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di Peter Gomez - 20 giugno
Vietato pubblicare ordinanza di arresto, verbali, intercettazioni. Pena il carcere e multe salatissime. Così il governo tenta di impedire il controllo della pubblica opinione. A tutti i prefetti: "Con riferimento a disposizioni vigenti che vietano pubblicazione atti istruttori richiamo attenzione SS.LL. su grave sconcio che si verifica quotidianamente ad opera dei giornali mediante riproduzione fotografie di delinquenti arrestati (.)



Poiché tali fotografie sono consegnate ai giornali o dagli uffici di questura o da funzionari stessi che compiono servizi di polizia, provvedere che tale abuso cessi immediatamente vietandosi altresì ogni amplificazione di notizie che riesce a deviare opinione pubblica...". No, non è il testo di un telegramma del Viminale da inviare a questure e prefetture non appena il cosiddetto disegno di legge sulle intercettazioni verrà approvato dalle Camere. Questo testo esiste già. E a scriverlo, nel 1925, 15 mesi dopo le elezioni che avevano garantito a Mussolini la maggioranza parlamentare assoluta con il 64,9 per cento dei voti, era stato il ministro degli Interni Luigi Federzoni. Il telegramma però è attualissimo e almeno ha un merito: dice le cose come stanno. Le notizie, o le foto notizie, per Federzoni non andavano pubblicate non in nome dei (sacrosanti) diritti della privacy o di quelli degli imputati, ma perché potevano "deviare l'opinione pubblica". E questa è esattamente la stessa 'ratio' che si cela dietro norme, nate come decreto legge, ma trasformate in disegno dopo il no del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che il Consiglio dei ministri ha licenziato venerdì 13 giugno.

"L'obiettivo", spiega l'avvocato Oreste Flamminii Minuto, storico legale de 'L'espresso' e uno tra i massimi esperti italiani di diritto dell'informazione, "è quello di impedire ai cittadini di conoscere qualsiasi aspetto delle indagini di polizia e magistratura, scoraggiando non solo i giornalisti e le loro fonti con pesanti pene detentive e pecuniarie, ma anche obbligando gli editori a organizzare i giornali in modo che queste notizie non vengano più pubblicate. Per chi non lo farà scatterà la legge 231 sulla responsabilità giuridica delle aziende editoriali". Detto in altre parole, sulla stampa e in tv si potrà solo dire che è stato effettuato un arresto e per che reato. Se l'arresto è stato giusto o sbagliato e per quali motivi è stato disposto lo si scoprirà solo dopo anni, quando e se ci sarà un processo. Insomma nascerà anche in Italia la categoria dei desaparecidos, gente che scompare, che finisce in prigione senza che nessuno sappia il perché. Le norme sulle intercettazioni, infatti, non riguardano solo le trascrizioni di conversazioni telefoniche, ma qualsiasi atto giudiziario anche pubblico (dai verbali d'interrogatorio, fino alle ordinanze di custodia cautelare) che non potrà essere riportato né integralmente, né "per riassunto". L'avvocato Flamminii, dopo aver letto l'articolato, s'indigna: "Questa legge ha aspetti autoritari, assolutamente dittatoriali. È tutta basata sulle follie razionali e mirate di una mente perversa che vuole impedire in Italia il controllo sociale da parte della pubblica opinione".

Ma se scompare il controllo sociale, compare, anzi irrompe, quello sulla stampa: il cronista che viola la legge dopo tre condanne (cioè tre articoli) avrà consumato la condizionale e l'affidamento in prova ai servizi sociali, finendo così in galera (le pene vanno da uno a tre anni). Mentre l'editore per ogni pezzo fuori-legge verserà allo Stato dai 50 mila ai 400 mila euro. Concreto è anche il rischio di perdere il lavoro. Non appena una Procura iscrive il nome di un redattore sul registro degli indagati, stando al disegno di legge, deve avvertire l'Ordine dei giornalisti affinché lo sospenda per tre mesi. Una sanzione che scatta prima della condanna penale. E che può essere reiterata più volte. Cioè finché l'editore, stanco di avere un dipendente che non può scrivere, lo licenzierà. Niente male per un paese in cui l'avvocato Cesare Previti, dopo aver corrotto i giudici del caso Mondadori per conto di Silvio Berlusconi, almeno fino a due mesi fa non era ancora stato radiato dall'ordine professionale.

"Siamo tornati al Medioevo", protesta Lorenzo Del Boca, il presidente dei giornalisti, "non bastava il carcere, adesso i pm obbligheranno l'Ordine a fare una scelta deontologica propria della categoria. Ci manca solo che con il prossimo decreto il governo ci nomini anche il presidente. È roba da Cile di Pinochet. Qui si dimentica che noi abbiamo un obbligo. Un obbligo che è una garanzia per tutti i cittadini: quello di scrivere la verità".

E il problema in questo caso è proprio la verità. Sia quella processuale, sia quella storico-politica. La mossa a tenaglia di Berlusconi che, approfittando del consenso popolare, da una parte vuole intervenire sui mezzi di comunicazione, e dall'altra su quelli d'indagine (le intercettazioni), va infatti letta insieme al suo secondo provvedimento: l'emendamento al decreto legge sulla sicurezza, presentato martedì 17 giugno, per sospendere tutti i processi (compreso il suo, per il caso della presunta corruzione del testimone inglese David Mills) riguardanti reati commessi prima del 2002 e puniti con pene inferiori a dieci anni. Con un tratto di penna viene cancellata la possibilità di sapere, di conoscere fatti che riguardano le classi dirigenti: dalle responsabilità delle forze dell'ordine al G8 di Genova, fino a quelle del presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni, nello scandalo del pretrolio venduto da Saddam Hussein. Insomma, non disturbate i manovratori.

Non per niente nel provvedimento riguardante i giornalisti è stato anche incluso il divieto di replica alle lettere di rettifica. Se domani qualcuno finito in prigione, scriverà a un giornale dicendo di non essere mai stato arrestato, la sua missiva dovrà essere pubblicata per forza, senza nemmeno poter ribattere: "Cari lettori, guardate che questo signore ci sta scrivendo da San Vittore". "Qui si viola proprio il dettato elementare della libertà di pensiero", protesta ancora l'avvocato Flamminii, "è una lesione plateale dell'articolo 21 della Costituzione, quello che dice che la stampa non può essere sottoposta a censure. L'unica risposta possibile è lo sciopero a oltranza finché il provvedimento non sarà ritirato. Ma devono aderirvi anche gli editori". Del resto, per avere un'ulteriore dimostrazione di quale sia lo scopo delle nuove norme, basta osservare la loro genesi.

La prima, quella sulla stampa, subisce un'improvvisa accelerazione dopo che il vero ministro della Giustizia, l'avvocato del premier Niccolò Ghedini, il 6 giungo va a Napoli per discutere davanti al gip l'invio in Parlamento delle intercettazioni telefoniche del caso Berlusconi-Saccà: cioè la presunta corruzione dell'ex direttore di Rai Fiction a cui il premier avrebbe promesso un appoggio nelle sue attività imprenditoriali in cambio della disponibilità a far lavorare nella tv pubblica una serie di attrici da lui segnalate. Alcune delle ragazze sponsorizzate da Berlusconi hanno avuto i telefoni sotto controllo. Cosa abbiano detto non si sa, ma è un fatto che, 24 ore dopo l'incontro di Ghedini con il gip partenopeo, il presidente del Consiglio annuncia davanti ai giovani di Confindustria le nuove norme bavaglio. Poi dal disegno di legge si tenta improvvisamente e senza fortuna di passare al decreto.