Archivio Antimafia Duemila

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Opinioni Che cosa non funziona nella legge antimafia

Che cosa non funziona nella legge antimafia

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di Michele Costa - 5 febbraio 2009
Il presidente dell´Assemblea regionale, Francesco Cascio, lamenta il fatto che in occasione dell´inaugurazione dell´anno giudiziario nessuno abbia fatto riferimento alla legge recentemente approvata a Sala d´Ercole. In effetti la legge è «epocale». Ma nel senso che chiude l´epoca in cui in tanti avevamo sperato che anche la politica avrebbe fatto la sua parte e che il sangue dei nostri morti non era stato versato invano.


In questa sede, mi limiterò a sottolinearne solo alcuni aspetti. Negli anni Ottanta, per primo e nella quasi generale incomprensione a volte sfociante in aperto dissenso, il giudice Rocco Chinnici iniziò a parlare nelle scuole di mafia e di legalità. I più pensavano allora che parlare ai ragazzi di mafia fosse addirittura disdicevole. Oggi nessuno più dubita che la mafia, per essere vinta, deve essere combattuta su più piani: quello della repressione affidato ai magistrati e alla polizia, quello socio-culturale affidato soprattutto alla scuola, e quello politico affidato anche all´introduzione di un sistema di protezione e solidarietà nei confronti delle vittime della mafia. La magistratura e le forze dell´ordine hanno compiuto il loro dovere, la società civile si é sentita coinvolta e la scuola, pur senza progetto globale e coordinamento, ha tentato di svolgere il proprio compito. Alla verifica, i risultati non sono stati soddisfacenti: due ricerche, una effettuata nel 2003 su ragazzi delle medie e una pochi mesi orsono su universitari, hanno dimostrato purtroppo che il fine non è stato raggiunto. E che i ragazzi, lungi dall´acquisire la consapevolezza di cittadini, in larga misura «tifano» per il cattivo. É chiaro che è necessario rivedere il sistema.
La nuova legge non solo tratta alla stessa stregua i problemi della foca monaca e della mafia, ma prevede interventi a pioggia demandati all´organo politico senza un progetto complessivo e senza alcuna verifica, perpetrando un sistema che ha già avuto un nefasto risultato. Volendo alzare il livello d´intervento, le legge si occupa di appalti e stabilisce che per quelli superiori ai 100 mila euro l´aggiudicatario deve operare con un unico conto. Evidentemente si è convinti che le tangenti vengano pagate con assegni e che il riciclaggio si faccia con i bonifici bancari. All´epoca, fu di estrema rilevanza sociale e culturale la volontaria costituzione di parte civile del Comune di Palermo nel maxi-processo. Ma oggi, a trent´anni di distanza, imporre per legge la costituzione di parte civile alla Regione siciliana priva questo atto di qualsiasi valenza socio-culturale.
Riguardo all´utilizzazione dei beni confiscati alla mafia, la norma omette di riparare a una lacuna gravissima: nulla, infatti, prevede in ordine ai criteri in base ai quali i beni confiscati devono essere concessi e a chi. Tale concessione resta una graziosa elargizione del potente di turno ad amici e clienti. Tra le agevolazioni previste per le vittime del racket vi è la precedenza nell´assegnazione in concessione di aree consortili. Immaginate il gioielliere o il salumiere a cui è stato distrutto il negozio, andarlo a ricostruire in un´area industriale?
Si raggiunge il culmine nelle norme del titolo terzo che potevano così sintetizzarsi: sono aboliti tutti i benefici economici a favore delle vittime della mafia. L´avere previsto una serie di benefici identici a quelli erogati dallo Stato e, contestualmente, il divieto di cumulo, comporterà infatti soltanto un´inutile complicazione per chi avrà l´imprudenza di rivolgersi alla Regione siciliana, tenuto conto del fatto che lo Stato ha già dimostrato di essere più veloce nel provvedere. Con l´articolo 15, poi, si aggiunge uno sberleffo ad altro già fatto: si prevede la corresponsione dei benefici anche a coloro che non abbiano ottenuto una sentenza di condanna dei responsabili del fatto di cui sono vittime, dimenticando che analoga norma è inserita in una legge del 2004, anche quella promulgata con grande clamore, ma mai applicata, le cui domande di accesso sono state ignorate.
Ultimo rilievo, ma forse il più importante, riguarda la parte in cui si dispone che la Regione siciliana venga «tirata fuori» da qualsiasi intervento a supporto delle parti civili costituite in giudizio. Premesso che i «picciotti» di mafia incappati nelle maglie della giustizia qualche volta hanno mezzi economici più che sufficienti per garantirsi la difesa, essi possono contare sulla organizzazione criminale di cui fanno parte; nella peggiore delle ipotesi possono fare ricorso al gratuito patrocinio che, come è giusto che sia, garantisce ai non abbienti una idonea assistenza legale assicurata dallo Stato. La parte civile si trova invece a dover affrontare processi decennali facendo esclusivo affidamento sulle proprie risorse economiche e, solo se il processo si conclude positivamente, può sperare in una liquidazione operata dal giudice che è spesso assolutamente inadeguata.
Di contro, l´impegno della difesa delle parti civili è spesso particolarmente gravoso: nei processi di mafia accade spesso che la linea della pubblica accusa, giustamente mirante esclusivamente alla condanna dell´imputato, si ponga in contrasto o, quantomeno, tenda a ignorare la posizione della vittima del reato. La difesa della parte civile dovrà, quindi, fare accertare e sottolineare il ruolo e la posizione della vittima e ciò a volte (si pensi a esempio a tutti i casi in cui emergono responsabilità istituzionali che ragion di Patria consigliano di far dimenticare) in contrapposizione con la medesima pubblica accusa.
Sulla base di queste considerazioni apparve giusto che la Regione si facesse carico di contribuire per la parte di spese legali eccedenti la liquidazione del giudice. La nuova legge ha cancellato tale integrazione lasciandone il carico alla parte privata. Per concludere va detto che gli uffici dell´assessorato regionale ben sanno che al riguardo erano state autorevolmente proposte possibili soluzioni che tutelassero le vittime evitando abusi e disparità di trattamento.
LA REPUBBLICA PALERMO