Archivio Antimafia Duemila

  • Aumenta dimensione caratteri
  • Dimensione caratteri predefinita
  • Diminuisci dimensione caratteri
Opinioni Postfazione a Zero - Pagina 3

Postfazione a Zero - Pagina 3

Indice
Postfazione a Zero
Pagina 2
Pagina 3
Pagina 4
Pagina 5
Pagina 6
Pagina 7
Pagina 8
Pagina 9
Tutte le pagine

Ma così sono già arrivato alle conclusioni, mentre la cosa più interessante mi pare lo svolgersi dell’esperimento. Nei sei anni trascorsi, praticamente da quando avevo scritto  il mio primo libro sull’argomento, “La Guerra Infinita” (Feltrinelli, 2002), non avevo  cessato di seguire con una certa e continua attenzione gli sviluppi politici, militari, mediatici, di quella premessa. Anno dopo anno è apparso sempre più chiaro che l’11 settembre era diventato un tabù appena pochi istanti dopo essersi tragicamente concluso, appunto “sotto gli occhi” sbarrati del pianeta. Il silenzio dominava sovrano l’intero mainstream.  In Italia le decine di migliaia di copie del mio libro furono vendute senza la minima pubblicità, senza una sola recensione. Segno evidente che esisteva una domanda sotterranea, internettistica, che il mainstream ignorava totalmente. Sul web si moltiplicavano le inchieste, le indagini, i film sull'11 settembre, milioni di pagine web erano prodotte e scandagliate da milioni di lettori, in ogni paese del mondo. Specialmente negli Stati Uniti. Ma proprio negli Stati Uniti il silenzio dei media che possiamo definire ufficiali era il più assoluto. E all'incirca la stessa cosa avveniva nel resto del mondo. Il  grande pubblico continuava a ignorare letteralmente tutto. Non qualcosa: tutto. La versione ufficiale, condensata (in italiano) in sole cinque, striminzite parole era il Verbo: “E’ stato Osama bin Laden”. Nessuna domanda, nessuna indagine. Due anni dopo l'11 settembre una commissione ufficiale del Congresso degli Stati Uniti aveva prodotto un rapporto, "The 9/11 Commission Report", che aveva rappresentato la definitiva pietra tombale, l'archiviazione del caso. Diciannove dirottatori, guidati da Osama bin Laden, armati di temperini, avevano fatto tutto da soli. E nessuno si era messo a ridere.
Decisi allora di fare un esperimento preliminare. Le premessa furono due e semplici: l’11 settembre è stato raccontato con le immagini. Demolirlo si può solo con le immagini. Secondo: non si può combattere la versione ufficiale, (palesemente falsa fin dal primo sguardo per chiunque, giornalista o meno, fosse intenzionato a guardarla con attenzione) standosene chiusi (l’espressione è intenzionale e tornerò più avanti su questo concetto) nella Rete e sulla Rete. Bisognava tentare di uscirne, cioè provocare una serie di situazioni in cui il mainstream fosse costretto a vederci e “moltiplicarci”.
Ma prima di tutto bisognava verificare un sospetto che mi si era venuto formando dopo aver tentato invano di aprire un discorso sull’11 settembre con numerosi colleghi giornalisti di cui avevo ed ho grande stima, e con numerosi  esponenti della politica, della cultura, di cui avevo eguale stima. Ricordo, ad esempio, uno di questi esperimenti: una cena in cui eravamo ospiti e commensali, tra gli altri, io e Enzo Siciliano. Al solo accennare all’ipotesi che l’11 settembre non fosse esattamente quello che ci avevano raccontato incontrai la sua reazione indignata. Non solo discorde, o critica: esattamente indignata. Non mi rivolse più la parola per tutta la serata, né ci incontrammo mai più in seguito. Non fu l’unico esempio. Ad una presentazione di un interessante libro di Loretta Napoleoni sui finanziatori del terrorismo, il giornalista Mario Pirani -  conferenziere come me assieme all'autrice - non appena l’argomento venne timidamente affacciato tanto da me quanto dall’autrice (tutt’altro che sostenitrice delle mie tesi ma appena appena scettica) prese, come si suol dire, cappello e cappotto e se ne andò sdegnato lasciando il folto pubblico nella più grande costernazione.