Archivio Antimafia Duemila

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Opinioni 'Ndrangheta. La mafia piu' forte

'Ndrangheta. La mafia piu' forte

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di Paolo Lambruschi - 8 aprile 2008
Diventa un dovere civile scrivere la storia della mafia oggi meno conosciuta e più potente, la ’ndrangheta, la più grossa minaccia criminale per lo Stato, come certificato dall’ultima relazione della Commissione Parlamentare antimafia.


Con l’obiettivo di far uscire il nemico dall’ombra, Enzo Ciconte ha appena pubblicato per Rubbettino
’Ndrangheta, una delle poche ricerche storiche a ripercorrere con completezza il cammino dell’organizzazione criminale nata tra le alture impervie e poverissime della Sila e dell’Aspromonte prima dell’Unità d’Italia, consolidatasi nella storia repubblicana fino agli eventi più recenti ed eclatanti, tra cui l’omicidio Fortugno e la strage di Duisburg.

Professor Ciconte, qual è il segreto della mafia calabrese?
«Il fortissimo legame famigliare presente in ogni cosca. Non si trova in nessun’altra organizzazione mafiosa una rete a maglie così strette. Questo spiega l’alto tasso di fedeltà e perché ci siano pochissimi pentiti. I legami tra le ’ndrine vengono poi rafforzati con una politica di matrimoni combinati, come quelli tra le dinastie. Secondo fattore di successo, la capacità di penetrazione massiccia in altri territori conservando una certa impenetrabilità. Penso alla Lombardia e alle regioni del Nord o alla Germania colonizzate seguendo le rotte migratorie dalla Calabria. Non facciamoci ingannare dal mito della mafia arretrata e belluina. Questa è l’immagine che la ’ndrangheta
 vuole offrire di sé, in realtà ha grande capacità di padroneggiare la globalizzazione coniugando tradizione e innovazione».
 In che modo?
 «Nelle nuove generazioni accanto ai dirigenti e ai manovali impegnati in attività criminose tradizionali, affiliati con un rituale antico, convivono i colletti bianchi che investono nelle Borse e sul mercato immobiliare i soldi sporchi».

Cosa ha prodotto la sua grande ricchezza economica?
 «Anzitutto la distorsione degli appalti, come per la costruzione dell’autostrada del Sole, la Salerno-Reggio Calabria, e dell’impianto siderurgico di Gioia Tauro. Nel primo caso le aziende del Nord accettarono di pagare il pizzo alle diverse cosche che si spartivano il territorio per ogni tratta. Nel secondo la mafia entrò nella gestione degli appalti.
  Successivamente la ’ndrangheta si è arricchita con il narcotraffico, sfruttando la conformazione delle coste calabresi e utilizzando una lunga esperienza nel contrabbando. Senza contare il controllo del porto di Gioia Tauro, zona sotto la signoria dei Piromalli, dove sbarca la droga dal Sudamerica. Infine, si è tuffata negli enti locali e gestisce gli appalti, soprattutto nella Sanità.

Le indagini sul delitto Fortugno dimostrano il grado di infiltrazione in questo delicato settore».
Chi sono i suoi complici?
«La politica e il mondo del business. La storia ci dice che ha da secoli rapporti trasversali con uomini politici locali. Oggi più che mai. Secondo le indagini della magistratura e le confessioni di alcuni pentiti, la svolta avvenne negli anni ’70, quando si saldò l’alleanza con le logge massoniche deviate calabresi. Vi furono omicidi di massoni che si opponevano, ma alla fine si creò la doppia affiliazione alla mafia e alla massoneria deviata. I capi ’ndranghettisti diventano 'santisti' giurando in nome dei tre Giuseppe, Garibaldi, Mazzini e Lamarmora. La cosiddetta 'Santa' ha aperto le porte della malavita al mondo di una certa borghesia imprenditoriale professionale e alla politica, quindi l’accesso senza mediazioni agli appalti e ai fondi pubblici. Ci sono poi settori della finanza e dell’impresa che continuano a pensare che pecunia non olet. Bisogna vigilare, la presenza della ’ndrangheta al Nord mette a rischio le grandi opere. Ad esempio, a Milano credo che i lavori per l’Expo saranno una preda ambita dalle aziende dei mafiosi».

Quali relazioni intrattiene con camorra, mafia siciliana e Sacra corona unita?
«Buoni. Gli ’ndranghettisti sono sempre stati rispettati dai siciliani e, a differenza di Cosa Nostra, non hanno mai voluto colonizzare la Campania e la Puglia. Hanno invece procurato a Cutolo, che creò la Nuova camorra unita, i rituali di affiliazione dei vecchi camorristi. E hanno contribuito alla nascita delle organizzazioni pugliesi».
 
Come si combatte?
«La repressione è efficace grazie alla bravura di magistrati e forze dell’ordine. Ora la battaglia si è spostata sul piano culturale e simbolico, molto importante in Calabria. La Chiesa sta combattendo in prima linea una battaglia molto coraggiosa con vescovi e sacerdoti. Il Paese e la società civile devono seguirne l’esempio».
 «Successo dovuto pure alla capacità di penetrazione, dalla Lombardia alla Germania»

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