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Opinioni Cabras: Partenze viola

Cabras: Partenze viola

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di Pino Cabras - 28 febbraio 2010
Roma. Osservo il popolo viola arrivare alla spicciolata dalle vie che confluiscono su Piazza del Popolo, in una giornata tiepida. Volgo poi gli occhi verso i piani più alti dei palazzi, per immaginare come possa apparire il flusso da lassù.  
 
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Chissà se fra gli attici che si affacciano su queste vie c'è anche qualcuno dei tanti lussuosi rifugi di Gennaro Mokbel, il più recente nome, prima sconosciuto, dell'eterna capitale corrotta, dell'eterna nazione infetta.
Due mondi lontanissimi, quegli attici e questa piazza, eppure compresenti dentro la grande pancia dell'Urbe, che digerisce tutto, come sempre: sia le mille manifestazioni sia il potere sempre più smodato e senza contrappesi di un ceto affaristico-politico criminale fra i più avidi del pianeta. Senza referenti politici forti le une, e senza progetto l'altro, se non quello di arraffare. Su tutto veglia – si fa per dire – la Procura romana.
Il bersaglio dei viola è sempre il dominus del gioco politico, Silvio B., il più intoccabile degli arraffatori. Per l'annunciato crepuscolo dell'avventura berlusconiana, anche questa manifestazione popolare riesce a mandare un segnale che si aggiunge a tanti altri segnali di declino, e quindi va bene.
Eppure va detto: non si tratta di un segnale forte. Gli organizzatori hanno alluso a 50mila partecipanti, qualcuno si è spinto a un mirabolante 200mila. Ma a ben guardare i vuoti della piazza, non c'erano più di 15mila persone. Le recenti giravolte di Antonio Di Pietro – che in Campania appoggia un candidato rinviato a giudizio - avevano già sgomentato in primo luogo gli intellettuali vicini al partito dell'Italia dei Valori, ma sicuramente un contraccolpo c'è stato su tutto il movimento viola. Un movimento orgogliosamente capace, sì, di pagarsi i costi della manifestazione, ma davvero attaccato a sponde politiche troppo deboli, friabili, inaffidabili. Non c'è una classe dirigente in grado di dare sbocco al fermento, e il fermento perciò si affievolisce.
Gianfranco Mascia, uno degli animatori delle iniziative viola, dal palco fa appello a impegnarsi «per passare dal Basta all'Ancora», ossia dalla protesta alla proposta. Ma quando Di Pietro ha già svalutato la piazza come un luogo «sterile», è difficile vedere da qualche parte un barlume di classe dirigente davvero alternativa.
La piazza sarebbe pure punteggiata dai gazebo delle flebili voci dell'opposizione che fu. Vedo la Federazione della sinistra Prc-Pdci. Vedo i Verdi. E Sinistra e Libertà. E le bandiere Idv. E quelle sparute del Pd. E poi i giornali che sempre sono stati presenti in questa piazza con altri colori e altre stagioni: vedo la gloriosa «Unità», «il manifesto» splendido quarantenne acciaccato, e il recente «Terra». Non manca «Liberazione». Maglioni viola, foulard e pantaloni viola sfiorano con un residuo rispetto gli striscioni che promuovono queste tribune sempre più marginali, ma sembra prevalere una più sostanziale indifferenza. Che si tramuta poi in un applauso molto critico, amaro e ironico quando l'attore Andrea Rivera, dal microfono, urla alcune spietate invettive contro quel che rimane della sinistra.
Dall'altro lato della piazza, impassibili, vedo i gruppi giovanili di tendenza Emo e le Gothic Lolitas, che proprio sulle scalinate della chiesa di Santa Maria in Montesanto hanno da tempo localizzato la loro nuvola di depressione, colorata di un altro viola lontano dalla politica. Altrettanto impassibili decine di poliziotti, lì a un passo. Emo e poliziotti, seppure così stridenti, vestono entrambi in uniforme, in fondo.
Proprio nel giorno della manifestazione il quotidiano francese «Le Monde» scrive che l'Italia è arrivata «all'anestesia totale, alla sonnolenza collettiva, alla narcosi», una passività da paese che non fa i conti con la sua eterna autobiografia, il fascismo.
Eppure sento l'applauso della piazza al breve discorso di Mario Monicelli, classe 1915, energico come un ragazzino: «Sono qui per dirvi non mollate, dovete tenere duro, spazzare via tutta la classe dirigente del Paese». È l'applauso di un sottile strato della società italiana. Prezioso ma sottile. È il famoso “ceto medio riflessivo”. Questo tutto sommato è in piazza: un piccolo sismografo che registra movimenti che il grosso della popolazione non avverte ancora, anche se lungo le linee di frattura della società si stanno accumulando energie e tensioni fortissime. Forse «Le Monde» legge questo silenzio come definitivo, mentre sembra solo preludere a un terremoto politico vasto.
La piazza viola è già pronta al giorno in cui il Caimano avrà il suo basta, salvo colpi di coda. Non è però ancora attrezzata per essere l'alternativa. Per cui dovrà studiare la politica e l'analisi della società italiana proiettandola ben oltre la stagione di Silvio B.

Tratto da: Megachip


FOTOGALLERY  © Emanuele Di Stefano - ANTIMAFIADuemila