Archivio Antimafia Duemila

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Opinioni La mafia liquida e la crisi in borsa

La mafia liquida e la crisi in borsa

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di Antonio Ingroia - novembre 2008
Sono passati vent’anni da quando un magistrato lungimirante ed esperto come Giovanni Falcone lanciò l’allarme: “la mafia è entrata in borsa”. Falcone non improvvisava, né tirava ad indovinare.




La sua diagnosi si fondava su precisi e concreti elementi di prova che aveva personalmente riscontrato nelle sue indagini sul versante affaristico di Cosa Nostra, infiltratasi ormai da un pezzo nei santuari della finanza ed economia del Nord Italia. Di tempo ne è passato, il sistema economico è cambiato, siamo nell’epoca della globalizzazione, globalizzazione dell’economia legale e dell’economia illegale. Ed è cambiata la mafia, una mafia apparentemente meno sanguinaria, che sembra avere abbandonato le strategie criminali stragiste, di contrapposizione frontale contro le istituzioni, meno piedi “incritati”, minore attaccamento alla terra, e perciò meno investimenti in terre e palazzi, più agevolmente individuabili dagli inquirenti, e quindi più facilmente soggetti a sequestri e confische. Nel contempo, una mafia costretta ad allentare un po’ il controllo del territorio sotto la pressione dell’azione repressiva dello Stato e di una nuova coscienza civile. Ma Cosa Nostra, si sa, è sempre stata capace di fare di necessità virtù, ed ecco che la sua forzata “deterritorializzazione” la rende meno solida e pesante, una mafia che a forza di restare sommersa è diventata “mafia liquida”, dalla struttura sempre più leggera ed invisibile, con una maggiore capacità di mimetizzazione e di espansione al di fuori dei territori d’origine.

In questo contesto è maturata con naturalezza la nuova fase evolutiva della mafia, entrata in un processo di spiccata finanziarizzazione. Il che reca con sé almeno due conseguenze. In primo luogo, la “delocalizzazione” di Cosa Nostra, non più padrona assoluta del territorio, comporta una sua maggiore mobilità sul territorio nazionale ed internazionale, una sua maggiore competitività sui mercati illeciti internazionali. È la consapevolezza di ciò che ha probabilmente ispirato i più recenti progetti della direzione strategica di Cosa Nostra di riaprire i canali di collegamento oltreoceano, soprattutto con la mafia italoamericana, per cercare di riconquistare un ruolo da protagonista nei grandi traffici illeciti, oggi saldamente nelle mani della 'ndrangheta calabrese. In secondo luogo, il diminuire complessivo delle entrate degli ultimi anni ha fatto sì che nell’economia mafiosa abbia acquisito sempre maggiore peso il ruolo dei “colletti bianchi”, quel ceto di professionisti della finanza, di consulenti del riciclaggio, dai quali dipende la buona riuscita del reimpiego e degli investimenti del denaro sporco introitato dalla mafia negli anni d’oro della grande accumulazione illecita. Anche questa è una mutazione di Cosa Nostra, sempre meno popolare, meno rurale, e sempre più borghese, più finanziaria. Con la conseguenza che questo ceto professionale di mafiosi in doppio petto tenderà inevitabilmente a divenire sempre più importante nella scala gerarchica dell’universo criminale, creando nuove tensioni interne in funzione di possibili mutamenti dei rapporti di forza fra ala militare ed ala politico-finanziaria del sistema di potere mafioso. Dagli effetti imprevedibili.

Altrettanto difficile da prevedere è l’impatto sull’economia mafiosa della recente crisi dei mercati finanziari mondiali. Certo, sarebbe una bella beffa se il crollo della borsa avesse danneggiato il processo di finanziarizzazione della mafia! Se la mafia è entrata in borsa vent’anni fa, è certo non solo che non ne è mai uscita, ma che ci è rimasta a lungo e che ha sempre più espanso la sua presenza ed i suoi investimenti nei mercati borsistici, sicché sarebbe una giusta punizione per quella che è stata la più spregiudicata delle imprese capitalistiche che abbia mai operato, mortificando col sistema dell’intimidazione le regole della libera concorrenza. Ma si tratta, probabilmente, soltanto di un’illusione, perché il rischio è invece che la mafia possa cercare di sfruttare le difficoltà di qualche grosso gruppo economico in crisi di liquidità per tentare qualche clamorosa (e ben mimetizzata) scalata, forte delle proprie notevoli risorse finanziarie.

Solo fantasie fanatiche di un pm antimafia pronto a lanciare allarmi su nuovi pericoli criminali? Forse ci potrà essere anche un’eccessiva sensibilizzazione verso i pericoli di infiltrazione mafiosa, ma sarebbe bene che vi fosse anche una speciale sorveglianza, oggi più che mai, da parte degli organi di vigilanza del settore, a cominciare da Bankitalia e Consob. Così come diventa sempre più urgente, oggi più che mai, l’esigenza di una profonda revisione dell’intero sistema normativo in materia. Perché, allora, non cominciare concretamente ad elaborare, per poi approvare, un testo unico antiriciclaggio per potenziare le opportunità di verifica, controllo ed intervento di magistratura e forze di polizia su un terreno così delicato ed importante?

Tratto da: "S"