Archivio Antimafia Duemila

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Opinioni Postfazione a Zero - Pagina 4

Postfazione a Zero - Pagina 4

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Postfazione a Zero
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Reazioni, l’una e l’altra, tipiche del bigottismo che non sopporta lo “scandalo”. Me ne feci ben presto una ragione. Ma restava il dubbio sull’estensione dell’area del bigottismo, sulle sue caratteristiche. Perché ciò che mi incuriosiva non era tanto il fatto che molti potessero ritenere l’argomento sbagliato, o inutile, o temerario – cosa del tutto normale in qualunque dibattito di idee – quanto che lo ritenessero scandaloso, appunto, qualcosa di simile a una bestemmia, peggio, a un insulto diretto nei loro confronti, a qualcosa di paragonabile a un atto di aggressione ideologica. E, infatti, la prima cosa che faceva seguito alla sorpresa e indignazione preliminare di questi interlocutori era l’accusa – quasi un riflesso automatico – di “antiamericanismo” e subito dopo (una curiosità che non sono ancora riuscito a decifrare neppure dopo sei anni di dibattiti) di “antisemitismo”.
Così, assieme al gruppo dei miei più vicini compagni di lavoro (il nucleo di Megachip che sarebbe poi diventato una delle parti fondanti del "Gruppo Zero”), decidemmo di preparare un materiale visivo, a scopi didattico-sperimentali, da sottoporre a gruppi differenziati di persone diverse per professione, livello culturale, interessi, collocazione politica. Il tutto per farci un'idea più precisa di come stessero le cose in realtà. Selezionammo sul  web  i materiali più sostanziosi e quelli che ci parvero i meno opinabili,  e costruimmo un  documentario di circa 40 minuti intitolato “Sette domande sull’11 settembre”. Per evitare che reazioni scandalizzate (alla Pirani, per intenderci) potessero creare situazioni spiacevoli tra gl’invitati decidemmo di fare inviti differenziati per piccoli gruppi di una ventina di persone per volta, abbastanza omogenei. Facemmo una decina di incontri romani, e una ventina di proiezioni in giro per l’Italia, queste ultime  rivolte a pubblici indifferenziati. Una di queste proiezioni si svolse addirittura nel salone del Grand’Hotel a Roma, per i membri di una delle sezioni del Rotary Club dove, sbalorditivamente, fui invitato come oratore a parlare proprio dell’11 settembre. La voce si era sparsa e in una trasmissione televisiva, mi pare fosse una puntata di "Omnibus, sulla "7", pur consapevole del rischio di trovarmi assalito da ogni parte, avevo gettato sul tappeto il tema. Il rischio si rivelò una certezza, ma molti spettatori, evidentemente, avevano, in qualche angolo del loro cervello, gli stessi interrogativi che io stesso avevo avuto all'inizio della storia. E, a differenza di me, non avevano potuto o saputo soddisfarli. Verificai , più avanti, che questo era lo stato delle cose per centinaia, migliaia, decine di migliaia di persone. Non potrei più tenere il conto della quantità di persone, giovani e vecchi che, dopo avermi sentito esporre le mie analisi sull'11/9 dicevano, e dicono: "Anch'io lo avevo pensato fin dall'inizio". Ma, per tutti, aveva poi funzionato perfettamente l'archiviazione mediatica velocemente intervenuta a chiudere ogni varco. La paura aveva fatto il suo effetto, sfondando le porte dell'inconscio collettivo, e subito dopo le porte erano state chiuse per evitare che il sopraggiungere della coscienza giungesse a turbare il risultato.

In sostanza, tirando le somme, il risultato di quella piccola indagine statistica sui generis fu in un certo senso una conferma dell'idea iniziale, ma una conferma piena di risvolti praticamente rilevanti. Il dato generale, davvero stupefacente era, in tutti gl’incontri, ma specialmente in quelli il cui pubblico era costituito in parte da giornalisti e da persone di elevato grado d'istruzione, che nessuno all'inizio della serata sapeva nulla di ciò che quella sera gli sarebbe  stato mostrato. Nessuno - nemmeno persone abitualmente frequentatrici del web - era andato sui siti dove quelle questioni venivano mostrate e analizzate. Molti ne avevano sentito parlare, qualcuno c'era capitato per caso e aveva dato un'occhiata. Ma senza soffermarvisi: non c'è tempo per queste cose.  Tutti, salvo rarissime eccezioni (specie nei pubblici indifferenziati riuniti per discussioni politiche generali), riteneva scontata la versione ufficiale. E si noti che si trattava in generale di pubblici “di sinistra”.  Quasi tutti, dunque, avevano, per così dire, introiettato la spiegazione che era stata loro fornita. E ciò valeva anche per gli specialisti della informazione-comunicazione, per gl’intellettuali, per i professori universitari. Il pubblico colto e progressista reagiva nello stesso modo del pubblico generico e di sinistra e perfino del pubblico di destra.