Archivio Antimafia Duemila

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Opinioni Bocca - La commedia della fedelta'

Bocca - La commedia della fedelta'

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di Giorgio Bocca - 7 gennaio 2011
Il legame dei parlamentari con gli elettori viene tradito in nome delle convenienze e degli interessi personali.
Il Parlamento italiano è come la fattoria degli animali orwelliana: una lotta per la sopravvivenza che ha perso ogni contatto con il Paese e con gli elettori, questi sconosciuti a cui tutti si appellano come fossero oggetto di una fedeltà sacra e inviolabile.

L'accusa peggiore ai traditori e agli infedeli è: non ha tenuto fede al mandato. Una colossale commedia degli equivoci basata su un patto di fedeltà che nessuno sa bene in cosa consista, da quali reciproci impegni garantito, tutto basato su un vago impegno, ogni giorno smentito o messo in discussione. Ogni tanto arriva l'ora del voto, i fedeli dei partiti sono chiamati a confermare la loro fedeltà, ma nessuno si stupisce se per convenienze varie ci sono quelli che cambiano bandiera o patteggiano la loro fedeltà con una riconferma elettorale o con una congrua ricompensa pecuniaria.
Il legame dei rappresentanti del popolo con il medesimo è mutevole a piacere e a interessi. Tutti possono appellarsi alle più varie ragioni di dissenso. C'è quello che rimprovera al suo partito di non aver mantenuto le promesse, o che semplicemente afferma di essere stato trascurato o male interpretato e deluso nelle sue speranze. Di solito i dissenzienti si coalizzano in gruppi costruiti lì per lì con i nomi più strani: partito della modernità, movimento del progresso, movimento dei valori civili e roba del genere. Tutti mossi dal desiderio di essere confermati o di avere un buon guiderdone, ma tutti con l'aria di chi ha offerto il suo petto alla democrazia in pericolo, alla volontà popolare minacciata di tradimento. Visti in televisione gli onorevoli sono come api impazzite che si rincorrono, si affrontano senza capirsi, come la gente di Babele. Dicono che la democrazia tutto sommato sia il migliore dei governi possibili, ma spesso sembra un gioco di bambini capricciosi che preferiscono gli urli alle parole, gli insulti ai ragionamenti. Infantili, tutto sommato.
Anche il concetto fondamentale della democrazia, one man one vote, appare tutto sommato una ricetta del tipo non ne conosciamo di meglio. Ma il dubbio rimane: possibile che uno o due voti in più, magari o certamente comprati, decidano che cosa è meglio per un Paese? Le risposte restano allo stato di convenzioni accettate pro bono pacis. I voti cambiati all'ultimo momento per una riconferma parlamentare, per un appalto, per un permesso, per un privilegio monetizzabile valgono una società dei diritti e dei doveri? Una società dei rispetti reciproci? Affidate ai resoconti dei cronisti fedeli e rispettosi del potere le battaglie parlamentari potrebbero anche riscattarsi con la solennità dei luoghi, degli scanni degli emicicli, dei commessi di imponente presenza e belle livree. Il cerimoniale, le luci, quell'eccitazione sensuale della promiscuità fra eletti ed elette, rare ma riprese in continuazione, lo scatenarsi di risse improvvise fra personaggi che dovrebbero apparire statuari riescono a volte a dare allo spettacolo una sua vitalità aggressiva da mute di caccia alla preda. Ma di solito tutto si risolve nelle commedie del dopo elezioni, con sventolii di bandiere dei vincitori e pugni in faccia ai vinti.
Nelle democrazie giovani come la nostra mancano poi i riti e le scenografie dei vecchi Parlamenti nati dalle gloriose rivoluzioni borghesi. Montecitorio resta un teatrino provinciale dove di rado l'inno ai fratelli d'Italia cerca di imitare i gloriosissimi Allons enfants de la Patrie e Deutschland über alles. Mancano anche i physique du rôle. Resta chiaro che una democrazia imperfetta è meglio di una dittatura.

Tratto da: L'espresso