Archivio Antimafia Duemila

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Marco Travaglio ''Minaccio' testimoni. Favori' la fuga dei boss e li informo' delle accuse contro di loro''

''Minaccio' testimoni. Favori' la fuga dei boss e li informo' delle accuse contro di loro''

Indice
''Minaccio' testimoni. Favori' la fuga dei boss e li informo' delle accuse contro di loro''
Contrada, l’«infiltrato» che sussurrava alla mafia 1 Parte
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marco_travaglio.jpgdi Marco Travaglio 

Nella prima parte della sentenza Contrada (emessa nel 2006 e confermata dalla Cassazione nel 2007), i giudici esaminano le accuse mosse all’ex poliziotto,

Nella prima parte della sentenza Contrada (emessa nel 2006 e confermata dalla Cassazione nel 2007), i giudici esaminano le accuse mosse all’ex poliziotto, già capo della Mobile e della Criminalpol di Palermo, già numero 3 del Sisde, dai mafiosi pentiti e confermate da documenti e testimonianze. Nella seconda parte i pentiti escono di scena e cedono il passo a una ventina di testimoni insospettabili.
Il blitz antimafia del 1980
Dopo i delitti eccellenti che hanno insanguinato Palermo fra il 1979 e l’80 il questore Vincenzo Immordino e il procuratore Gaetano Costa preparano un mega-blitz e commissionano a Contrada un rapporto investigativo per incastrare i boss e arrestarli in flagrante. Lui però prende tempo. A fine aprile dell’80, finalmente, Contrada deposita una bozza in cui denuncia 66 persone (tra cui Sindona), inutilizzabili per arresti in flagranza. Poi va in ferie. In seguito, il nome di Sindona sparirà dal rapporto definitivo. Il 4 maggio viene ucciso anche il capitano Emanuele Basile. Il 5 scatta un primo blitz e l’11 un secondo, disposto dal capufficio istruzione Rocco Chinnici (finisce in carcere anche Giovanni Bontate, fratello di Stefano). Lo stesso giorno il questore denuncia Contrada al capo della Polizia per la sua linea morbida con la mafia. Tanto più che, dopo il blitz del 5, una fuga di notizie dalla Criminalpol ha fatto sapere a tutti che Sindona era stato escluso dal rapporto. Secondo i giudici, la fuga si deve a Contrada. Contrada sostiene che era stato il giudice romano Ferdinando Imposimato, titolare dell’inchiesta Sindona, a proibirgli di usare materiali di quell’indagine. Imposimato smentisce: falso. Al processo, poi, il boss pentito Francesco Di Carlo racconta che, tra marzo e aprile ’80, «Bontate gli aveva detto di aver saputo da Rosario Riccobono di essere stato menzionato un rapporto di denunzia per traffico di stupefacenti della Questura di Palermo. Gli era stato assicurato, tuttavia, che il rapporto non avrebbe portato a provvedimenti restrittivi della sua libertà». Secondo la Corte, «solo colui (Contrada, ndr) che aveva predisposto un unico rapporto per le posizioni dei Bontate e degli Spatola-Inzerillo poteva far giungere a Bontate notizia della sua inclusione in quel rapporto(…)e rassicurarlo sull’inconsistenza probatoria».

La fuga di Gambino
Il 10 settembre 1979 Sindona deve comparire davanti ai giudici americani per il crac della Franklin National Bank. Ma il 2 agosto sparisce da New York e ricompare in Sicilia, «vittima» di un falso sequestro organizzato da mafia e massoneria. Il 9 settembre viene arrestato a Roma, nello studio dell’avvocato di Sindona, il mafioso Vincenzo Spatola, coinvolto nel finto sequestro. Il 12 ottobre, un maresciallo della Mobile ferma a Palermo il boss italoamericano John Gambino, cugino di Rosario e Vincenzo Spatola, già indagato da Giuliano e coinvolto nel «sequestro» Sindona. Condotto in questura, viene subito rilasciato per ordine di Contrada e se ne torna indisturbato negli States. Il 16 ottobre anche Sindona riappare a New York, con la gamba sinistra ferita dai finti rapitori. Contrada sostiene che fu Imposimato a dirgli che non c’erano elementi per arrestare Gambino. Imposimato lo smentisce di nuovo: mai saputo che Gambino era stato fermato a Palermo, tant’è che proprio il giorno prima, 11 ottobre, il pm Domenico Sica gli aveva chiesto un mandato di cattura (poi spiccato a fine mese, invano). I giudici non hanno dubbi: «Ritiene questa Corte che la agevolazione della fuga di John Gambino, indiziato mafioso e già oggetto di investigazioni di Boris Giuliano, fu il frutto di una attività di consapevole oscuramento del suo rintraccio e delle emergenze documentali ad esso legate, e quindi fu illuminata dal dolo di rendere un servizio al sodalizio mafioso, che si era avvalso del Gambino come uno dei più stretti fiancheggiatori di Sindona durante il suo simulato sequestro e se ne avvalse subito dopo il suo rientro a New York». E Contrada nascose quel che già si sapeva sui rapporti Gambino-Spatola-Sindona nella bozza del 24 aprile 1980: «La circostanza che nella bozza di rapporto non si faccia alcuna menzione della presenza, degli spostamenti e dunque del ruolo di fiancheggiatore del Gambino a Palermo (…) riveste valenza indiziante del fatto che Contrada abbia voluto oscurare (...) che, a quella data, egli fosse consapevole delle ragioni della presenza del Gambino in Sicilia e avesse consentito al suo rilascio». Tantopiù che Contrada aveva rapporti intensi con l’avvocato Salvatore Bellassai, «capogruppo della P2 per la Sicilia, colui che presentò a Miceli Crimi (feritore di Sindona nel finto sequestro) il massone Gaetano Piazza, che ospitò Sindona a Caltanissetta il 15-16 agosto».

Il depistaggio
Due testimoni rivelano che Boris Giuliano incontrò a Milano in segreto Giorgio Ambrosoli, due giorni prima che morisse. Lo dice l’agente della Dea americana Charles Tripodi, amico e collaboratore di Giuliano (che - ricorda - lo invitò a diffidare di Contrada). All’indomani del delitto Ambrosoli - racconta - Giuliano gli telefonò negli Usa: «Mi disse che, due giorni prima dell’omicidio, aveva incontrato personalmente Ambrosoli col quale aveva scambiato importanti informazioni sui canali di riciclaggio». L’avvocato Giuseppe Melzi, legale dei creditori di Sindona, conferma di aver saputo dell’incontro dal maresciallo della Gdf Orlando Gotelli, stretto collaboratore di Ambrosoli. Quando viene ucciso pure Giuliano, Melzi viene convocato in Procura: ma prima viene sentito da Contrada e gli confida che la sua fonte è Gotelli, raccomandando la massima segretezza. Contrada però spiffera tutto ai giornalisti. Gotelli, spaventato, ritratta. A questo punto Contrada scrive un rapporto investigativo per mettere nero su bianco che non c’è alcun nesso tra Giuliano e Sindona. Così - sentenziano i giudici - Contrada «soffocò sul nascere un filone investigativo meritevole di approfondimento circa l’uccisione del dr. Giuliano». La Corte ritiene provato che: «la fonte delle notizie di stampa fu Contrada; egli disattese le istanze dell’avv. Melzi di mantenere il riserbo sulla sua convocazione, creando le condizioni perché questi si adeguasse al Gotelli suo referente, che, parimenti influenzato dalla enorme pubblicità sulla sua persona, aveva sfumato la notizia dell’incontro Giuliano-Ambrosoli ridimensionandola come frutto di possibile equivoco».

La fuga di Tognoli
Due funzionari della Polizia svizzera - Clemente Gioia e Enrico Mazzacchi - e due noti magistrati - Giuseppe Ayala e Carla Del Ponte - parlano di un’altra fuga propiziata da Contrada: quella di Oliviero Tognoli, indagato in Italia e in Svizzera per riciclaggio di denaro sporco e poi condannato per traffico di droga. Qualcuno gli telefona all’hotel Ponte di Palermo per avvertirlo del mandato di cattura, e lui fugge. Riacciuffato nel 1988, Tognoli confida a Gioia che la soffiata veniva da un suo «pari grado». Il 3 febbraio 1989 viene interrogato dai giudici Del Ponte, Ayala e Falcone. Racconta la Del Ponte (confermata da Ayala): «Chiuso il verbale, mentre Tognoli se ne stava andando, Falcone (…) chiede chi fosse stato ad avvertirlo affinchè lui potesse rendersi latitante. Tognoli non voleva rispondere, si schermiva, allora Giovanni fece un nome, Bruno Contrada. Tognoli, guardandoci tutti e due, ci rispose: “Sì”. Falcone disse subito: “Però dobbiamo verbalizzare”. Tognoli disse: “No”, aveva paura. Io dissi: “Va be’, lo discutete nel pomeriggio”…». Tognoli parla col suo avvocato, il quale poi - racconta Mazzacchi - conferma a Falcone che la talpa è Contrada. Ma l’8 maggio Tognoli cambia versione: lo ha avvertito suo fratello Mauro. Naturalmente i giudici credono a Del Ponte, Ayala, Mazzacchi e Gioia. Anche perché due mesi dopo, sulla scogliera dell’Addaura, Falcone, Del Ponte e Gioia scampano miracolosamente a un attentato mafioso. Falcone «indicò ai pm nisseni come possibile movente le indagini coi colleghi svizzeri presenti a Palermo proprio il giorno dell’attentato: Del Ponte, Lehmann, Gioia. E la possibilità che da quelle indagini potessero emergere conseguenze di natura istituzionale. Affermò che Tognoli non aveva «detto per intero la verità sui suoi collegamenti con la mafia siciliana e sulle inquietanti vicende della sua fuga da Palermo». Il Tribunale osserva: «L’intervento di Contrada in favore di Tognoli è un grave fatto a suo carico in perfetta sintonia con il complessivo quadro accusatorio e con le tipologie dallo stesso esplicate in favore di Cosa Nostra: l’imputato, servendosi delle notizie di cui era venuto in possesso in ragione dei propri incarichi istituzionali (…), era riuscito con una tempestiva informazione a rendere possibile la sottrazione alla cattura del Tognoli, prezioso intermediario nel riciclaggio del denaro del narcotraffico».

Minacce alla vedova
Gilda Ziino è la moglie di Roberto Parisi, imprenditore e presidente del Palermo Calcio, ucciso dalla mafia il 23 febbraio 1985. Appena rientrata a casa dall’obitorio - racconta - Contrada si presenta a casa, dicendole che «nel caso in cui avessi saputo qualcosa, era meglio che pensassi che ero una mamma». Terrorizzata, la donna non ne fa parola con i pm Signorino e Ayala. Ma due anni dopo racconta l’episodio al suo avvocato, Alfredo Galasso, che la manda subito da Falcone. Lei gli racconta tutto. Ma l’indomani Contrada le piomba di nuovo in casa: sa dell’interrogatorio e le domanda «cos’ha detto a Falcone». Lei, «sorpresa ed intimorita aveva negato con decisione. Subito dopo, aveva contattato il prof. Galasso, raccontandogli l’accaduto. La stessa sera questi l’aveva richiamata, comunicandole di aver parlato col giudice Falcone, che si era stupito enormemente del fatto che Contrada fosse a conoscenza dell’atto istruttorio». Nel 1990 Gilda viene riconvocata in Procura dal pm Carmelo Carrara, e «trova Contrada, con sua sorpresa, nella stanza del magistrato». Il suo «senso di angoscia e paura» è tale che, «posta a confronto con lui, ne aveva avallato la tesi secondo cui le sue parole potevano esser interpretate come “raccomandazioni amichevoli”». Secondo i giudici invece sono minacce belle e buone: per «impedire rivelazioni di notizie all’autorità giudiziaria e carpire eventuali informazioni». Ennesimo contributo di Contrada a Cosa Nostra, «per acquisire e trasmettere elementi cui l’organizzazione mafiosa aveva interesse, prima che ne venisse in possesso l’Autorità Giudiziaria»
(2 - fine. La prima puntata è uscita il 6 gennaio 2008)
UNITA 9 GENNAIO 2007