Archivio Antimafia Duemila

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Opinioni ''In alcuni settori il mondo imprenditoriale e' stato un pezzo rilevante del blocco mafioso'' - Pagina 2

''In alcuni settori il mondo imprenditoriale e' stato un pezzo rilevante del blocco mafioso'' - Pagina 2

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''In alcuni settori il mondo imprenditoriale e' stato un pezzo rilevante del blocco mafioso''
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Un'abilità che ha portato la mafia a coinvolgere il mondo imprenditoriale.
Il mondo imprenditoriale, in alcuni settori ed in alcune articolazioni, è stato un pezzo rilevante del blocco mafioso.
Per questo motivo noi siamo fortemente determinati nell'azione di contrasto sul versante dei rapporti mafia-imprenditoria. Stiamo cercando di attuare questa metodologia anche attraverso investimenti sul territorio. Una collaborazione seria da parte delle grandi aziende significa sancire che sul territorio un’opera si può realizzare senza rivolgersi al clan mafioso.
Si tratta di un segnale che serve a dimostrare che su quel territorio vengono premiate le aziende che non hanno rapporti con la mafia. Così facendo i rapporti con la criminalità cessano di essere elementi di grande vantaggio in alcune realtà. Per confermare tutto ciò nel processo AddioPizzo ci siamo costituiti parte civile non solo nei confronti dei mafiosi ma anche degli imprenditori denunciati per favoreggiamento.


Resta quindi determinante l'azione di pulizia “dall'interno”.
All'interno del proprio lavoro è necessaria una ribellione morale e una passione civile.
Ma anche la consapevolezza che gli effetti economici e sociali della presenza mafiosa costituiscono un effetto deleterio sul territorio. La presenza mafiosa riesce a rendere inefficiente il sistema produttivo. Disincentiva l’innovazione tecnologica. L’operatore del settore tradizionale le cui forniture sono garantite dalle cosche mafiose non ha interesse ne ad essere più efficiente ne ad innovare ne ad altro. Tutto questo distrugge un sistema economico.


Quale controffensiva può scardinare questo sistema?
La nostra idea è quella di aggredire questi rapporti. Solo facendo passare il messaggio che il rapporto con la mafia è penalizzante e non avvantaggia si possono modificare i comportamenti degli operatori. Poi c’è indubbiamente la passione di chi pensa che si può vivere in un mondo migliore e che è assurdo essere condannati nel 2008, all’interno di una grande istituzione come l’Unione Europea, alle barbarie delle cosche mafiose. Si tratta di una situazione a cui non ci si può rassegnare. Io ho avuto la fortuna di girare per il mondo, ma è proprio stando qui in Sicilia che mi sono reso conto di non riuscire a capire come in questa terra la gente non possa indignarsi. Il pericolo più forte è sempre l'assuefazione o la rassegnazione, entrambe si  possono combattere solamente con la testimonianza quotidiana, anche a costo di essere tacciato come “monotematico”. Sono convinto che la testimonianza su questi temi sia la battaglia civile più grande che uno possa fare da cittadino,  da imprenditore e da rappresentante delle associazioni di categoria.


Quali sono state le difficoltà maggiori che avete incontrato lungo questo percorso?
Le opposizioni evidenti sono state modeste. Non mi sono mai preoccupato di queste. Mi preoccupo di più dei silenzi di chi finge di essere d’accordo ma poi nella sostanza non si impegna con noi. Le imprese innovative sono quelle che seguono maggiormente i nostri progetti. Le imprese che  seguono meno le nostre iniziative sono quelle dei settori più tradizionali. La reale questione riguarda la necessità di rompere la solidarietà sui territori tra impresa e mafia. E' fondamentale istituire strumenti che creino una separazione di interessi. Strumenti duri e radicali. Questo è il vero nodo. Quello che ritarda lo sviluppo del sistema imprenditoriale, che abbassa la qualità delle istituzione e della classe politica e crea questo intreccio, con la mafia che è la reale zavorra per la Sicilia ed il mezzogiorno.


Parliamo della recente battaglia contro il pizzo partita dall’associazionismo e dal volontariato con le realtà di Addiopizzo e LiberoFuturo.
Sono convinto che l’azione dei ragazzi di AddioPizzo sia stata formidabile. Intanto perché ha rotto un silenzio ed un conformismo, un’idea di connivenze e tolleranza (che è la più pericolosa per la lotta alla mafia), spezzata dalla freschezza di chi è giovane ed è in grado di rompere i tabù che sembrano immodificabili. Si tratta realmente di uno dei fatti più importanti accaduti in Sicilia in questi anni con la logica conseguenza di unire competenze specifiche insieme all’organizzazione antiracket LiberoFuturo. Una combinazione potentissima sotto questo profilo.


Se simili associazioni, partendo dal basso, hanno ottenuto grandissimi risultati, quanto può fare di più Confindustria Sicilia?
Noi siamo i loro alleati naturali e possiamo fare molto di più sapendo di avere molta più responsabilità. La nostra azione è solo all’inizio. Noi abbiamo il dovere di essere testimoni ancora più attivi di queste tematiche. C’è gente tuttavia che si deve assumere ancora ulteriori responsabilità. Questo è la grande questione. La nostra vita è cambiata da quando abbiamo fatto determinate scelte. Scelte fatte consapevolmente anche a costo di avere la scorta. Noi avvertiamo come quel “ghiaccio” che prima copriva tutto quanto si stia  lentamente sgretolando.  Poi saranno gli altri a dire se ce l’abbiamo fatta o no. Siamo consapevoli di avere responsabilità enormi.


Perché nello specifico città come Agrigento e Caltanissetta hanno risposto in maniera più forte in questa battaglia? Come va interpretato questo dato?
Perché in quelle realtà ci sono stati alcuni casi esemplari. L’azione di Antonello Montante e Marco Venturi a Caltanissetta, l’azione di Giuseppe Catanzaro ad Agrigento. Attorno ad alcuni elementi simbolici e concreti, la determinazione dei soggetti in questione li ha fatti diventare poi punti di riferimento che hanno spinto tante persone a denunciare e collaborare. Ci vogliono momenti di rottura. E momenti di rottura sono stati propriamente il passaggio dalla vecchia gestione a Caltanissetta a quella nuova. Sono stati Giuseppe Catanzaro e altri quattro hanno denunciato l’estorsione che avevano subito facendo arrestare tutti i mafiosi di quella zona coinvolgendo anche altri. Oggi ad Agrigento vi sono più di venti imprenditori che collaborano ed almeno venti venticinque aziende sospese. Questa è la dimostrazione che si può fare. Ci vogliono esempi positivi che contagiano poi tutti gli altri. Ma anche a Palermo gli imprenditori hanno iniziato a denunciare. Ciò vuol dire che in quei territori si è iniziato a rompere lo schema. Diversa è invece la situazione a Trapani. Lì c’è un intreccio politico mafioso affaristico che ne fa un modello a parte...

Un intreccio radicato nel territorio...
Nel trapanese il nodo è il rapporto tra imprese e mafia. E lì la mafia è regolatore di tanti mercati apparentemente leciti, ma poi assolutamente illeciti sotto questo dominio mafioso locale. A Trapani è realmente tutto molto più difficile. Esistono energie imprenditoriali libere, ma resta l’idea che il blocco mafioso-imprenditoriale-politico sia l’unica maniera di fare impresa. E' sicuramente una battaglia più difficile. C’è l’imprenditore sano e quello colluso. Non c’è l'estorsore... Certo che l’imprenditore che paga il pizzo può convincersi a fare una scelta coraggiosa! Mentre l’imprenditore colluso ha già alle spalle una responsabilità penale maggiore, che è la stessa del mafioso. Esiste quindi questo legame forte e perciò lo schema da rompere diventa molto più problematico. Ma non impossibile.