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Opinioni Barbacetto: Lo scontro mortale

Barbacetto: Lo scontro mortale

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di Gianni Barbacetto - 13 settembre 2009
E pensare che c'era qualcuno, anche a sinistra, convinto che Silvio, questa volta, si sarebbe comportato da "statista". Era solo ieri. Oggi è difficile per tutti non ammettere che il satrapo anziano, l'utilizzatore finale, il padrone dell'informazione che attacca l'informazione non ancora sua, il mandante dei direttori killer, sia pervaso da una irrefrenabile mania.


Qualcuno dei suoi amici gli consigliava di usare toni concilianti, chiedere scusa per la sua vita disordinata, rispondere alla domande, vendere Villa Certosa. Col cavolo. Ha invece, come sempre, alzato il tiro, "elevato il livello dello scontro", come dicevano altri in altre situazioni. Non è solo il suo stile, il marchio di fabbrica dell'uomo, la lucida follia che lo porta a superare i momenti di crisi rilanciando, infilandosi in avventure apparentemente impossibili (Crollano i miei padrini politici, rischio il fallimento economico e la galera per corruzione? E io fondo un partito!). Oggi alzare ulteriormente il tiro è anche una necessità. Lui sa di essere arrivato alla partita finale, allo scontro mortale.

Sul piano politico, dove si è avviata una crisi che si annuncia lenta, ma potrebbe essere irreversibile, e che certo non può essere combattuta con fiori e sorrisi. E sul piano storico-giudiziario. È stato lui - uno dei pochi che sanno come sono andate davvero le cose - a dare il primo annuncio: «So che ci sono fermenti in procura, a Palermo e a Milano, si ricominciano a guardare i fatti del '93, del '94, del '92. Mi fa male che queste persone, con i soldi di tutti, facciano cose cospirando contro di noi, che lavoriamo per il bene del Paese». Era l'8 settembre, data storica per l'Italia, ma non è da questi particolari che si giudica uno statista (presunto). D'altra parte, anche il contesto non aiutava: come al solito, non c'entrava nulla (era all'inaugurazione della fiera del tessile a Milano). Eppure ha voluto toccare l'argomento, mandare il segnale. «Ci attaccano come tori inferociti, ma qui c'è un torero che non ha paura di nessuno». Attenti, annuncia B., so che cosa state tentando di fare.

I «fatti del '93, del '94, del '92»: sono la stagione in cui sono stati uccisi, con le loro scorte, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, in cui sono state compiute le stragi a Firenze, Roma e Milano, in cui è morto il vecchio sistema politico e sono nati Forza Italia e la cosiddetta "seconda Repubblica". È il triennio fondativo dell'attuale sistema politico. Sono le radici del nostro presente. E sono radici che affondano in un terreno oscuro, in convulse e ciniche trattative tra poteri criminali, pezzi dello Stato, personaggi della politica, imprenditori. Per quella drammatica e ancora misteriosa transizione bagnata nel sangue delle stragi, Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri (Autore 1 e Autore 2, Alfa e Beta) sono già stati indagati a Firenze, a Caltanissetta, a Palermo. C'erano collaboratori di giustizia che hanno raccontato che Cosa nostra negli anni delle stragi ha trattato anche con Alfa e Beta, per poi puntare sui circoli della nascente Forza Italia. Le inchieste si sono chiuse con archiviazioni perché le dichiarazioni dei collaboratori non hanno trovato sufficienti riscontri.

A leggerle, quelle archiviazioni, vengono comunque i brividi: in un paese normale sarebbero state più che sufficienti per tenere lontani dalla politica i loro protagonisti. Sono passati molti anni. Oggi nuovi elementi e nuovi testimoni, tra cui il figlio del sindaco mafioso Vito Ciancimino, hanno fatto riaprire le indagini sul 92-93, su stragi e trattative. A Palermo, Caltanissetta, Firenze, Milano. Finora nessuno, né a Palermo, né a Caltanissetta, né a Firenze, né a Milano ha accennato a un nuovo coinvolgimento di Berlusconi nelle indagini. Lui però reagisce, come la gallina che ha fatto l'uovo. Gioca d'anticipo. Protesta. Annuncia che è in corso una cospirazione contro di lui. La risposta migliore - e sorniona - gliel'ha data Gianfranco Fini: «Mai, mai, mai si deve dare l'impressione di non avere a cuore la legalità e la verità». Aggiungendo sornione: «Soprattutto se non si ha nulla da temere, come è per Forza Italia e certamente per Berlusconi». Aggiunta di Fini, il giorno dopo: «A differenza di altri, io non mi diletto con grembiulini e compassi». (12 settembre 2009)

Tratto da:
societacivile.it