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Opinioni Bocca: Per le stragi niente paura

Bocca: Per le stragi niente paura

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di Giorgio Bocca - 27 agosto 2010

Il temuto crollo dello Stato italiano per le rivelazioni giudiziarie sui delitti di mafia è una finta minaccia. Perché non vi è nulla di più solido, di più certo, di più intoccabile della disonestà al potere.

Ci si chiede se la politica, se la società reggeranno allo sfascio criminale del paese, alle rivelazioni sulle stragi mafiose del '93, sugli stretti rapporti fra chi governa questo paese e chi lo deruba e lo uccide.
   

E la risposta è ovvia: ce la farà, resisterà, sopravviverà perché in questo paese non esiste una separazione netta, precisa fra il criminale e l'onesto e fra il legale e il mafioso.
I due italiani che mi hanno spiegato con le parole e con l'esempio l'ineluttabilità di questa condanna eterna sono stati due siciliani assassinati dalla mafia, due giudici, Falcone e Borsellino. Essi erano l'incarnazione di questa condanna.
Falcone apparteneva alla specie dei siciliani ironici fatalisti che combattono la mafia sapendo che prima o poi ne saranno uccisi. "Il mio conto con Cosa nostra - mi disse quando venne a Milano per interrogarmi sulla mia ultima intervista con il generale Dalla Chiesa - il mio conto - disse - resta aperto. Lo salderò con la mia morte, naturale o meno. Tommaso Buscetta mi ha messo in guardia. Verrà il suo turno, prima o poi ci riusciranno".
Lo sapeva anche Paolo Borsellino la volta che lo incontrai nel suo studio a Palermo. Diceva: "Il rapporto tra Stato e mafia non ha misteri: controllano entrambi lo stesso territorio, a volte fanno finta di non vedersi, a volte si uccidono".
La società, lo Stato reggeranno alla verità sulle stragi del '93, sulle collusioni tra Stato e mafia tra legalità e crimine? Ma certo che resisteranno, dato che si portano nel sangue le complicità e le omertà, dato che i soldi di cui vivono le loro tre economie sono comuni.
C'è un'economia propriamente mafiosa che esercita direttamente il suo potere criminale, un'istituzione con la sua cultura, le sue regole, i suoi delitti e castighi. Accanto c'è un'economia legale-mafiosa che offre le sue mediazioni professionali e fa buoni affari assieme alla mafia senza sporcarsi le mani. È denaro proveniente dai crimini, dal saccheggio dello Stato. Infine c'è l'economia legale che ogni giorno sfiora l'illecito, spesso complice della malavita in un mercato mondiale, globale, che non riconosce il diritto internazionale, dove l'unica regola valida è quella dello sfruttamento del lavoro altrui. Ragion per cui ogni operazione economica in questo deserto della legalità va garantita da accordi illegali di potere. È la pratica per cui si arriva alle transizioni più assurde, come i commerci con i regimi autoritari libici o iraniani, che vengono pagati con armi o con droga contro l'interesse della società civile. Se con la droga alcuni paesi del Terzo mondo possono pagare i loro debiti con l'industria avanzata questi soldi vanno bene a tutti, anche se il danno finale è la distruzione del diritto internazionale.
È il diabolico intreccio di cui ha parlato Beria D'Argentine: "Dove l'illecito è costretto a lasciar mano libera al delitto, la giustizia è impedita". In parole povere: la mafia dominante in Italia non è una favola, un'invenzione, un babau, ma uno dei poteri fondamentali con cui tutti devono fare i conti.
Ecco perché il temuto crollo dello Stato italiano per le rivelazioni giudiziarie sui delitti di mafia è una finta minaccia. Non vi è nulla di più solido, di più certo, di più intoccabile che la disonestà al potere.

Tratto da:
l'Espresso