoprire che la giudice Liliana Ferraro, già collaboratrice di Falcone, avvertì Borsellino della trattativa il 22-23 giugno ’92. Il 25 Borsellino incontrò riservatamente Mori e De Donno alla caserma Carini di Palermo, dunque è verosimile che abbia chiesto conto di quei   patteggiamenti con gli assassini del suo amico Giovanni. Il 1° luglio fu chiamato al Viminale e incontrò il neoministro Mancino e il capo della polizia Parisi, come registrò nell’agenda grigia. Ne uscì sconvolto, come racconta il pentito Mutolo, che lo vide subito dopo, anche perché si era pure ritrovato fra i piedi Contrada. Diciotto giorni dopo saltò in aria per essersi opposto – i pm ne sono convinti, specie da giovedì sera – alla trattativa. Dalla scena del delitto scomparve la sua agenda rossa, dove lui segnava tutto ciò che scopriva.

Da quando Ciancimino ha cominciato a parlare, qualche politico ha preso a balbettare. Più spintaneamente che spontaneamente. Mancino dice di essersi opposto a ogni trattativa, poi, quando gli obiettano che allora lui la conosceva, fa marcia indietro. Ayala dice che Mancino gli mostrò un’agenda con annotato l’appuntamento del 1°luglio con Borsellino, ma poi fa marcia indietro. Violante, altra memoria a orologeria, si ricorda 17 anni dopo che Mori voleva fargli incontrare a tutti i costi Ciancimino, ma di aver rifiutato. Ora Ciancimino fa pure il nome di Rognoni. Intanto si scopre che anche Martelli e la Ferraro sapevano della trattativa. E chissà quanti altri. E’ ovvio che sapessero i vertici dell’Arma, essendo da escludere che due volponi come Mori e De Donno andassero a trattare con la mafia per sfizio personale. Ieri Mancino ne racconta un altro pezzo: a suo dire, la trattativa   finì quando la Ferraro informò Borsellino (22-23 giugno). Peccato che Mori, sotto giuramento, abbia testimoniato che la trattativa entrò nel vivo da agosto a fine anno. Gentili signori del governo Amato, regnante nell’estate-autunno ‘92: ci volete finalmente raccontare tutto quel che sapete, per esempio chi mandò Mori e trattare con Ciancimino? E, già che ci siamo: gentili procuratori Grasso e Pignatone, perchè non rispondete a Massimo Ciancimino e non spiegate come mai non gli avete chiesto della trattativa? Perchè vi siete scordati la lettera di Provenzano e Dell’Utri e Berlusconi in uno scatolone? E perché Vito Ciancimino, dal ’99 al 2002, non fu sorvegliato né intercettato mentre Provenzano andava a fargli visita a bordo del suo maggiolone? Di mafiosi pentiti ne abbiamo parecchi. Ora aspettiamo i politici. E magari qualche magistrato.

Tratto da: il Fatto Quotidiano