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Opinioni Casarrubea-Cereghino: Giuliano, i nazifascisti e le bande sioniste

Casarrubea-Cereghino: Giuliano, i nazifascisti e le bande sioniste

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di Giuseppe Casarrubea e Mario J. Cereghino - 26 aprile 2010
Quest’anno si celebra in tutta Italia il 65° anniversario della Liberazione dal nazifascismo. Una ricorrenza laicamente sacra, di straordinaria importanza per le lotte democratiche di ieri e di oggi.




Ma gli eventi di quegli anni e dell’immediato dopoguerra sono finiti ben presto in una sorta di terra di nessuno, dove chiunque può dire e commentare tutto e il contrario di tutto. Un marasma dentro il quale continuano a generarsi  le deformazioni politiche e pseudostoriografiche che negano persino la validità della lotta partigiana, come tessuto fondamentale della Costituzione del ’48.

Perchè allora quest post? Ciò che accade in Sicilia, tra il ’43 e il ’48 è un esempio di queste deformazioni a tutto campo.  Come nel caso di uno stragista neofascista che gode ancora la nomea di un generoso galantuomo mediterraneo.

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L’hanno sempre dipinto come un bandito “di passo”. Un simpatico furfante che si divertiva a rubare ai ricchi per dare ai poveri. Un Robin Hood nostrano, impastato di sentimenti romantici e quasi filantropici, circondato da belle donne che avevano perso la testa per lui,  giovanotto  siciliano di montagna deciso a tutto. Bello, impomatato e con la fama di un rustico Casanova.

Complici di questa criminale distorsione della realtà storica sono alcuni pezzi da Novanta del giornalismo internazionale degli anni ’40, a cominciare da quel Mike Stern, sedicente “reporter” americano, il cui nome comparirà addirittura, trent’anni dopo, nelle indagini sulla strage di Bologna.

Ma chi è veramente Salvatore Giuliano ce lo raccontano le carte inglesi, americane, italiane che poco alla volta vengono alla luce a svelarci una verità all’epoca inconfessabile. Come la sua appartenenza organica alle formazioni nazifasciste della Rsi e il ruolo da lui svolto per conto dell’Intelligence Usa dopo il ‘45. Quando gli Stati Uniti d’America scatenano una martellante offensiva mediatica che porterà in breve alla nascita della Guerra fredda tra i blocchi.

Luoghi strategici di questo scontro geopolitico tra superpotenze, che si svolge tra Mediterraneo e Medio Oriente, sono soprattutto la Sicilia e lo Stato di Israele, che nasce nel ‘48. E’ in questo periodo che l’Italia diventa base operativa di primo livello dei flussi migratori ebraici che dall’Europa si riversano verso le coste della Palestina britannica. Operano nella nostra penisola gruppi di “terroristi ebraici” – come scrive l’Intelligence di Londra – che fanno capo a organizzazioni paramilitari come l’Irgum, la banda Stern e l’Haganah. Il tutto sotto l’ombrello protettivo dei servizi Segreti americani, guidati a Roma da James Jesus Angleton e da Philip J. Corso, e la complicità del capo del governo Alcide De Gasperi.

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12 gennaio 1946

Giuliano non si limita a terrorizzare la Sicilia con sparatorie e attentati a bomba, rivolti soprattutto contro il Pci di Togliatti e le Camere del Lavoro. Su ordini diretti dello spionaggio Usa e con la collaborazione degli apparati dello Stato, accoglie e addestra nella sua formazione paramilitare  centinaia di “elementi ebraici” a Gela, Trapani, Montelepre e nelle campagne della Sicilia centrale. Ne parlano vari documenti desecretati nel 2005 in Gran Bretagna, a Kew Gardens, e ora disponibili presso il nostro Archivio di Partinico (Palermo).

Eccone alcuni, datati rispettivamente 12 gennaio, 18 gennaio, 6 febbraio 1946:

“Le seguenti informazioni provengono dal Battaglione 808° per il Controspionaggio (Sicilia, rapporto del 12 gennaio 1946), tramite il G-2 del Comando Alleato dell’Area di Roma (RAAC). La battaglia [a Montelepre] si è conclusa nella notte tra il 9 e il 10 gennaio. Si riscontrano due morti tra i Carabinieri Reali (CC RR), mentre i feriti sono 13. Nella stessa zona, i banditi hanno attaccato un autoveicolo dei CC RR con a bordo tre carabinieri (uno è morto mentre gli altri due sono rimasti feriti). Si ritiene che anche alcuni banditi siano rimasti feriti. I CC. RR ne hanno arrestato 30. Si conferma che i banditi appartenevano all’Esercito volontario per l’indipendenza della Sicilia (Evis). Si reputa che erano assistiti da elementi jugoslavi antititini e da alcuni elementi ebraici”.

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18 gennaio 1946

“La battaglia con i separatisti dell’Evis a Montelepre, che era iniziata tra il 9 e il 10 gennaio, si è conclusa il 16 gennaio. Il bilancio definitivo è di 9 morti tra i CC RR e i soldati dell’Esercito. I feriti sono 35. […] Al momento, la guarnigione di Montelepre consta di quattro compagnie del 139° Reggimento di Fanteria. Si conferma che elementi ebraici hanno preso parte alle azioni. Alcuni ebrei sono stati catturati: stiamo cercando di identificare i prigionieri. Segue rapporto definitivo.  Al momento, non si comprende il riferimento agli ebrei. […] In seguito alla suddetta battaglia, un autoveicolo (probabilmente un’autoambulanza) è stato attaccato dall’Evis sulla strada litoranea nei pressi di San Cataldo (a nord di Partinico, in provincia di Palermo), 10 chilometri a ovest di Montelepre. I militi deceduti sono 3. Si riscontrano numerosi feriti”.

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“ Elementi stranieri. Corre voce che un certo  numero di elementi stranieri assista il Movimento separatista. Le ragioni di tale ingerenza rimangono oscure. Vi sono, ad esempio, alcuni francesi e ungheresi che, dall’isola di Lipari, sono soliti arrivare in Sicilia armati e poi tornarsene alla base di partenza. Questo movimento sarebbe promosso dal sindaco di Lipari, Armanzo Luigi, e da suo fratello Vincenzo. Si dice inoltre che alcune centinaia di ebrei giungano armati dalla Palestina, che sbarchino nei pressi di Gela e Trapani e che poi facciano ritorno in Palestina. Per questi elementi, sarebbero stati anche allestiti dei campi [di addestramento]. Corre voce, infine, che un certo numero di elementi jugoslavi antititini combatta assieme ai separatisti”.

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24 gennaio 1946 (a)


Il 24 gennaio 1946, il console britannico a Palermo, A. Watkins, scrive una lettera al Consolato di Napoli che, a sua volta, la spedisce al Foreign Office, a Londra:

“La seguente questione, sulla quale sto indagando e sulla quale spero in breve di poter fornire delle conferme, può essere di interesse. Mi si dice che nei pressi di Gela (Sicilia) vi sono dai sei ai dodici campi di Ebrei di varie nazionalità; che questi campi hanno la funzione di stazioni di accoglienza e di smistamento; che – mentre si registra un flusso costante di nuovi arrivi – un grande numero di elementi parte per destinazioni sconosciute. Si dice che costoro arrivino da Bari, o da altre zone della Puglia, e che si dirigano verso le spiagge della Calabria. Da qui, a bordo di piccole imbarcazioni, attraversano il mare e sbarcano nottetempo in alcuni punti della costa siciliana. La cosa misteriosa è che mi si dice che detti individui sono armati di tutto punto. Vi è un’altra notizia non confermata, secondo la quale armi e munizioni vengono sbarcate in Sicilia. Secondo queste voci, i carichi d’armi arrivano da Crotone (Calabria).”

Il Foreign Office si preoccupa, indaga e, nell’aprile ‘46, in un lungo rapporto classificato segreto, scrive che all’Evis aderiscono “ebrei ed elementi monarchici jugoslavi provenienti dal campo di Eboli (Salerno)”.

 

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Ada Sereni


Una conferma della collaborazione paramilitare tra gruppi sionisti, Decima Mas e intelligence Usa nel dopoguerra, ci arriva dal volume “Solo per la bandiera” dell’ex colonnello agli ordini del principe Borghese nella Rsi, Nino Buttazzoni (Mursia, 2002): “Vengo invitato a prendere contatto con il centro di coordinamento dei servizi israeliani [sic] a Roma – rivela Buttazzoni – . E’ diretto dalla signora [Ada] Sereni, con la quale ho un lungo colloquio. E’ alla ricerca di una persona esperta che assuma l’incarico di organizzare e addestrare alle armi e alla guerriglia i numerosi ebrei provenienti dalle regioni orientali dell’Europa e decisi a raggiungere i territori del Medio Oriente per creare una loro nazione. L’incarico mi attira, anche perché significa misurarsi ancora con gli inglesi, decisi ad opporsi allo sbarco degli ebrei in Palestina. […] Rinuncio ma suggerisco di avvicinare vari ufficiali dei Nuotatori-Paracadutisti, sia del Nord sia del Sud. Alcuni vengono ingaggiati per condurre imbarcazioni, come il capitano Geo Calderoni, che riuscirà più volte a beffare con abilità  e coraggio la stretta sorveglianza degli inglesi.”

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24 gennaio 1946 (b)


Ma partirà anche Fiorenzo Capriotti, classe 1911, ex ufficiale della Decima Mas. All’inizio del ’48, a Roma, è avvicinato dal capo del Servizio informazioni e sicurezza (Sis), Agostino Calosi. “Si trattava – ricorda Capriotti – di inviare in Israele due operatori di mezzi d’assalto, di cui uno per i subacquei. Era il sottotenente di vascello Nicola Conte, che aveva lavorato con gli inglesi. L’altro sarei stato io.”

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Alcide De Gasperi


Accordi segreti, questi, di cui è perfettamente al corrente anche il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi. Nell’aprile ’48, un mese prima della nascita ufficiale di Israele, De Gasperi incontra a Trento la signora Ada Sereni, rappresentante in Italia del Mossad, il neonato servizio segreto ebraico. La Sereni chiede al capo del governo di chiudere un occhio sul traffico d’armi dall’Italia verso la Palestina. De Gasperi acconsente.

Sa troppe cose scottanti. Dalla fine della guerra – come scrive Stefania Limiti nel volume “L’Anello della Repubblica” (Chiarelettere, 2009) – è a capo del  “Noto Servizio”, o “Anello”, una struttura occulta che svolgerà un ruolo decisivo nella storia del nostro Paese. I suoi obiettivi sono ben definiti: ostacolare le sinistre e condizionare il sistema politico con mezzi illegali, ma senza sovvertirlo. Non è una meteora: opera fino agli inizi degli anni Ottanta alle “informali” dipendenze del Presidente del Consiglio. E De Gasperi è a capo del governo italiano – e lo sarà per lunghi anni – dal dicembre ‘45.

Le formazioni sioniste dell’Haganah – il nucleo del futuro Esercito israeliano – e, soprattutto, dell’“Irgum Zwai Leumi”, agiscono in Europa e in Medio Oriente e scatenano una guerriglia senza quartiere contro il “Protettorato britannico” in Palestina. Il 31 ottobre ‘46, l’“Irgum” fa esplodere una bomba nell’edificio che ospita l’ambasciata di Sua Maestà a Roma, a due passi da Porta Pia. E’ un periodo in cui si fanno sempre più marcati i dissensi tra Stati Uniti e Gran Bretagna sulle nuove strategie da adottare in Europa e nel Mediterraneo. Londra si oppone con forza alla creazione dello Stato di Israele, che è invece appoggiata da Washington e dalle potenti organizzazioni ebraiche americane.

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Militi della V Brigata Osoppo


Il fronte anticomunista clandestino voluto da Angleton dall’estate ‘46 (subito dopo il Referendum istituzionale del 2 giugno) è molto vasto. Comprende gli ex uomini della Decima Mas, la Brigata Osoppo (ex partigiani “bianchi”), il generale Raffaele Cadorna e il suo vice Enrico Mattei (ex capi del Cln), l’Unione patriottica anticomunista (Upa, costituita da carabinieri del Sim, il Servizio informazioni militare), l’ex “Gruppo Franchi” del capo partigiano Edgardo Sogno, gli ex Ustascia (fascisti croati) e i monarchici jugoslavi che hanno trovato rifugio in Italia alla fine della guerra.

Le formazioni paramilitari nere più agguerrite sono le Squadre armate Mussolini (Sam), l’Esercito clandestino anticomunista (Eca) e i Fasci di azione rivoluzionaria (Far). A guidarle troviamo Fortunato Polvani (Brigate Nere), ex federale di Firenze e all’epoca capo a Palermo del Fronte antibolscevico su scala nazionale; Nino Buttazzoni (Np/Decima Mas); Pino Romualdi (ex vice segretario del Partito Fascista Repubblicano della Rsi).

I legami sotterranei tra gruppi sionisti e neofascisti italiani, in Sicilia, passano anche dalla cosiddetta banda Giuliano. Come leggiamo in vari documenti dei servizi segreti italiani, “la banda è da ritenersi a completa disposizione delle Formazioni Nere”.

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6 febbraio 1946 (a)


In un lungo rapporto del 25 giugno ’47, ritrovato dallo storico Aldo Sabino Giannuli, leggiamo che “al bandito Giuliano doveva essere demandato il compito di provvedere all’evasione di [Junio Valerio] Borghese, relegato a Procida, perchè soltanto l’ex capo della Decima Mas era ritenuto in grado di assumere militarmente il rango di capo militare delle formazioni clandestine dell’isola. Negli ambienti dei Far, si ammette che l’azione della banda Giuliano è in relazione con l’ordine testè impartito di ‘accelerare i tempi’ [per il previsto colpo di Stato della primavera 1947]”.

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Pino Romualdi


Quella di Giuliano non è, dunque, una banda di pastori ribelli che rubano e ammazzano spinti dalla fame. La catena di comando terroristica è chiara. Ai vertici troviamo il quartiere generale delle Forze armate americane nel Mediterraneo, guidate dal generale John H. Lee, assieme ai Servizi di Intelligence di Angleton. Alle loro dirette dipendenze, in via Sicilia 59 a Roma, vi sono i carabinieri dell’Upa, che a loro volta coordinano le azioni di Far, Eca e Sam. Di queste ultime, è elemento organico la banda monteleprina, attiva in Campania, Basilicata, Calabria e Sicilia, cioè l’area controllata dal principe nero Valerio Pignatelli, calabrese di origine. 

E’ qui che il principe organizza, dall’agosto ‘43, su mandato dei Servizi segreti nazisti di Roma guidati da Herbert Kappler ed da Karl Hass, una rete paramilitare che ha il compito di opporsi all’avanzata degli Alleati, ma soprattutto alla diffusione del “bolscevismo”. A Cosenza, non a caso, opera Luigi Filosa, uno dei luogotenenti più in vista del principe calabrese, incaricato di organizzare vere e proprie operazioni di guerriglia nazifascista in tutto il Meridione. E il centro operativo della banda Giuliano si trova proprio a Cosenza come ci svela il rapporto Sis del 25 giugno ‘47. E’ qui che il “re di Montelepre”, tra l’altro, sarà processato per l’uccisione del carabiniere Antonio Mancino avvenuta il 3 settembre ‘43.

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6 febbraio 1946 (b)


Calabria e Sicilia sono luoghi strategici per il terrorismo nero.  Da qui passano le armi che arrivano clandestinamente dalla Jugoslavia e dall’Albania, destinate alla banda Giuliano, ai gruppi armati anticomunisti jugoslavi e, fatto clamoroso, alle formazioni sioniste che operano nell’isola.

In un documento dei Servizi americani del 18 aprile ‘46 leggiamo: “Calabria: abbiamo ricevuto numerosi rapporti sul contrabbando di armi in questa regione (provengono dalla Jugoslavia attraverso l’Adriatico). Corre voce che arrivino soprattutto a Molfetta e a Crotone. Si ritiene che una parte di queste armi sia inviata alla banda Giuliano (Sicilia) per fomentare la causa del separatismo. Altri carichi finiscono nelle mani di una squadra armata in Calabria, composta soprattutto da elementi slavi.”

Il porto di Molfetta compare più volte anche nella storia dell’emigrazione ebraica in Palestina. Da qui passano migliaia di profughi che, a bordo di navi italiane e straniere, arrivano al porto di Haifa. Piroscafi che trasportano anche carichi d’armi. Il 10 aprile ‘48, nel mare Adriatico, è affondata la nave “Lino”, salpata da Fiume (Jugoslavia) e diretta proprio a Molfetta.

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Maria Cyliacus


La “giornalista” svedese Maria Cyliakus, che nel gennaio ’49 pubblica sul settimanale “Oggi” un’intervista in quattro puntate a Salvatore Giuliano, realizzata nelle montagne di Montelepre, è in realtà una spia internazionale al servizio della neonata Cia. Viene infatti incaricata, nel ’48, di organizzare un traffico d’armi clandestino destinato ai gruppi sionisti in Palestina. Ma la donna è arrestata a Roma dal controspionaggio britannico mentre sta fotografando alcuni aerei della Royal Air Force (Raf) all’interno di una base militare.

Ecco perchè il capobanda monteleprino, su ordini superiori, permette alle formazioni sioniste di farsi le ossa in Sicilia, per rafforzare la guerra di guerriglia  ormai in atto contro le truppe inglesi in Palestina e in Transgiordania. Un intrigo internazionale dai risvolti inquietanti.

L’Evis, quindi, di separatista ha ben poco. E’ una formazione terroristica attiva dal ‘44, definita “neofascista” dai dispacci dell’Intelligence Usa in Sicilia. Nel settembre ‘45 ne assume il comando il “colonnello” Turiddu Giuliano, con una solenne investitura sulle montagne di Sàgana, nei pressi di Montelepre, alla presenza dei massimi dirigenti del sedicente Movimento per l’indipendenza della Sicilia (Mis). Ma, come dimostrano decine di rapporti alleati resi pubblici negli ultimi anni, l’Evis ha le sue origini nei servizi Segreti della Rsi e nei commandos della Decima Mas. E’ un fronte della guerra che i neofascisti hanno dichiarato ai governi di Badoglio e  di Bonomi dopo l’8 settembre ‘43.

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18 aprile 1946 (a)


Nell’aprile ‘45, poche settimane prima della disfatta nazifascista nell’Italia settentrionale, 120 militi della Brigata Nera “Raffaele Manganiello”, di stanza a Montorfano (Como), raggiungono la Sicilia per continuare la “resistenza fascista” al Sud. Fanno parte del battaglione “Vega”, un corpo di èlite di 350 uomini voluto dal principe Borghese nell’estate ‘44 e addestrato dal tenente di vascello Mario Rossi. Gli uomini del “Vega” provengono in gran parte dalle fila degli Nuotatori paracadutisti (Np) del colonnello Buttazzoni. Negli elenchi stilati dal colonnello Hill-Dillon del controspionaggio statunitense nell’aprile  ‘45, compaiono, non a caso, i nomi del “tenente Giuliano” e di altri futuri componenti della cosiddetta “banda” del monteleprino, come il parà Giuseppe Sapienza.

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James Jesus Angleton


A Como, gli uomini della “Manganiello” sono guidati da Polvani. Nell’autunno del ‘45, da Palermo (dove rimarrà fino alla primavera ‘47), l’ex federale di Firenze entra in contatto con il capitano Angleton e assume il coordinamento delle squadre armate  neofasciste per tutta l’Italia, a cominciare dalle Sam. A coprire questo magma eversivo in Sicilia, troviamo l’ispettore generale di Pubblica sicurezza Ettore Messana, ricercato nel 1945 dalle Nazioni Unite per i crimini di guerra da lui commessi in Slovenia tra il 1941 e il 1943. Confidente numero uno di Messana in Sicilia nel dopoguerra è Salvatore Ferreri, luogotenente di Giuliano nella banda. Dal ’44 è stato agli ordini di uno dei capi del controspionaggio della Rsi, Tommaso David, responsabile dei Sabotatori-Attentatori nella guerra segreta oltre le linee.

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18 aprile 1946 (b)

Giuliano coordina il terrorismo delle Sam a livello nazionale. Ce lo conferma un rapporto Sis del giugno ‘46, ritrovato da Giannuli: “A Venezia, Milano e nella Calabria ferve il lavoro delle Sam, le quali sono sovvenzionate da Giuliano e il suo aiutante è lo Scugnizzo”. Dove per “Scugnizzo” deve leggersi Salvatore Ferreri, alias Fra’ Diavolo, la cui storia è ampiamente trattata nel nostro libro “Lupara nera” (Bompiani, 2009).

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Mossad

Non stupisce, quindi, che sia proprio Romualdi, capo dei Far, a consegnare all’Irgum l’esplosivo necessario a far saltare per aria l’ambasciata britannica a Roma, nell’ ottobre ‘46. Come scrive il giornalista Eric Salerno nel suo recente volume “Mossad base Italia” (Il Saggiatore, 2010).

Angleton – che all’inizio degli anni ’50 diventerà il responsabile a livello mondiale del controspionaggio della Cia – sfrutta bene l’avversione che gli uomini di Borghese nutrono nei confronti degli inglesi. Tra il ’40 e il ’43, le azioni della Decima si concentrano infatti contro obiettivi inglesi nel Mediterraneo, in Egitto, Malta e Gibilterra. In Italia, i Servizi inglesi stanno creando non poche grane a Angleton e soci. Nell’estate ’46, gli 007 di Sua Maestà raccolgono le prove che gli Usa hanno fatto i patti con i neofascisti di Salò per scatenare il terrorismo contro il Pci, con l’obiettivo di realizzare un colpo di Stato. La conferma arriva da Londra (Foreign Office) e da altre fonti dell’Intelligence. Tra queste, un neofascista siciliano delle Sam catturato a Trieste, Mario Cocchiara, che decide di “cantare”.

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17 aprile 1946 (a)

A sorpresa, viene fuori anche un traffico di cocaina tra l’Austria e il Nord Italia. Serve a finanziare le operazioni delle Sam. Il referente di Cocchiara nel Friuli Venezia Giulia è il capitano Huppert, un ufficiale italo-americano del Counter Intelligence Corps (Cic) che lavora per Angleton e Corso. Huppert, da Trieste, mantiene i contatti anche con Buttazzoni, clandestino a Roma.

 

A fine ottobre ’46, un’altra azione clamorosa – l’uccisione del generale inglese Robert De Winton, comandante del Governo militare alleato a Pola, in Istria – salta all’ultimo minuto per un’improvvisa fuga di notizie all’interno della sede dell’Intelligence Usa, a Milano. A fermare l’azione è un ufficiale dei Servizi italiani, Toni Usmiani. Un ex membro dei Servizi segreti della Decima Mas, Maria Pasquinelli, aveva organizzato l’attentato per il 28 ottobre ‘46, anniversario della Marcia su Roma, assieme ad altri neofascisti delle Sam (l’attentato mortale avverrà poi il 10 febbraio ‘47. Sul tema, vedi il nostro saggio “Le iene del neofascismo” in questo blog). A Trieste, il referente della Pasquinelli è, guarda caso, il capitano Huppert (Cic).

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All’attentato di Pola avrebbe partecipato anche un non meglio identificato “Giuliano”. La scrittrice triestina Rosanna Giuricin, nel suo libro “La giustizia secondo Maria” (Del Bianco Editore, 2008) rivela: “Non era Maria che avrebbe dovuto sparare. Il compito era stato assegnato a Giuliano. Chi poi fosse Giuliano non si sa. La trattazione si ferma all’ipotesi secondo la quale all’ultimo momento, ‘Giuliano’, preso dagli scrupoli, avesse passato la pistola alla Pasquinelli.”

Non è azzardata l’ipotesi che il Giuliano di cui si parla, sia proprio il “re di Montelepre”. Nel giugno ‘46, infatti, il controspionaggio italiano segnala la presenza a Trieste di “due militanti Evis provenienti da Catania: Tullio Di Mauro, nato a Trieste nel 1923, ed Enzo Finocchiaro, nato a Catania nel 1925”.  Il cosiddetto Evis, dunque, è una copertura delle bande neofasciste armate delle Sam. A capirlo è anzitutto il Comando alleato di Roma che nel gennaio ‘45, durante i moti del “Non si parte” in Sicilia, scrive: “La responsabilità dei separatisti è pari allo zero. Con ogni probabilità, gli incidenti sono stati fomentati da elementi fascisti e da agenti della Rsi che hanno recentemente attraversato la linea del fronte [la linea Gotica].”

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17 aprile 1946 (b)


Non è casuale che il Sim, nel dicembre ‘45, segnali la presenza del principe Borghese a Udine, in “uniforme americana”. L’ex capo della Decima Mas è in Friuli per contattare una banda di fascisti della Rsi guidati da Spollero, attiva sulle montagne di Remanzacco (Tarcento).   E’ un’area, questa, vitale per le sorti del neofascismo italiano. A confermarlo ai Servizi inglesi è Cocchiara.

Nel settembre ’46, a Trieste, il neofascista delle Sam vuota il sacco: “Risulta che Cocchiara sta organizzando un gruppo paramilitare di destra sotto gli auspici del Sim [composto da carabinieri]. Sostiene inoltre di essere in rapporti diretti con i gruppi delle Sam in Lombardia e nei dintorni di Milano. I Carabinieri Reali partecipano al movimento. Cocchiara si è messo in contatto il 19 agosto ‘46 con i gruppi della resistenza nazista che operano nelle Alpi bavaresi. Per ottenere fondi, i gruppi nazisti hanno allestito un ampio traffico di cocaina verso l’Italia. Qui, i loro emissari vendono cocaina di tipo ‘Merck’, genuina. In Italia, le organizzazioni neofasciste traggono profitto dall’acquisto di cocaina, garantendo così i finanziamenti alle loro attività.  A Merano, il contatto di Cocchiara è Cosulich (hotel Bristol). Le comunicazioni tra Milano e Merano sono garantite da Comelli.”

Un traffico, questo, confermato anche da un bravo e coraggioso giornalista dell’epoca, Riccardo Longone. Su “l’Unità” del 14 febbraio ’47, in un articolo intitolato “I camerati delle Sam”, svela il narcotraffico che i nazifascisti hanno messo in piedi tra Milano, l’Alto Adige e l’Austria (l’inchiesta di Longone è consultabile nel nostro sito).

Che ci siano delle connessioni inconfessabili tra la Sicilia di Giuliano, Roma e il Nord, con il suo arcipelago di terroristi neri, è confermato dal fatto che all’indomani della strage di Portella della Ginestra e degli assalti contro le Camere del Lavoro (maggio-giugno ’47), sono scoperti sulle montagne monteleprine alcuni “continentali”. Fermati e identificati dai carabinieri, vengono rispediti a casa in fretta e furia: “Un gruppo di settentrionali composto da Giancarlo Celestini, 20 anni da Milano, Enzo Forniz, 18 anni da Pordenone e Bruno Trucco, un ragazzo di Genova”.   A quale appello hanno risposto? Tra il 10 luglio e il 14 agosto ‘47, sono poi intercettati sulle montagne di Montelepre undici misteriosi individui nativi di Cava dei Tirreni (Francesco Lambiase e Vincenzo di Donato); Sicaminò, in provincia di Messina (Francesco Minuti); Taranto (Cosimo Vozza, Pietro Capozza, Cataldo Sorrentino, Santo Balestra); Cagliari (Carlo De Santis); Vicenza (Gaetano Dalconte e Edoardo Affollati); Ragusa (Giuseppe Ferma).

Ecco chi è il “romantico” bandito Giuliano: un criminale, uno stragista pronto a tutto, anche a trafficare in armi e altro in nome del dio denaro. Agli ordini delle alte gerarchie dello Stato, dei neofascisti e delle spie americane, si sente padrone del mondo e pensa alla Sicilia come al suo regno assoluto: una realtà in mano a Cosa Nostra e al terrorismo anticomunista.

Ma sessant’anni fa, la notte fra il 4 e il 5 luglio ’50, è “eliminato” in un conflitto a fuoco mai esistito. Siamo alla vigilia del processo per la strage di Portella della Ginestra. Nei palazzi molti temono che, messo all’angolo, possa rivelare quelle verità scottanti che i documenti americani e inglesi ci vanno restituendo in questi ultimi anni.

Alla faccia di chi continua a negare una realtà storica sotterrata per troppi decenni. Nel nome degli equilibri geopolitici nati sessant’anni fa con la Guerra fredda.

Tratto da: casarrubea.wordpress.com