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Opinioni Badiale-Tringali - La loro rivoluzione e la nostra

Badiale-Tringali - La loro rivoluzione e la nostra

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di Marino Badiale e Fabrizio Tringali - Megachip - 19 settembre 2011
Il termine “rivoluzione”, come è noto, viene dall'astronomia. Il moto di rivoluzione è il movimento ciclico che un pianeta o un altro corpo celeste compie attorno a un centro di massa. Nel suo significato astronomico, portare a compimento una rivoluzione significa tornare al punto di partenza dell'orbita, come fa per esempio la Terra nel suo moto annuale attorno al Sole.

Nel campo storico-politico invece, “rivoluzione” ha il significato di un cambiamento rapido, radicale e irreversibile.Non si tratta necessariamente di un miglioramento.

Qualsiasi repentina modificazione dell'esistente può assumere i connotati di una rivoluzione.

E quella a cui stiamo assistendo in questi giorni concitati è in effetti un'autentica rivoluzione capitalista.

Siamo infatti nel bel mezzo di un tentativo di cambiamento radicale della società, che in questo caso presenta caratteristiche che ricordano le rivoluzioni astronomiche, poiché prefigura il ritorno a configurazioni sistemiche del passato.

Il continuo attacco al Welfare State, la cancellazione dei diritti dei lavoratori, la svendita dei beni comuni, sono tutti elementi molto chiari: si vuole riportare le società occidentali a un capitalismo feroce e disegualitario di tipo ottocentesco, dove diritti e garanzie siano appannaggio solo dei più ricchi.

Ma anche quando la storia sembra ripetersi essa in realtà non ripresenta mai esattamente gli scenari del passato. Così, al ritorno a queste condizioni arcaiche, si aggiunge nella situazione attuale la crisi ecologica, che nell'Ottocento non c'era, e il fatto che il capitalismo è ormai incapace di far ripartire la crescita economica dei Paesi occidentali, come era sempre riuscito a fare nella sua storia bicentenaria.

Nonostante ciò, l'intero ceto dirigente italiano ha imboccato questa strada buia.

Il ritorno ad un passato barbarico, e la cancellazione di diritti e garanzie, vengono oramai presentati come l'unica via in grado di portarci fuori dalla crisi.

L'opposizione politica e sociale appare timidissima e del tutto incapace di proporre soluzioni alternative.

La recente manovra economica cancella in un sol colpo il Contratto Nazionale di Lavoro e lo Statuto dei Lavoratori, due pilastri del contratto sociale.

Di fronte a questo la più grande confederazione sindacale italiana convoca un solo sciopero generale, dopo il quale si limita a promettere genericamente ulteriori mobilitazioni. Senza muovere un dito.

All'interno del dibattito pubblico, affermazioni che fino a poco tempo fa avrebbero scatenato una rivolta popolare, oggi possono essere pronunciate senza destare reazioni.

Mentre il presidente dei giovani industriali propone di andare tutti in pensione a 70 anni, il «Corriere della Sera» ci spiega che “non tutti i diritti sono uguali”: quelli civili e politici sono intangibili, il diritto alla pensione non lo è[1].

Queste proposte fanno ritornare attuali le critiche socialiste, secondo le quali le libertà civili e politiche senza diritti sociali significano soltanto la libertà di morire di fame o di vivere una vita di stenti. Purtroppo tali proposte non sono campate in aria.

Esse esprimono concretamente i reali obiettivi del ceto dirigente, che sono appunto rivoluzionari, e che stanno per essere realizzati.

Come ogni processo rivoluzionario, anche questa rivoluzione capitalista affonda le sue radici nel recente passato.

Le condizioni materiali ed ideali che l'hanno resa possibile sono infatti l'esito finale degli ultimi trent'anni di evoluzione storica: la fase del capitalismo “neoliberista” e “globalizzato” durante la quale abbiamo visto analoghe “rivoluzioni capitaliste” compiersi in vari paesi del mondo, a partire dal Cile di Pinochet[2], secondo i meccanismi della “Shock Economy” ben analizzata da Naomi Klein.

Ciò a cui stiamo assistendo in questi giorni è l'accelerazione drammatica della dinamica regressiva che ha caratterizzato gli ultimi decenni. Gli eventi si susseguono con ritmo incalzante, e riesce difficile anche solo registrarli tutti e ordinarli in una narrazione sensata.

Uno degli ultimi in ordine di tempo è rappresentato dalle dimissioni di Jürgen Stark, rappresentante tedesco nel board del BCE. Stark rappresenta l'ala dura dei ceti dirigenti tedeschi, quella che non vuole che la Germania paghi per i paesi deboli dell'Euro, per il momento tenuti in piedi dagli acquisti di titoli pubblici da parte della BCE. Presto gli acquisti dei titoli dei Paesi in difficoltà verranno effettuati dall'EFSF, in buona parte finanziato con denaro tedesco[3]. Alle dimissioni di Stark si sono poi aggiunte le critiche di Jens Weidmann, presidente della Bundesbank[4], anche egli membro dell'organo di governo della BCE.

È molto probabile che la maggioranza dell'opinione pubblica tedesca condivida queste posizioni.

L'ex cancelliere Gerhard Schröder ha recentemente affermato che se in questi giorni in Germania si facesse un referendum sull'Europa, sarebbe molto difficile vincerlo.

Da qui discendono le difficoltà politiche ed elettorali di Angela Merkel, alla ricerca di un compromesso che appare impossibile fra le richieste di rigore e la necessità di salvare l'Euro.

È probabile che il gesto di Stark rappresenti, per i “falchi” tedeschi, un mezzo di pressione, un modo per ottenere che gli aiuti europei ai Paesi maggiormente in crisi siano condizionati all'accettazione di programmi di attacco generalizzato al Welfare (o a ciò che ne resta), ai diritti dei lavoratori, al patrimonio pubblico.

Vedremo cosa deciderà il Bundestag il prossimo 29 settembre, quando dovrà pronunciarsi proprio sui poteri dell'EFSF.

Per quanto riguarda l'Italia, il governo Berlusconi ha già dimostrato la sua incapacità di opporre la minima resistenza a queste pretese. Del resto, da più parti si parla già di una ulteriore manovra economica da compiersi nel prossimo periodo.

Tutti gli analisti sanno che la promessa del pareggio di bilancio che sta alla base delle manovre fin qui messe in cantiere si basa su previsioni di crescita del PIL che sono già state corrette al ribasso.

La crescita inferiore a quella stimata si tradurrà in mancati introiti e in un aumento del rapporto deficit/PIL, che renderanno necessari, appunto, ulteriori interventi[5].

Da qui si vede l'assurdità delle ricette sostenute da tutto il mainstream economico e politico: non c'è niente di più insensato che operare manovre recessive nel bel mezzo di una crisi economica.

E non c'è bisogno di avere chissà quali doti profetiche per capire la sorte che ci aspetta.

Basta guardare quello che sta succedendo alla Grecia, dove la spirale “crisi del debito → manovra recessiva → crollo del PIL → aggravamento della crisi del debito → ulteriore manovra recessiva → ulteriore crollo del PIL ecc. ecc.”, si sta manifestando in tutta chiarezza.

I ceti dirigenti italiani ed europei si rendono perfettamente conto di queste problematiche, ben chiare dal punto di vista teorico e comprovate dai fatti che abbiamo tutti sotto gli occhi, ma sono completamente incapaci di pensare un modo per uscirne.

L'attuale situazione, come abbiamo detto sopra, è figlia del modo in cui si è organizzato il capitalismo negli ultimi trent'anni (la fase del capitalismo “neoliberista” e “mondializzato”).

Il ceto politico e intellettuale è totalmente interno a quel mondo, ed è quindi incapace di risolverne le contraddizioni, ormai esplose in tutta la loro portata.

In situazioni come questa, le varie fazioni dei gruppi dirigenti possono solo dividersi fra linee di pensiero che affrontano la situazione in modo parziale, ma non riescono a metterne a fuoco la gravità complessiva.

Così, da un parte, i “rigoristi” che predicano l'austerità e il pareggio di bilancio non sembrano rendersi conto che le loro soluzioni abbattono il potere di acquisto delle famiglie e ne aumentano le incertezze e la fragilità sociale, uccidendo proprio la crescita economica che, per opinione comune a tutti i contendenti, sarebbe la sola via per uscire dai guai attuali.

Una variante di questa posizione è quella appunto dei ceti dirigenti tedeschi vicini alle idee di Stark, che predicano l'austerità dei vari Paesi europei non rendendosi conto che essa colpirebbe proprio il miracolo economico tedesco, largamente basato sulle esportazioni dirette ai paesi UE.

Dall'altra parte, i politici e gli economisti “di sinistra” che chiedono forti interventi statali a sostegno dello sviluppo non si rendono conto che il modello di sviluppo “keynesiano-fordista” è finito da tre decenni, e che lo sviluppo economico è oramai basato sulla dominanza della finanza sull'economia. E in una economia dominata dalla finanza un debito pubblico elevato e crescente è un problema con il quale è necessario fare i conti.

Ciascuno dei contendenti ha quindi ragione quando critica il proprio avversario, ma non è in grado di proporre soluzioni efficaci nel contesto dato. La contraddizione è reale ed essi non sanno uscirne.

Purtroppo però, nel frattempo, i ceti dirigenti europei non si limitano a discussioni teoriche, ma, come abbiamo già sottolineato, approfittano della crisi per compiere un'autentica rivoluzione, operando scelte politiche che vanno a incidere nella carne dei popoli europei.

Le misure economiche di rigore che i paesi deboli sono costretti a mettere in atto significano la spoliazione completa: vogliono prendersi tutto quello che può generare profitto.

Perderemo la scuola e l'assistenza sanitaria, le pensioni e gli asili.

Per far sì che i lavoratori non si oppongano, i diritti devono essere aboliti, ed il lavoro deve tornare ad una condizione di tipo ottocentesco.

Vogliono prendersi e poi rivendere i beni comuni e l'intero patrimonio dello Stato, dalle poche aziende nazionali ancora pubbliche (come ENI e Finmeccanica) alle municipalizzate, al patrimonio immobiliare ed artistico.

Questo è quello che i popoli dei PIIGS, tra cui il nostro, saranno presto obbligati a subire.

Ma tutto questo non risolverà nulla. Al contrario si creeranno le condizioni per una fortissima instabilità. La crisi economica non si risolverà in breve tempo, e prima o poi i popoli umiliati si ribelleranno, in forme e modi imprevedibili.

Non potranno sopportare un impoverimento massiccio, quale mai si era visto in Occidente dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.

Contemporaneamente, anche nei Paesi forti aumenterà l'instabilità perché all'interno dell'opinione pubblica cresceranno i risentimenti verso i deboli e la contrarietà a sostenere le Istituzioni che ne acquistato i titoli di debito, come già sta avvenendo in Germania, dove i deputati ricevono oramai migliaia di mail contro gli euro-aiuti.

Sono tutti scenari nei quali è facile che sorgano e prosperino movimenti populisti di stampo violento e reazionario.

L'unico modo per contrastarli, qui in Italia, è lavorare per dar vita ad una forte opposizione sociale, e costruire l'alternativa all'intero ceto politico, che nella sua totalità si pone al servizio non del Paese ma di coloro che vogliono saccheggiarlo.

Le difficoltà saranno grandi. Una delle maggiori è data dal fatto che la crisi che stiamo vivendo si dipana in un contesto in cui il capitalismo ha riplasmato in profondità il mondo sociale e la stessa persona umana (cioè tutti noi), in modi che erano impensabili nell'Ottocento.

Oggi il rapporto sociale capitalistico appare, molto più che in passato, un dato naturale e scontato, e i disastri che esso ci sta preparando appaiono a molti come inevitabili. La distruzione della scuola, e la creazione di un mondo mediatico basato su affabulazioni irrazionali, hanno prodotto una vera e propria mutazione antropologica della specie umana, che Giovanni Sartori ha ben sintetizzato nel passaggio da “Homo legens” a “Homo videns”.

A causa di questa trasformazione è sempre più difficile lo sviluppo e la diffusione di un autentico senso critico.

Tutte queste difficoltà vanno tenute ben presenti, unite alla consapevolezza che la crisi dell'attuale organizzazione sociale sta palesando tutti i suoi effetti nefasti, ed apre quindi spazi di agibilità politica e sociale a disposizione di chi sarà capace di proporre una vera e credibile alternativa.

Alla rivoluzione capitalista bisogna opporre una rivoluzione anticapitalista basata su principi diametralmente opposti a quelli che ci stanno portando al disastro: decrescita invece che sviluppo illimitato, senso del limite e capacità di discernere serenamente ciò che è necessario e utile invece che consumismo compulsivo, rispetto della natura invece che “sviluppo” devastante, solidarietà invece che competizione sfrenata, diritto non negoziabile di tutti ad una vita dignitosa invece che disuguaglianze ripugnanti, partecipazione democratica alle scelte politiche invece che sovranità nelle mani dei poteri economici e finanziari, collaborazione e rispetto fra i popoli invece che aggressioni imperiali.

In una formula, civiltà sociale invece che barbarie capitalista.

 

 Genova, settembre 2011

 


[1]    Nemmeno gli importi delle pensioni già in pagamento, sembra dire l'editorialista, usando una formula interrogativa.

[2]    Sul trentennio neoliberista si vedano D.Harvey, Breve storia del neoliberismo, Il Saggiatore 2007; B. Conte, La Tiers-Mondialisation de la Planète, Presses Universitaires de Bordeaux 2009. Sul Cile T. Moulian, Una rivoluzione capitalista, Mimesis 2003.

[3]    L'European Financial Stability Facility (EFSF) è stato dotato, a luglio scorso, di 440 miliardi di euro per agire sui mercati dei titoli, per estendere le linee di credito ai governi e per la ricapitalizzazione delle banche.

[4]    http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/topnews/2011/09/13/visualizza_new.html_724020940.html. Si noti che il presidente della Bundesbank è membro di diritto del board della BCE, quindi Weidmann, a differenza di Stark, non può dimettersi dal board stesso (se non dimettendosi dalla presidenza della Bundesbank).

[5]    A tutto ciò vanno aggiunti gli effetti della speculazione e dell'incertezza che spingono giù le Borse e fanno schizzare gli spread dei titoli italiani rispetto a quelli tedeschi. Il che vuol dire maggiori interessi da pagare sul debito.

 

Leggi anche la bozza del programma di Alternativa: PER SALVARCI DALLA CRISI

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Il nuovo libro di Marino Badiale e Fabrizio Tringali, Liberiamoci dall'Euro (Asterios, 2011).

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Le nuove regole europee in tema di finanza pubblica hanno conseguenze durissime per l'Italia. La prima radicale proposta sul “che fare” parte da una spietata analisi dello scenario.

Tratto da:
megachip.info