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Opinioni Chierici: Vivere sparando

Chierici: Vivere sparando

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di Maurizio Chierici - 28 settembre 2010
Per quattro anni i ministri La Russa e Gelmini hanno trasformato “qualche liceo della Lombardia” in laboratori discreti dove collaudare il progetto Allenati per la Vita. “L’entusiamo degli studenti” li ha convinti a inaugurare l’anno scolastico con la novità che provvisoriamente riordina le classi in pattuglie e i licei in brigate.




Nessuno si inquieta: memoria dei campi dux lontana, i ragazzi non sanno, i padri ne hanno sentito parlare, archeologia degli anni neri perduta nel ridicolo della storia. Ma con le facce africane in agguato nelle nostre strade, la pratica delle armi diventa necessaria. Qualcuno si preoccupa, altri la prendono sul ridere: lezioni da passo di giaguaro, pernottamento in luoghi ostili come i marines allenati a succhiare farfalle attorno alla Scuola delle Americhe nelle foreste di Panama. Andiamo... Ma poi La Russa (che ha un bel naso) fa un passo indietro. “Durerà fino a giugno, poi decideranno”. L’ironia invita a non prenderlo sul serio. Attenzione, vent’anni fa ridevamo del celodurismo del senatur, ecco come siamo ridotti. Il racconto di un insegnante di Lambrate fa capire su quale filo stiamo correndo. Sfoglia il diario di uno studente coinvolto nei training day.   Operazione check point: militari in pensione spiegano come si fa a tenere d’occhio le auto sospette. L’ordine è diffidare sempre e di tutti ripiegando la generosità della giovinezza nel sospetto di un nemico immaginario senza il quale i più deboli non sopportano la vita. “Ho provato l’emozione di appoggiare la canna del fucile sul petto di un manichino dalla faccia nascosta sotto il passamontagna...”. La signora non nasconde il disagio ma il ministro annacqua: conferma solo la mini naja delle tre settimane in caserma per far innamorare gli insicuri alla vita militare. “Finito l’anno scolastico, decideremo”. I primi della classe possono arrotondare la busta paga col salario della paura in Afghanistan o nei campi delle guerre che chiamiamo di pace dove si continua a morire nell’ipocrisia della “difesa della patria”. Bisogna dire che quando tornano morti il viaggio è gratis, gratis i funerali di Stato, gratis le psicologhe in divisa: sottobraccio ad orfani e vedove li   imboccano con le parole da piangere in Tv. Poi c’è la commozione del Gianni Letta in prima fila (anche il Cavaliere, se i caduti sono tanti) ad ascoltare l’aria fritta dei cappellani militari: sacrificio per la patria, eccetera. Con discrezione evitano di ricordare che chi non c’è più rischiava la pelle alla conquista di una paga normale. Adesso il dubbio: tagliare la vecchia scuola per insegnare la cultura della guerra? Coi venti milioni regalati a La Russa per le vacanze in caserma, mille dei ricercatori che agitano le piazze continuerebbero a scoprire il futuro. L’Italia è al penultimo posto nelle graduatorie Ocse: briciole di finanziamenti alle università. La crisi Gelmini cancella le cattedre e impedisce la ricerca, ma i 20 milioni di La Russa non si toccano. Il quale va a far spesa col carrello delle massaie: quei 13 miliardi per far volare 131 caccia bombardieri Joint Strike Fighter (per bombardare chi?) e un miliardo e 350 milioni l’anno alle truppe delle guerre di pace, chissenefrega dell’articolo 11 della Costituzione che proibisce di “attraversare in armi le patrie frontiere”. Sarà ancora il sud a riempire le caserme: un ragazzo sì e uno no è senza speranza. Imparerà ad odiare, a sparare, magari a uccidere. Intanto comincia con le pistole ad aria compressa.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano