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Opinioni Assolto, dopo 16 anni Calogero Mannino

Assolto, dopo 16 anni Calogero Mannino

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di Saverio Lodato - 23 ottobre 2008
Palermo
. Accusato di rapporti con la mafia, non c’è prova sufficiente di un autentico scambio di favori fra l’uomo politico
(oggi Udc, ieri Dc ) e i boss. Lo ha stabilito la Corte d’appello di Palermo.




Calogero Mannino è stato assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. E nessuno potrà dire che si tratti di un fulmine a ciel sereno: finisce infatti un processo politico mafioso, o di mafia e politica se si preferisce, che sembra risalire al secolo scorso. Al secolo che risale all'indomani delle stragi del 1992, quella di Capaci, quella di via D'Amelio. Il secolo in cui a molti apparve possibile, realistico - e dunque ineludibile -, fare i conti con le complicità alte e istituzionali che hanno reso Cosa Nostra l'organizzazione criminale che è.
Calogero Mannino, oggi senatore Udc, per sedici lunghi anni (ma vedremo che il conto pecca di molto per difetto), venne indicato da un'intera batteria di pentiti, e dall'accusa rappresentata dalla Procura di Palermo, come uno dei referenti principali che avevano il compito di curare in alto loco gli interessi di boss e picciotti avendone in cambio sostegno elettorale, corsie privilegiate che lo agevolassero ad entrare politicamente, lui di origini personali e formazione politica agrigentine, nell'enorme riserva di caccia rappresentato dall'intera provincia di Palermo.
Ma ove si consideri che Mannino fu indagato per la prima volta dalla Procura di Trapani alla fine anni 80, che quell'inchiesta finì persino sul tavolo di Paolo Borsellino, in quel momento era procuratore a Marsala, il quale la inviò a Sciacca per competenza territoriale (alla fine la Procura di Sciacca archiviò tutto), si capisce bene che è anche a ritroso dei sedici anni che bisogna andare. A quando - per intenderci- segretario della Dc era Ciriaco De Mita, il quale, di fronte alla durissima reprimenda dell'allora cardinale di Palermo Salvatore Pappalardo - da poco erano stati uccisi dal piombo mafioso (e non solo) Pio La Torre e Carlo Alberto Dalla Chiesa (1982) - che chiedeva al partito scudocrociato di darsi una regolata, pena la fine di un collateralismo che in Sicilia durava da decenni, indicò proprio in Calogero Mannino, insieme a Sergio Mattarella e Rino Nicolosi, gli uomini del «rinnovamento» democristiano. Storie, appunto, di secoli
lontani.
Quel che conta è che ieri, 22 ottobre 2008 (San Donato di Fiesole), la seconda corte d'appello di Palermo presieduta da Claudio Dall'Acqua (giudici a latere Salvatore Barresi e Flora Randazzo) ha confermato la sentenza di primo grado (assoluzione per il secondo comma del 530) - correva l'anno 2001-, ritenendo non ci sia stata prova sufficiente di un autentico scambio di favori fra l'uomo politico imputato e i boss, e condannato le parti civili al pagamento delle spese processuali.
Vittorio Teresi - il pubblico ministero che aveva chiesto la condanna a otto anni e l'assoluzione per i fatti commessi prima del 1981 - rimanda alla lettura della motivazione della sentenza la decisione che dovrà prendere la Procura generale in merito a un eventuale ricorso per Cassazione.
La quale Cassazione - va ricordato- si era già espressa a favore dell'imputato rigettando la sentenza di secondo grado che lo aveva visto invece condannato a cinque anni e quattro mesi di carcere (correva il 2004). Ecco perché, fra primo, secondo, terzo grado e celebrazione ancora di un altro processo, sono trascorsi in totale sedici anni.
Ieri Calogero Mannino non era presente alla lettura del verdetto. In aula, accanto ai suoi difensori, gli avvocati Salvo Riela e Grazia Volo, c'era Salvatore Mannino, il figlio che fa l'avvocato e che ha comunicato al padre la lieta novella.
Per Calogero Mannino si è trattato di un «periodo lungo e difficile». E la gioia, oggi, è molto raffreddata dall'infinità degli anni trascorsi in attesa di ottenere giustizia. Per Salvo Riela - comunque sia - «c'è stata finalmente giustizia». Per Grazia Volo : «è stato restituito l'onore al tribunale che aveva assolto Mannino».
Silvio Berlusconi, Vito Schifani, Pier Ferdinando Casini, Raffaele Lombardo, Totò Cuffaro, hanno tutti fatto sentire la loro voce, sotto forma di telefonate personali o dichiarazioni alle agenzie, per ricordare quello che avevano sempre ribadito nel secolo scorso (e a favore di tutti gli imputati politici per mafia) : «No. Non è possibile che Mannino abbia fatto le cose di cui lo accusano».

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