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Opinioni Barbacetto - Milano, quel che resta del Caimano

Barbacetto - Milano, quel che resta del Caimano

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Finisce l’ipnosi del “ghe pensi mi”, preferenze a picco dal 2006. Il boomerang della guerra ai pm
di Gianni Barbacetto - 18 maggio 2011
Milano stanca di guerra volta le spalle a Silvio Berlusconi che aveva suonato la carica contro i magistrati, contro i comunisti, contro gli immigrati. Aveva fatto la faccia feroce per cercare di far risalire i consensi tiepidi di Letizia Moratti. Non è servito a niente. Anzi, è stato controproducente.

Un tracollo, per il suo partito: 10 punti in meno in città, rispetto alle politiche del 2008, e ben 12 rispetto alle comunali del 2006, quando Forza Italia e An totalizzarono insieme il 40,9%.

Per Berlusconi in persona, poi, un disastro: ha raccolto soltanto 28 mila preferenze. Eppure, fra tanti squilli di tromba, aveva messo del miele nello spot radiofonico in cui chiedeva il voto: “Se mi vuoi bene, scrivi sulla scheda il mio cognome”, così aveva recitato con voce soave. E poi aveva indicato, incauto, anche l’obiettivo minimo da raggiungere: “Se alle prossime elezioni prendo meno di 53 mila preferenze, tutta la sinistra mi fa il funerale, mi faranno funerali in tutte le piazze”. Si è dovuto accontentare di metà del bottino, per la precisione 27.972 voti.

E il suo alter ego elettorale, il riferimento simbolico di una campagna elettorale combattuta come una guerra contro i magistrati Ilda Boccassini e Fabio De Pasquale, era stato Roberto Lassini, l’uomo pdl dei manifesti “Via le Br dalle procure”. Punito sonoramente: soltanto 872 preferenze.

E il bunga-bunga, con le sue storie squallide vissute ad Arcore da un satrapo anziano che con le ragazze è generoso come un bancomat? Ai milanesi non è piaciuto. Lo prova, a contrariis, il clamoroso successo nelle urne di una sconosciuta ragazzina candidata nel Terzo polo, Sara Giudice, che prima di essere cacciata dal Pdl aveva raccolto dentro il partito migliaia di firme contro Nicole Minetti, considerata la coordinatrice delle “olgettine”.

Milano stanca di guerra ha voltato le spalle all’imprenditore diventato sultano e gli ha preferito Giuliano il Calmo. Lo rileva con puntualità e distacco la stampa straniera. “La capitale finanziaria d’Italia, città simbolo tanto del magnate Berlusconi quanto dei giudici che lo accusano, ha inviato il più sorprendente messaggio di castigo al Cavaliere e ai suoi alleati della Lega Nord”, ha scritto il quotidiano spagnolo El Pais. “La sconfitta apre scenari molto foschi sul futuro della coalizione che governa il Paese. Si tratta infatti di una sconfitta personale per Berlusconi, che aveva reso il voto un plebiscito sulla sua persona. Ne esce a pezzi però anche l’alleato Umberto Bossi. La Lega Nord è scesa allo sconfortante risultato del 9,4%”.

Il francese Le Monde mette il dito mediatico sulla piaga: “Nonostante il forte calo della popolarità, piombato al 31% in aprile, il Cavaliere ha voluto essere coinvolto personalmente nella sfida a Milano. Parlando con i cittadini, aveva detto che era impensabile non vincere a Milano”. E invece...

Il Wall Street Journal giudica quello di Milano un “fallimento nel cortile di casa”, per un Berlusconi a cui arriva “il primo chiaro segnale che le divisioni politiche e i guai giudiziari hanno dato un brutto colpo alla sua popolarità”.

La chiamata alle armi, in termini elettorali, non ha pagato. Fallita nelle urne la crociata contro i magistrati. Non ha portato voti neppure lo scudetto del Milan, eppure nella sede Pdl di viale Monza si favoleggiava, prima della batosta, che la festa in città per il diciottesima vittoria in campionato potesse portare almeno due-tre punti al presidente rossonero. Non è stato così.

E ora è cominciato lo scarica-barile. Berlusconi, chiuso con i suoi fedelissimi, urla cose irripetibili nei confronti di Donna Letizia, accusata di essere con la sua anemia la causa unica della disfatta. Lei non ci sta. “Abbiamo parlato poco dei programmi”, ha detto a botta calda. Come dire: mi hanno costretta a parlare invece delle auto (non) rubate nel 1977 da Giuliano Pisapia.

Ieri Letizia Moratti ha tirato le conseguenze, licenziando in tronco lo spin doctor della sua campagna elettorale, quel Fiorenzo Tagliabue che passa per un mago delle pubbliche relazioni, oltre che per uomo di area ciellina, un tempo molto vicino al presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni (che nelle ultime ore non è stato visto proprio disperato per il cattivo risultato della sua collega di partito).

Al posto di Tagliabue arriva, di corsa, Paolo Glisenti, c’informa Dagospia. Un grande ritorno: Glisenti è uomo di importanti esperienze (non tutte positive, come l’affare Rcs-Carolco). Indimenticabile, a Palazzo Marino: da consulente del sindaco portò a casa quasi un milione di euro in meno di tre anni, poi fu indicato da Moratti come one-man-band per l’Expo 2015. Ma durò poco: dopo un annetto di litigi che bloccarono l’operazione, nel febbraio 2009 fu costretto alle dimissioni e passò l’immobilismo a Lucio Stanca, imposto da Berlusconi.

Ora Glisenti, in contatto con Paolo Bonaiuti, ha un compito da far tremare i polsi: risalire la corrente come una trota salmo-nata, tentare di riguadagnare sette punti e di fermare le fughe di quei coraggiosoni che attorno a Letizia annusano ormai aria di sconfitta.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano