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Opinioni Postfazione a Zero

Postfazione a Zero

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di Giulietto Chiesa - 7 aprile 2009
Vorrei utilizzare questa postfazione, per la seconda edizione di questo volume, per esporre i risultati di quello che – appunto con questo libro, e con il film suo gemello che porta quasi lo stesso nome – è stato un “esperimento sul campo” di una battaglia politica per un'informazione-comunicazione democratica.

Lo scopo non ultimo di questo mio lavoro e impegno, infatti, è quello di aprire un fronte di battaglia politica, di massa,  in un ambito che è stato fino ad ora considerato come esclusivamente culturale, mai divenendo politico in senso proprio...
In realtà io penso da tempo – in particolare sotto l’ispirazione di Neil Postman (“Divertirsi da morire”) , di Noam Chomsky, di Gore Vidal – che i media, e in particolare la televisione, abbiano mutato alla radice la politica, le sue forme, la sua sostanza, i suoi contenuti.  Cioè hanno demolito la democrazia e l’hanno sostituita con uno spettacolo, spesso indecente, spesso mostruoso, sempre vuoto di ogni significato. Tutto deriva dalla intuizione fantasticamente illuminante di Mc Luhan: il mezzo è diventato il messaggio.
Mc Luhan esaminò tuttavia solo questo  aspetto del problema. Si trattò di una preziosa acquisizione teorica che, per altro, la sinistra non è stata in grado di percepire e, tanto meno, di approfondire. Ma le sue implicazioni , soprattutto, non sono state scandagliate. Ed esse furono, sono e saranno immense e molteplici. La più importante è che questo cambiamento radicale dei sistemi di informazione-comunicazione ha coinvolto e travolto masse sterminate di persone inconsapevoli.
Ne è derivato che il “messaggio”  originario, tutti i messaggi, quelli politici, e  quelli culturali, ma anche quelli che in passato erano inoffensivi e neutrali, per non parlare del fiume pubblicitario, divenuto nel corso di pochi anni un gigantesco flusso permeante ogni aspetto della  nostra vita, tutto ciò ha mutato segno e significato. Nel momento in cui il mezzo è diventato il messaggio e, simultaneamente, è  diventato il protagonista di tutta la serie delle innovazioni tecnologiche, produttive, organizzative, proliferando in altri “mezzi” interconnessi, a loro volta moltiplicatori potentissimi di messaggi, ecco che noi ci siamo trovati all’improvviso in un’altra società, sempre più diversa da quella dell’epoca pre-televisiva, cioè pre-rivoluzionaria.
Detto in altri termini,  il messaggio originario è risultato “altro” rispetto alla sua funzione. E, per esempio, tutti coloro che prima della tv trasmettevano messaggi politici (non importa se buoni o cattivi) hanno fatto fatica a capire che, da un certo punto in avanti (da quando la tv è diventata dominante), tutti i loro messaggi sono stati soverchiati dal “mezzo” che avrebbe dovuto semplicemente trasportarli e che invece ne è diventato il padrone assoluto, annullandoli, stravolgendoli, negandoli, ridicolizzandoli.
Qualcuno lo ha capito, invece, fin dall’inizio. Questo qualcuno sono stati i primi padroni dei media. All’inizio intuitivamente, e poi, con il passare del tempo e l’ingrossarsi a dismisura dei portafogli pubblicitari, in termini così massici da poter concentrare in sé un immenso potere di condizionamento nei confronti delle grandi masse ignare e dell’altrettanto ignara politica. Controllo, manipolazione, menzogna, silenzio. Questi sono divenuti i canoni della comunicazione di quello che, con singolare sprezzo del ridicolo, molti continuano a chiamare "villaggio globale", o società dell'informazione. Quando l'informazione vera è diventato un privilegio di ristrettissime conventicole , mentre il villaggio è divenuto sempre più simile a quello dei progenitori selvaggi, cacciatori-raccoglitori primigeni .
Si aggiunga  infine la straordinaria velocità con cui questo processo si è sviluppato: in pratica meno di un quarto di secolo. Troppo poco per una qualsiasi metabolizzazione socio-culturale. Ma torniamo al punto di partenza.