Archivio Antimafia Duemila

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Opinioni Caselli: La lezione di Falcone

Caselli: La lezione di Falcone

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di Gian Carlo Caselli - 27 luglio 2010
Le inchieste avviate o riaperte dalle Procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze sulle stragi del 1992/93 serviranno a stabilire quali pericoli abbia corso la democrazia in quel biennio. Perciò vanno sostenute in ogni modo in quanto utili ad evitare che rischi simili abbiano a ripetersi.
   


Gli ostacoli non saranno pochi, posto che conservano ancora oggi gran parte del loro spessore le illuminanti parole che Giovanni Falcone ebbe a scrivere nella seconda metà degli anni ’80, constatando che restavano senza risposte la sue pressanti richieste di una normativa che regolasse la materia dei pentiti: “Se è vero, com’è vero, che una delle cause principali, se non la principale, dell’attuale strapotere della criminalità mafiosa risiede negli inquietanti suoi rapporti col mondo della politica e con centri di potere extra-istituzionale, potrebbe sorgere il sospetto, nella perdurante inerzia nell’affrontare i problemi del pentitismo, che in realtà non si voglia far luce sui troppi, inquietanti misteri di matrice politico-mafiosa per evitare di rimanervi coinvolti”.

Mandanti occulti  e trattative
TANTO premesso, saranno le inchieste a dire se vi furono mandanti esterni delle stragi del 1992/93 e se vi furono – a ridosso delle stragi – trattative o accordi con forze e personaggi facenti parte di quel multiforme sistema criminale che Roberto Scarpinato ha evocato proprio sulle pagine del Fatto Quotidiano. Non va però dimenticato (come ormai troppo spesso accade) che in quegli anni la democrazia contro cui altri tramavano è stata letteralmente salvata dai tanti che sono rimasti fedeli alla Costituzione. Ricordiamo le sconsolate e drammatiche parole del grande Caponnetto subito dopo la tragedia di via D’Amelio: “È tutto finito, non c’è più niente da fare”.
Come “nonno Nino” tutti gli italiani onesti erano convinti che le stragi del ’92 stessero precipitando il Paese in un baratro senza fondo. Un crudele “uno-due” di ferocia spietata a neppure due mesi di distanza: prima un chilometro e mezzo di autostrada polverizzato, poi un quartiere di Palermo come fosse Beirut.

Il rischio del crollo e la reazione
UN ATTACCO di violenza inaudita indirizzato al cuore delle istituzioni, che rischiava concretamente di trasformarel’Italia–senza ritorno in un narco-Stato o in uno Stato-mafia. Eppure, col concorso di molti (Forze dell’ordine, magistratura, società civile dei “lenzuoli”, giornalisti e uomini politici responsabili) siamo riusciti a risollevare la testa e a non soccombere alla prepotenza criminale – che sembrava inarrestabile – della mafia stragista. Di qui gli imponenti risultati ottenuti reagendo alle stragi, risultati impensabili subito dopo il verificarsi delle stesse: una serie lunghissima di latitanti finalmente catturati; uno “tsunami” di pentiti; arsenali di armi (da fare invidia persino ad un esercito regolare) sequestrati a ripetizione; per la prima volta nella storia dell’antimafia beni confiscati per importi che ricordano quelli di una Finanziaria; 650 ergastoli e centinaia di anni di carcere inflitti all’ala militare di Cosa Nostra; processi anche agli imputati “eccellenti” collusi con la mafia, con esiti complessivi che solo la miopia interessata o disinformata di qualche commentatore può pretendere di svalutare.

Professionalità e spirito di servizio
IN BREVE, se oggi è possibile continuare a contrastare le organizzazioni mafiose e se i Pubblici ministeri di Palermo, Caltanissetta e Firenze sono in grado di riproporre il tema dei lati oscuri (fuori scena e perciò “osceni”) del potere criminale mafioso, ciò è indubbiamente merito della professionalità e dello spirito di servizio di quei magistrati: ma è merito anche del fatto incontestabile che dopo le stragi siamo riusciti a non crollare, ma – pur costretti in ginocchio – abbiamo saputo risollevarci. Certamente con fatica e sacrificio. Forse anche a dispetto di chi protervamente remava contro.

Tratto da:
Il Fatto