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Opinioni Almendras: ''Io so'', il senso della denuncia

Almendras: ''Io so'', il senso della denuncia

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Almendras: ''Io so'', il senso della denuncia
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di Georges Almendras - 7 maggio 2009
Roberto Saviano, la morte di Falcone e Borsellino, Il “Io So” Di Pasolini: Il senso di una denuncia condivisa in Italia, Messico, Argentina e nel Mondo.



L'angosciante, commovente e indegno assassinio dei giudici GiovanniFalcone e Paolo Borsellino, avvenuto in Sicilia nel 1992, ha certamentesegnato una tappa molto importante nella lotta antimafia – per quanto aprezzo delle loro vite- ma è altrettanto certo che l'impronta da lorolasciata  ha oltrepassato le frontiere e ha reso possibile lacomprensione non solo del loro martirio, ma soprattutto del loro lavorodi magistrati con la vocazione della lotta alle organizzazioni mafiose,al di là del loro ruolo di amministratori della giustizia. Gli omicididi Falcone e Borsellino non sono stati in vano. Hanno causato dolore,ma hanno anche lasciato molti insegnamenti e la presa di coscienzaantimafia, da quel momento, si è moltiplicata notevolmente con ilpassare del tempo. I loro carnefici materiali e ideologici forse nonhanno valutato tali conseguenze.
Credo fermamente che coloro che hanno condiviso la loro lotta in queglianni e coloro che la condividono ancora oggi appartengano ad unfenomeno sociale e democratico dalle radici molto profonde; sono parteattiva di un movimento e di un risveglio che si oppone alle profonde etorbide acque del potere mafioso italiano e mondiale.
E credo anche che perfino in un mondo sconvolto dalla crisi economica,dalla violenza, dagli abusi di potere, dall’indifferenza e dallanegligenza, sia possibile che all'improvviso spunti un operatore dellacomunicazione coraggiosamente “antimafia”come il giornalista napoletanoRoberto Saviano, autore del libro “Gomorra” - un viaggio all'internodell'impero economico e del sogno di potere della mafia napoletana - unpersonaggio forse più vicino alle lotte del passato che a quelle delpresente (e mi vengono in mente nomi di altri giornalisti, assassinatida Cosa Nostra in Sicilia, e la figura di fotografi come LetiziaBattaglia e Franco Zecchin, veterani in questa lotta).
Ma veramente Saviano è venuto fuori dal niente, come parte diquell'ingranaggio combattivo e rinnovatore dei valori della giustizia?Penso di no. Roberto Saviano è nato a Napoli, in una società che subivala violenza della camorra. Roberto Saviano non è stato indifferentealle attività dei mafiosi della sua regione natale. Roberto Saviano, ungiornalista laureato in filosofia, è stato uno dei tanti uomini chehanno osato prendere coscienza, in tempo, degli effetti di questo male,endemico nella comunità napoletana.
Quando agli inizi degli anni '90 vennero assassinati a Palermo imagistrati del pool antimafia Giovanni Falcone e Paolo Borsellino,Roberto Saviano aveva 13 anni; era un adolescente come tanti; unagiovane anima  sensibile a quanto accadeva intorno a lui: forse perquesta ragione Saviano non è venuto dal niente; forse soltanto perquesta ragione, diciassette anni dopo, Saviano dava una risposta atutti noi sui suoi più profondi sentimenti nei confronti della mafia.
La ghigliottina che, sotto forma di esplosivi, è caduta sulla testa deigiudici, è caduta anche sulla mafia. E Roberto Saviano, nonostantefosse un adolescente in quel tempo forse lo intuì, anche se laprofondità di questa intuizione si è espressa pienamente  solo annidopo, con la pubblicazione del suo libro. Un'intuizione che lo haportato a viaggiare lungo un sentiero  contrassegnato dai valori dellavita e della giustizia come dell'indignazione di fronte al notevoledisastro che causa il male mafioso, e che sarebbero stati fonte diispirazione per l'elaborazione di una delle più ferme sentenze controla “Camorra” pronunciata dal pulpito del giornalismo, ma nonnecessariamente frutto del libro in se, bensì dall'eco che lo hatrasformato in un straordinario fenomeno editoriale a livello mondiale.Questo libro è arrivato a tutti: in Italia sono stati venduti più di unmilione di copie, in Germania oltre 300 mila, altrettante in Giappone enegli Stati Uniti. Se Roberto Saviano non avesse raggiunto i livellidei best seller, la storia forse sarebbe un'altra.
Durante un'intervista ebbe a dire: “Sono diventato un simbolo, ma ho perso tutto”.

Effettivamente Roberto Saviano ha perso la libertà. Vive praticamentein clandestinità, protetto notte e giorno da tre guardaspalle. Quandoha raggiunto il successo editoriale delle 100 mila copie vendute delsuo libro, da intercettazioni telefoniche tra boss napoletani è emersocon chiarezza che la sua vita era in pericolo,  perchè i capi mafiosidella Camorra lo avevano condannato a morte. A quel punto si decise diproteggerlo. Una protezione che è diventata però una specie diesecuzione, come se la mafia gli avesse riservato una realtà non menoamara della morte stessa, perchè  Saviano non ha più una vita libera,deve spostarsi sempre in macchina blindata e con ritmi opposti a quellidi un cittadino normale. In un'intervista concessa da Saviano allagiornalista Elisabetta Piquè, quest'ultima gli ha chiesto se in qualchemomento si era pentito di avere scritto Gomorra. La risposta di Savianoè stata diretta: “Si, mi sono pentito molte volte. Diciamo chepubblicamente mi viene da dire che lo rifarei cento  volte. Ma non èvero. Cioè, lo rifarei, ma chi si esprime così è lo scrittore, quandosono solo invece molte volte mi chiedo se ne è valsa la pena”.
La giornalista gli ha chiesto anche se avesse paura. Saviano è stato dinuovo molto franco: “Non ho paura perchè praticamente mi hanno giàucciso. Ho ancora molto da perdere, ovviamente, ma purtroppo mi hannogià tolto quello che volevano, la libertà. Una volta sono ritornato almio paese, Casal di Principe, dove mi aspettavo di trovareindifferenza. Ma non è stato così: quando sono passato la gente haabbassato le persiane, ha chiuso le finestre. Ci sono rimasto male.Quando sono rientrato nella macchina blindata, sempre con i mieiragazzi, loro hanno tradotto perfettamente la situazione con una frasenapoletana che dice “Ti abbiamo fatto la bara - riferendosi all'autoblindata -  senza bisogno di ucciderti”.
Da quando è nata la mafia, e da quando si è creato un sentimentoantimafioso, non sono stati pochi quelli, tra giudici, pubbliciministeri, carabinieri e perfino giornalisti, a cui “è stata fatta labara”, almeno in Italia. Ma questa nuova “modalità di sepoltura”,conseguente senza dubbio alla denuncia, la vive sulla propria carneRoberto Saviano, con autenticità, se si vuole, e con stoicismo.Stoicismo, che per coraggioso che sia, non è privo di timori,umanamente giustificati. Perché la paura è presente e ha vita propria,esercita il suo potere occulto, mitigato occasionalmente dallacoscienza, dalla vocazione alla giustizia e dall'audacia che hacaratterizzato un altro grande della comunicazione di valoriuniversali. Mi riferisco a Pier Paolo Pasolini, la cui personalità eopera di denuncia, attraverso l'arte cinematografica, ha avuto e hamolto in comune con Roberto Saviano. Entrambi sono legati al senso dilibertà, nonché alla capacità di trasmettere e affrontare ogni tipo dipotere, ogni tipo di demagogia, o di manifestazione  nociva allosviluppo del cittadino come entità libera.
Roberto Saviano ha apprezzato e compreso il Pasolini comunicatore, ilPasolini certamente stravagante ma innovatore e audace per quel tempo;il Pasolini persona integra che da sempre ha fatto e disfatto facendotremare molti con il suo “Io so”, il suo celebre scritto di denuncia,contro il potere e la malizia dei potenti del sistema, i mafiosiinclusi.
Roberto Saviano è andato a visitare la sua tomba nel cimitero della viaValvasone, a Casarsa, non per rendergli omaggio, non per festeggiarlo,ma semplicemente per cercare: “un posto dove fosse ancora possibileriflettere senza vergognarsi sulla possibilità di comunicare. Lapossibilità di scrivere riguardo i meccanismi di potere, al di là dellestorie, al di là dei  dettagli. Riflettere sul fatto se fosse ancorapossibile dire i nomi, uno per uno, indicare i volti, mettere a nudo icorpi del delitto e tradurli in elementi utili alle autorità. Se ancorafosse possibile inseguire le dinamiche del reale senza metafore, senzamediazioni, con la sola fiamma della scrittura”.  Queste sono state lesue parole riferite nel  libro “Gomorra”, il suo “Io so” di questitempi.
Tempi in cui occorre rinnovare il coraggio di dare il giustoriconoscimento a coloro che sono stati divorati dal male mafioso -  masoltanto fisicamente, non le loro idee, non la loro energia, non laloro essenza, non la loro opera -  esplosi in aria o crivellati daproiettili.

Questi sono tempi propizi, se lo vogliamo, per riuscire a far valere inostri diritti, per gioire del coraggio di fare una promessa. Unapromessa alla vita, al futuro. Una promessa che Saviano rinnova giornoper giorno nell'esprimere la sua libertà di pensiero, nel dare senso alsuo “Io so”, come denuncia, come mezzo, come ponte, come una svegliaper le coscienze e se si vuole, come coscienza stessa di una societàche nella maggior parte vive addormentata nella sua routine, nellamancanza di informazione e nell’indifferenza, una società che paga unprezzo molto alto per quell'abulia di fronte all'abuso di potere, perquel comodo mimetizzarsi con esso, goderlo, arruffianarselo per ilproprio interesse, perché tanto ci sono stati, ci sono e ci sarannoaltri che denunceranno al posto loro.
Uno di questi altri è stato ed è Roberto Saviano, il quale dopo“Gomorra” non si è messo a riposare e a godersi i suoi guadagni o ilsuo ego, al contrario si è sentito spinto ad approfondire i suoiprincipi, con lo stesso sentimento di nobiltà ammirevole che lo haispirato a recarsi alla tomba di Pasolini. Francamente,  moltidovrebbero visitare la tomba di Pier Paolo Pasolini per cercare unposto per riflettere, in modo di rendere più eterno quello scritto didenuncia, quell' “Io so”, deciso, fermo, legittimo, autentico, unico,che ci da la possibilità della parola, per capire che loro, i mafiosi,sono la negazione della vita.

Sono sicuro che il libro “Gomorra” è soltanto il primo anello di unacatena di denunce che sono in atto. Il suo “Io so” dinamico. Che battesecondo per secondo, un battito che si sente in Italia e fuori di essa.Un battito che ci parla di altre realtà.
Il Messico è una di queste.
Saviano, che sta elaborando un libro sul narcotraffico messicano,afferma senza giri di parole che in America Latina la popolazione nonsi rende conto di quello che può fare la mafia nella propria terra, inparticolare il narcotraffico: “pensano che la Colombia sia il centrodella questione, ma anche se la Colombia è importante per la cocainache si produce lì, adesso questo paese è passato in secondo piano, stadietro al Messico, che è la culla dei cartelli più famosi di questoperiodo”.
Attraverso una video conferenza, da un punto non precisato di Roma,Saviano ha detto che dal Messico “giunge la droga negli Stati Uniti ein Africa. Dall'Africa passa all'Europa e questo traffico è gestito daicartelli italiani”. Ma Saviano richiama l'attenzione anche sullanascita in Messico di una nuova generazione di borghesi criminali,persone che hanno studiato, non più “gente di strada” e considera chele autorità messicane abbiano agito troppo tardi e che nemmeno con lacollaborazione degli Stati Uniti sarà possibile risolvere questa sfida,se non diventerà una priorità internazionale allo stesso livello delterrorismo. Ha spiegato inoltre che “secondo l'Agenzia AntidrogheStatunitense (DEA) e le Nazioni Unite, ci sono prove che inarcotrafficanti hanno costruito in Messico e in Africa strutture piùgrandi e stabili di quelle delle istituzioni”.
In questo drammatico contesto il presidente messicano Felipe Calderònha inviato oltre 36.000 militari a combattere i cartelli messicani, aiquali si attribuiscono oltre 6.400 omicidi dal 2008, concentratisoprattutto lungo la frontiera con gli Stati Uniti. A partire da questasituazione Roberto Saviano - sul quotidiano La Repubblica - ha fattodei pronostici preoccupanti. Secondo il suo parere, i gruppi delittuosihanno la possibilità di acquisire più potere nell’ambito della crisieconomica che prevale attualmente “perchè dispongono della liquiditàche serve alle banche. Oggi, nelle banche di tutto il mondo, anche inquelle italiane, entrano per lo più capitali di origine illecita,soprattutto dal narcotraffico, che alla fine della crisi ipotecherannoil recupero economico”.
Saviano aggiunge che sono le mafie: “quelle che quando c’è crisi hannoi soldi e saranno loro a decidere a quali gruppi concedere dei crediti.Basta fare attenzione a un dato per capirlo: rispetto al passato, lebanche hanno denunciato una cifra molto bassa di movimenti sospetti.Perchè se prima i soldi puzzavano un po', adesso non hanno piú odore”.
Ma non solo il Messico è stato o è  terreno fertile per la mafiaitaliana; come in tempi passati, fuori dallo stivale italiano, inparticolare dalla Sicilia, dalla Calabria o da Napoli, il continentesudamericano è stato ed è lo scenario scelto dal crimine organizzato,per non parlare degli Stati Uniti.
L'autore di Gomorra afferma che “quando esplose la crisi economica inArgentina, nel 2001, tutte le mafie del mondo estesero le loro reti diaffari nella zona del Rio de la Plata. Tutti finirono in Argentina,persino i più deboli. Ad esempio, tra i napoletani, il clan deiFabrocino, che aprì sportelli bancari. Ance se la presenza della mafiaitaliana in Argentina risale a molti anni prima: i clan napoletanifurono coloro che vendettero armi all'Argentina durante la guerra delleMalvine”.
Il messaggio di Roberto Saviano riassume il messaggio dei tanti chehanno dedicato la loro vita alla causa antimafia, a diversi livelli. Laposizione franca e coraggiosa del giornalista supera tutte leaspettative di coloro che hanno il coraggio di denunciare e dicontribuire allo smantellamento delle organizzazioni mafiose dentro efuori dalle frontiere italiane, in una cassa di risonanza fertile comequella dei territori sudamericani.