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Opinioni Bocca: Il Nord e il potere mafioso

Bocca: Il Nord e il potere mafioso

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di Giorgio Bocca - 18 giugno 2010
Le cosche si sono trasformate in una nuova borghesia del malaffare. Che si è infiltrata negli uffici pubblici come nel sistema finanziario. Non c'è accordo sulle celebrazioni dei centocinquanta anni dell'unità d'Italia. La Lega non nasconde il suo dissenso. Umberto Bossi ha dato il là e i suoi diadochi lo seguono con dichiarazioni solo in apparenza ambigue: "Ci sono problemi più seri da risolvere", "L'unità sì ma nel federalismo", eccetera.



 

E siccome la Lega è decisiva in questo governo, Berlusconi non si impegna, lesina i soldi per le celebrazioni, non interviene a fermare la frana del comitato organizzatore.
Intanto la sinistra resta nel suo stato confusionale, non ha il coraggio o la voglia di raccogliere lo spirito unitario o risorgimentale della Resistenza partigiana fondamento della Repubblica democratica. Lo spirito unitario della Resistenza, per chi l'ha fatta, è fuori da ogni dubbio. I partigiani di ogni colore politico, comunisti, giellisti, liberal-monarchici furono da subito uniti dal fine comune di salvare l'unità e l'indipendenza nazionale. Pronti nella primavera del '45 a respingere le velleità annessionistiche di De Gaulle in Val d'Aosta e Susa e quelle al confine orientale di Tito.
Ricordo perfettamente che di fronte ai moti separatisti siciliani e calabresi, di Portella della Ginestra e di Caulonia, ci fu una spontanea offerta partigiana di riprendere le armi a difesa dell'unità nazionale. Il vento del Nord, come fu chiamata la presenza partigiana nei primi governi di Parri e di De Gasperi, guardasigilli il comunista Togliatti, fu chiaramente unitario e risorgimentale. Sentimento condiviso dagli italiani che si strinsero attorno a quei padri fondatori della Repubblica. Lo spirito unitario della guerra partigiana del suo governo che ebbe il nome di comitato di liberazione, è arrivato intatto fino ad oggi? Le voglie di secessionismo sono perdenti anche oggi?
Due fattori contrari, due pericoli sono emersi negli anni dell'Italia democratica. Uno è la progressiva salita al Nord delle mafie meridionali, l'Onorata società siciliana, la 'ndrangheta calabrese e la sacra corona pugliese, la progressiva conquista di basi operative nelle grandi città del Nord.
La presenza della criminalità organizzata, per sua storia e natura antistatale, è qualcosa di visibile, di onnipresente, di impudente. Ci sono ristoranti, mercati, club, sezione di partito, amministrazioni della Padania equamente divise fra la novità politica della Lega anti-unitaria e le cosche mafiose che di patria conoscono solo quella della rapina e delle consorterie criminali.
È accaduto così che il partito del fare berlusconiano, per cui il binomio denaro-potere è tutto, è diventato volenti o nolenti il punto di appoggio o di mascheramento della conquista malavitosa del Nord. Le mafie da società segrete si sono trasformate in nuova borghesia del malaffare, delle cricche politico-delinquenziali che non si accontentano dei ricatti delle minacce, ma occupano i pubblici uffici, s'infiltrano nel sistema finanziario, nelle gerarchie ecclesiastiche, negli uffici giudiziari. Siamo alla degenerazione del tessuto sociale, all'anarchia ladresca: tutti tentati dal furto invece che dal lecito guadagno.
Si dice che dei primi anni della sua unità l'Italia monarchica è stata ricca di scandali e di ruberie che riguardavano anche i ceti alti e altissimi. Ma quella odierna è una criminalità talmente diffusa da apparire, da essere pensata come normale. Non a caso l'estrema destra reazionaria va riscoprendo come suoi nemici mortali i partigiani e inalbera cartelli su cui scrive "partigiani assassini".

Tratto da: L'Espresso