Archivio Antimafia Duemila

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Marco Travaglio C'e' del marcio in Finlandia

C'e' del marcio in Finlandia

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di Marco Travaglio

Uno dei peggiori guasti del berlusconismo, a parte Berlusconi, è la continua confusione tra cause ed effetti, tra luna e dito.


Da 14 anni ci viene raccontato che il cosiddetto «scontro fra politica e giustizia» dipende non dall’alto tasso di corruzione, collusione e malaffare nelle classi dirigenti italiane, ma dall’iperattivismo della magistratura che avrebbe sconfinato nel terreno proprio della politica. Ragion per cui occorrerebbe una pacificazione, o almeno un armistizio, un compromesso a metà strada che metta d’accordo i due poteri. Purtroppo questa bizzarra vulgata è divenuta senso comune anche in larghe fasce del centrosinistra. Se ne trova traccia persino nel discorso tenuto venerdì dal capo dello Stato al Csm e nelle anticipazioni programmatiche lanciate sabato da Veltroni alla Costituente del Pd. In realtà non è scritto da nessuna parte che politica e magistratura debbano andare d’accordo. In un paese con questi tassi di corruzione, collusione e malaffare, una forte dialettica tra i due poteri è naturale e salutare, fisiologica. Patologica sarebbe la concordia. Come lo era negli anni 60, quando la magistratura fingeva di non vedere i delitti dei colletti bianchi. E come lo era fino a 10-20 anni fa nel «porto delle nebbie» romano, dove si acquistavano giudici à la carte con bonifici estero su estero. I giudici corrotti Squillante e Metta non subirono mai una sola ispezione, un solo procedimento disciplinare, né ingaggiarono alcuno scontro con la politica: anzi, piacevano tanto ai politici che Squillante fu consulente giuridico del premier Craxi e poi del presidente Cossiga. Volendo uscire dal berlusconismo per rientrare nella realtà, il Pd non può limitarsi a non candidare condannati (scelta peraltro rivoluzionaria, merito forse delle battaglie di Grillo, Di Pietro e qualcun altro). Deve riscoprire la differenza tra le cause e gli effetti. Tangentopoli non esplose a causa dei magistrati, ma a causa della corruzione. Il guaio è che si rubava, non che si indagava. Se gli scandali di Bancopoli, Calciopoli, Vallettopoli, Mastellopoli, Rai-Mediaset, Why Not, Cuffaro etc. hanno screditato la classe politica non è perché ci sono i pool di Milano, di Napoli e di Palermo, o la Forleo e De Magistris, ma perché chi fa la leggi non le rispetta, anzi legifera per impedire di essere processato. Lo sfascio della giustizia, propiziato dalle centinaia di controriforme degli ultimi 15 anni, ha ucciso il processo. Basta dare un’occhiata agli ultimi libri di Piercamillo Davigo («La corruzione in Italia», ed. Laterza) e Luigi Ferrarella («Fine pena mai», Il Saggiatore) o ai dati pubblicati dal Sole-24ore per rendersi conto che ben presto verranno meno anche i residui motivi di scontro tra politica e magistratura: per la semplice ragione che i processi non si faranno più e i colpevoli non saranno condannati (ma prescrit- ti, o indultati). Infatti l’attenzione politica si concentra ormai quasi soltanto sulle indagini, per impedire ai magistrati di farle (piano Berlusconi) e ai giornalisti di raccontarle (piano Veltroni). Dopodiché il cerchio si chiuderà per sempre. In dieci anni, dal 1996 al 2006, in Italia i condannati definitivi per corruzione sono passati da 1159 a 186 (-87,5%); per peculato, da 608 a 210 (-65%); per abuso d’ufficio da 1305 a 46 (-96%); per concussione da 555 a 53 (da 10 a 1). La ripartizione geografica dei dati è ancor più penosa: nel 2006 i condannati per corruzione sono stati appena 5, in tutta la Sicilia la miseria di 5, in tutta la Campania 3, in tutta la Calabria addirittura 0 (infatti il Csm ha deciso che Luigi De Magistris è incompatibile con l’ambiente: troppo losco in un ambiente così profumato). Di più: negli ultimi 20 anni, a Reggio Calabria e provincia, i condannati per corruzione sono stati la bellezza di 1. Avete capito bene: 1 in 20 anni. Viene quasi voglia di conoscerlo, di abbracciarlo, di fargli coraggio, di solidarizzare con quest’unico sfigato che s’è fatto beccare. C’è da sperare che nessuno diffonda queste cifre all’estero: dovessero arrivare in Finlandia, vi getterebbe lo scompiglio. Perché la Finlandia è il paese meno corrotto d’Europa, eppure non è mai riuscita a scendere a un condannato per corruzione in vent’anni. Ne ha qualcuno di più. Vedendosi scavalcati dai calabresi, a Helsinki potrebbero farsi l’idea che c’è del marcio, in Finlandia. Uliwood party

UNITA 19 FEBBRAIO 2008