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Opinioni Chiesa: ''Brevi appunti di un non economista sulla crisi''

Chiesa: ''Brevi appunti di un non economista sulla crisi''

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di Giulietto Chiesa - 9 giugno 2009
Primo appunto. Andiamoci piano con i paralleli storici. È diventato di moda confrontare la presente crisi finanziaria mondiale con quella della fine degli anni '20 negli Stati Uniti.



In altri termini: i mal di testa di Barak Hussein Obama e di FranklinDelano Roosevelt hanno qualcosa in comune? Cioè la Grande Crisi del1929 ha qualcosa a che fare con la Gigantesca Crisi del 2007-2009 (e,molto probabilmente, successivi)?
Vedo astronomiche differenze. La più evidente delle quali è cheRoosevelt inaugurò di fatto l'Impero Americano sul mondo intero, mentreObama ne sta registrando la fine. Grande presidente il primo,probabilmente grande presidente anche quest'ultimo. Ma le differenzesono enormi. FDR prese in mano le redini di un paese che era creditorecomplessivo verso il resto del mondo. Non c'era, in giro per ilpianeta, qualcuno che non gli fosse debitore. Obama ha ereditato ilcomando del paese più indebitato del pianeta; un paese che non solo hadebiti da tutte le parti, ma che non è più in grado di pagarli.

Secondo appunto. Confrontiamo le classifiche dei primi venti gigantimondiali per capitalizzazione di mercato: quella del 1999 e quella del2009. Queste cifre ci aiuteranno a capire meglio cosa significa quandoun impero finisce, come lo si può addirittura quantificare.  Nel 1999l'elenco era capeggiato da Citigroup (151 mlrd $) e includeva ben 11protagonisti del mercato finanziario anglosassone: americani (sette) ebritannici (quattro). Era il quadro rappresentante plasticamente iltrionfo della deregulation reagano-thatcheriana, del neoliberismo senzaconfini e senza alternative. Per trovare un ciclope europeo (nonbritannico) bisognava arrivare all'ottava posizione, dove si trovaval'UBS, la mitica Svizzera bancaria. Il primo giapponese si trova alnono posto (Bank of Tokyo-Mitsubishi). La lanterna di Diogene riuscivaa trovare un altro ciclope europeo (oltre ai britannici HSBC, LloydsTSB, Barklays, National Westminster Bank) solo all'altezza del 18-esimoposto, con lo spagnolo Banco di Santander. In sintesi America piùEuropa, e poco di più. Il resto del mondo contava poco o niente.
Prendiamo adesso l'elenco del 2009. Tutto è cambiato. Ai primi treposti di quella stessa classifica ci sono oggi tre banche cinesi(Industrial & Commercial Bank of China; China Construction Bank;Bank of China). La prima banca USA è soltanto al quinto posto (JPMorgan Chase) e solo altre due navigano all'8-vo e 9-no posto (GoldmanSachs e Wells Fargo). Il magro elenco americano termina qui. La GranBretagna fa peggio, conservando  solo un posto, il quinto, con HSBC.Nel mondo anglosassone chi fa meglio sono, non a caso, due banchecanadesi. Il Canada, infatti, assai meno della Gran Bretagna di TonyBlair e di Gordon Brown, si è fatto trascinare dall'euforia borsisticadi Wall Street. E per questa ragione ha resistito. Ma ecco apparire ingraduatoria ben due banche brasiliane, mentre l'Europa meridionale siprende la sua rivincita, conservando il posto del Santander econsegnando il 19-esimo posto della graduatoria, per la prima volta, auna banca italiana, l'Intesa San Paolo. La Svizzera si accontenta dellamaglia nera con il Credit Suisse. UBS è sparita dal novero deigrandissimi.
Ma questa classifica ci fornisce molta più informazione di quellacontenuta in queste cifre, che già mostrano un impressionantespostamento del baricentro finanziario mondiale verso l'Asia e aree delpianeta che solo dieci anni fa erano considerate (ed erano) marginali.
Per esempio, se facciamo la somma delle capitalizzazioni di mercatocomplessive delle quattro banche cinesi, si vede immediatamente cheessa è largamente maggiore di quella di tutte le altre 16. Se non sipuò ancora dire che la Cina e il suo mercato sono diventati dominanti,su scala mondiale, possiamo già però dire che senza di loro non si puòpiù decidere niente.
Se guardiamo ancora meglio vediamo che la capitalizzazione di mercatodelle tre banche USA (alle due già menzionate si aggiunge la JP MorganChase), con i suoi circa 130 miliardi $, è surclassata dalla bancacinese prima in classifica (145 miliardi $). Il centro della finanzamondiale è ormai in Asia. Più precisamente, appunto, in Cina. Gli USAnon hanno più il monopolio decisionale. Il consenso futuro, se ce nesarà uno, com'è da augurarsi, non sarà più washingtoniano. Il FondoMonetario Internazionale è ormai un'anticaglia. La sola Industrial& Commercial Bank of China, di cui, appena dieci anni fa, nessunoconosceva l'esistenza , dispone di un portafoglio superiore a quellodel FMI.

crash_dees-web.jpgTerzo appunto, molto breve. Può, in queste condizioni, il dollaroessere ancora la moneta mondiale di riferimento, da solo? Ovviamenteno. Wen Jabao lo ha detto pubblicamente a più riprese. In terminidiplomatici, ma non avrebbe potuto fare diversamente, si è chiesto segli Stati Uniti siano ancora in grado di onorare i loro impegni con undollaro in queste condizioni. A livello dei vertici mondiali si stafacendo un grande sforzo per evitare che il panico dilaghi. Ma laquestione è sul tappeto, anche perché gli Stati Uniti hanno una solaopzione immediata da sfruttare (la stessa che Gordon Brown ha già usatosvalutando la sterlina): far scendere il dollaro. Ottenendo così unrilancio delle loro esportazioni e una consistente riduzione del lorodebito estero. Questo lo potranno fare, nei prossimi mesi, fino a chePechino sopporterà di vedersi asciugare il gigantesco malloppo deldebito americano che ha comprato in questi anni per garantirsi leesportazioni negli Stati Uniti. 
Ma Washington sa che c'è un limite, oltre il quale la Cina non puòandare. Superato quel limite i dirigenti cinesi possono decidere diabbandonare il dollaro al suo destino. Lo stanno già facendo, comprandoin dollari tutti gli asset che incontrano sul loro cammino: un modocome un altro per liberarsi di una moneta che non sarà più comunquel'unica di riferimento mondiale

Quarto appunto. Fino ad ora ciò che i vertici del potere mondiale hannosaputo o potuto fare è stato di immettere altra liquidità, a dosimassicce, nel sistema finanziario paralizzato dalla insolvenza. L'hannofatto perché non avevano ricette alternative e temevano una prolungatadepressione, accompagnata da  decine di milioni di posti di lavoroperduti. Cosa che sta avvenendo comunque, sebbene in termini frenati.  
Così facendo i sono comportati come pompieri che gettano benzina sulfuoco. La vampata arriverà con qualche ritardo, ma arriverà comunque. Il problema però è un altro: l'ordine di grandezza degl'interventidelle banche centrali (USA, Cina, Europa, Giappone) a sostegno delsistema bancario internazionale è, buon peso, di una ventina ditrilioni di dollari (ventimila miliardi). Sebbene si sia trattato diuna serie di decisioni senza precedenti, per dimensioni e significato,il fatto è che la quantità di derivati immessi nel mercato finanziariomondiale negli ultimi vent'anni (equivalente a una dilatazione abnormee mostruosa della massa monetaria) è di un ordine di grandezzasuperiore. Quanto sia esattamente questa massa di denaro, creataprivatamente dai ciclopi impazziti della finanza mondiale (quellidell'elenco di cui sopra e molti altri) non lo sa invero nessuno, ma levalutazioni più realistiche (quelle di coloro che non hanno credutoalle fandonie che venivano loro raccontate dalle centrali produttricidel disastro) dicono che si aggira attorno ai 700 trilioni(settecentomila miliardi di $). Probabilmente è molto di più. Significache masse enormi di denaro, equivalenti a dieci, quindi volte ilProdotto Interno Lordo Mondiale (il PIL mondiale è all'incirca 55trilioni di dollari) sono gestite da enti, gruppi di individui, che nonsolo sono totalmente fuori controllo da parte di chicchessia, ma chesono anche totalmente irresponsabili, come la stessa esplosione dellacrisi ha dimostrato ampiamente.

Dovrebbe essere ovvio (ma non lo è, visto i comportamenti attuali dellapolitica mondiale) che il primo passo da fare sarebbe quello diistituire forme di controllo. Invece si sta facendo una cosa senzasenso e senza futuro: si tenta di risanare la situazione con altraliquidità, cioè salvando i protagonisti del disastro e ponendo le basiper una drammatica pressione sulla gente in termini di aumento delcarico fiscale e di riduzione dei sistemi di difesa sociale, ovunqueessi esistono.
Operazione che non può avvenire in forme indolori e che è comunque unagoccia nel mare. Senza decidere cosa fare di questo smisurato eselvaggio Gulliver di “bite” finanziari alla ricerca del massimoprofitto immediato, che continua a muoversi attraverso tutti i mercati,non si vede come impedire un tracollo di gran lunga peggiore.

Quinto appunto, e ultimo. Si legge da ogni parte che la crisi sta perfinire. Ancora pochi mesi e poi si ricomincia d'accapo. Duestupidaggini sesquipedali.
La prima è che la probabilità che questa crisi si risolva in pochimesi, massimo uno o due anni, è uguale a zero. E, del resto, chi laformula sono gli stessi che hanno creato la crisi. E dunque di loro nonc'è da fidarsi.
La seconda e che ricominciare d'accapo, come prima, sarà comunqueimpossibile. Perché sono apparsi i limiti allo sviluppo (energetico,ambientale, dell'acqua, del clima,etc). È l'avverarsi delle previsionidel Club di Roma, che furono irrise spietatamente da coloro che adessonon sanno cosa fare. Non era mai accaduto prima. Adesso è chiaro - odovrebbe esserlo - che uno sviluppo indefinito in un sistema finito dirisorse è una contraddizione in termini.

Tratto da:
Megachip