Archivio Antimafia Duemila

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Marco Travaglio Caiman Show

Caiman Show

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di Marco Travaglio
Per uscire dal berlusconismo non basta non nominare Berlusconi. Il berlusconismo è un Truman Show in cui siamo tutti immersi da 14 anni: noi siamo le comparse, lui è il regista, lo sceneggiatore, l’autore, il produttore, il tecnico delle luci e del suono, il costumista, la colonna sonora.

 

Due casi recenti. Primo: la promessa di Uolter di una legge sul conflitto d’interessi «non punitiva». Concetto bizzarro: ogni legge prevede una punizione per chi la infrange, altrimenti, se uno la può infrangere, non si vede perché non dovrebbe infrangerla. A nessuno, per dire, verrebbe in mente di fare una legge contro la pirateria stradale «non punitiva» per i pirati della strada. E allora, se chi è in conflitto d’interessi non viene punito, il conflitto d’interessi permane. Tanto vale non fare alcuna legge e lasciare le cose come stanno. Il risultato è uguale. Secondo: il caso della castrazione chimica dei pedofili. L’ottimo Calderoni, detto «Pota», la lanciò per primo, con eleganti accenni a «un bel taglio netto», e giustamente ne rivendica il copyright. Uolter, pur non sposando la proposta Calderoni, ha detto di non poterla escludere a priori, nel caso in cui la ricerca scientifica ne dimostrerà l’efficacia. Ma a che cosa si deve questa improvvisa enfatizzazione della pedofilia? Siamo forse un paese con più pedofili degli altri? Macchè. Semplicemente un professore condannato per pedopornografia è tornato in cattedra e un condannato in primo grado per molestie pedofile è stato scarcerato in Sicilia per decorrenza dei termini di custodia. Rispondere, sull’onda dell’emozione, che «bisogna inasprire le pene» significa essere immersi nel Truman Show. Perché il guaio non è che le pene siano troppo basse o che i condannati subiscano pene troppo lievi. Il guaio è che è difficilissimo arrivare a condanne perché la giustizia è stata sfasciata da decine di leggi antigiudici, per cui non si riesce più a celebrare un processo in tempi decenti. Parlare di pene più severe in un paese dove la sentenza definitiva non arriva mai è come parlare di limiti di velocità più severi in un paese senza strade e senz’auto. Basta leggere «Toghe rotte» del procuratore Tinti e «Fine pena mai» di Luigi Ferrarella per capire dove sta il problema. I pochi processi che riescono ad arrivare in porto sono «virtuali», nel senso che quasi sempre i reati sono ormai caduti in prescrizione o, se il fattore tempo non li ha ancora falcidiati, la condanna è coperta da indulto, dunque è scritta sulla carta ma non verrà mai eseguita. Tanto per essere chiari: il pedopornografo non sarebbe tornato a insegnare se la Pubblica amministrazione potesse sospendere i rinviati a giudizio e licenziare in tronco i condannati per tutti i reati e a tutte le pene, alte o basse che siano, automaticamente. Il presunto pedofilo (è condannato solo in primo grado: la presunzione di non colpevolezza vale anche perlui) non è uscito perché le pene sono troppo basse, ma perché i termini di custodia cautelare sono troppo brevi rispetto ai tempi medi dei processi. Per evitare che un condannato in primo grado esca prima della sentenza definitiva, alzare le pene non serve a nulla. Delle due l’una: o si allunga la custodia cautelare, o si accorcia il processo. Visto che la custodia è già piuttosto lunga, forse è meglio accorciare il processo. Come? Azzerando le leggi vergogna (a cominciare dalla Cirielli, che ha dimezzato i termini di prescrizione). Aumentando gli stanziamenti e il personale agli uffici giudiziari. Tagliando i cavilli da azzeccagarbugli che non aggiungono nulla ai diritti di difesa, ma consentono manovre dilatorie di avvocati senza scrupoli. Portando i gradi di giudizio da 4 (udienza preliminare, tribunale, appello e Cassazione) a 2, come nei paesi seri. Perché nessuno lo propone? Un’altra soluzione, suggerita da Di Pietro, è fermare la prescrizione all’udienza preliminare: dopo il rinvio a giudizio, cascasse il mondo, il processo arriva in fondo. Così ­ persa ogni speranza di prescrizione - l’innocente e il colpevole hanno tutto l’interesse a fare presto, senza pagare l’avvocato per anni e anni. Naturalmente cacciare i dipendenti pubblici condannati e dimezzare i tempi del processo non conviene ai colpevoli in cerca d’impunità. Infatti Berlusconi non l’ha mai proposto e non lo proporrà mai, né potrà accusare di copiarlo chi lo propone. Sarebbe un bel modo di uscire dal Truman Show e presentarsi agli elettori con un’idea concreta, popolare e soprattutto originale. Perché non provarci?



Uliwood party

L'UNIà 29 FEBBRAIO 2008