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Opinioni Barbacetto: Banda larga

Barbacetto: Banda larga

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di Gianni Barbacetto - 10 marzo 2010
È il momento della banda larga. Del furto cablato. Della truffa globale. Della ruberia planetaria. Protagonisti, secondo le ipotesi d’accusa dei magistrati, alcuni manager di Fastweb e di Telecom.




Responsabili di una gigantesca frode Carosello: un giro del mondo dei soldi attraverso le frontiere, di qua con l’iva, di là senza iva, che alla fine provoca un furto allo Stato italiano di quasi 400 milioni (attraverso il mancato versamento dell’iva) e un utile a Fastweb e Telecom Sparkle di 96 milioni di euro. Tra gli accusati c’è anche Silvio Scaglia, il genio della fibra ottica, il mago della banda larga, che già di colpi ne aveva fatti, in vita sua (il colpo grosso della nascita di Fastweb, per esempio).

Ma lo scandalo di oggi è un’altra cosa, risultato di una banda larga di cui fanno parte finanzieri e manager, un simpatico nazista romano molto potente, ultimo erede della Banda della Magliana, e perfino un senatore abusivo, eletto con i voti della ‘ndrangheta. Si chiama Nicola Di Girolamo, già due anni fa doveva essere espulso dal Senato perché eletto illegalmente: è stato votato come senatore degli italiani all’estero, con residenza a Bruxelles, ma a Bruxelles aveva solo messo una residenza finta. Ma due anni fa la casta lo ha salvato, votando a sorpresa contro l’espulsione. Era abusivo, lo sapevano tutti, ma lo hanno lasciato lì a prendere per due anni un non modesto stipendio. E anche adesso, invece di cacciarlo, lo hanno accompagnato alla porta – incredibile – con un applauso.

Ma in fondo, perché stupirsi? Scandalizzarsi per il fatto che la mafia è penetrata fin dentro il Senato? Ma scusate, dentro il Senato non c’è già Totò Cuffaro, condannato già in secondo grado per favoreggiamento mafioso? Non c’è già Marcello Dell’Utri, condannato in primo grado per rapporti con Cosa nostra? E dentro il governo non c’è un sottosegretario, Nicola Cosentino, inseguito da mandato di cattura per associazione a delinquere di stampo mafioso per aver fatto affari con la camorra dei Casalesi, quelli di Gomorra?

Ma che volete, è il momento della banda larga. Rubano alla Protezione civile, rubano nelle aziende telefoniche, intascano mazzette dietro palazzo Marino e un mille altri posti d’Italia. Meno male che c’è Massimo D’Alema. Intervistato dal Corriere della sera dice che in Italia c’è una grande corruzione. Che non sa se sia o no una nuova Tangentopoli, ma che ha chiaro cosa fare per rispondere: le riforme. Ora, io quando sento dire “riforme” mi sento male. Una parola da abolire, perché abusata, usata quasi sempre a sproposito. Vorrei tanto che qualcuno mi spiegasse che cosa c’entra la corruzione con le “riforme”, con il bicameralismo perfetto o imperfetto, con il presidenzialismo, con il sistema elettorale. E come se dopo un’ondata di rapine in banca, si chiedesse la riforma del sistema bancario. Se dopo una rapina a una gioielleria, si chiedesse la riforma delle licenze ai gioiellieri.

Questa è stata anche la settimana della condanna dell’avvocato David Mills, corrotto con 600 mila di dollari per non dire la verità in due processi a Milano con imputato Silvio Berlusconi. La Cassazione dice: è colpevole, ma è passato troppo tempo, dunque dobbiamo dargli la prescrizione. Se c’è un corrotto che ha preso i soldi, ci deve essere anche un corruttore che glieli ha dati. Ma proprio per questo, indovinate come da la notizia al Tg1 l’Augusto Minzolini? Dice che Mills è stato assolto. E Filippo Facci, su Libero, dice che siccome il reato si è prescritto, non bisognava neanche iniziare il processo. Come dire ai treni Frecciarossa: non fateli nemmeno partire, tanto arrivano in ritardo!

Tratto da: societacivile.it