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News Le confessioni di Rocco Varacalli

Le confessioni di Rocco Varacalli

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di Riccardo Castagneri - 26 settembre 2008
Roberto Romeo era un odontotecnico di 26 anni, venne ucciso in una gelida notte del 30 gennaio 1998, quattro colpi di pistola al torace, due alla testa. All’epoca tutto venne liquidato come un regolamento di conti in un giro di usura. Ora si sa che non fu così.




Una lunga serie di morti, iniziata il 3 maggio 2006, l’ultima, recente, quella di Rocco Femia. Quel 3 maggio venne ritrovato il corpo crivellato di colpi di Francesco Morando, fratello del boss dell’omonima ‘ndrina, che controlla il territorio di Volpiano, nei pressi di Torino. Il capomafia ci mise poco ad individuare quali autori dell’omicidio, appunto Roberto Romeo e Nino Stefanelli, un capocosca di Varazze, in Liguria. Si sarebbe trattato di un debito impagato di droga che Francesco aveva contratto con Nino Stefanelli, di qui la decisione di ammazzarlo.

Antonio Stefanelli, padre di Nino, conoscendo bene la spietatezza di Pasqualino Marando, contattò un imprenditore stimato dalle famiglie, Giuseppe Leuzzi.  Il mediatore organizzò un incontro nella villa dei Marando, dove Antonio e Nino Stefanelli arrivarono con due guardaspalle. Uno non entrò, doveva controllare la situazione all’esterno, fu l’unico a salvarsi. Gli altri tre vennero massacrati ed i loro corpi fatti sparire. Ma questo non bastò a placare l’ira di Pasqualino Morando, la faida doveva continuare.

Questo è lo scenario presentato agli inquirenti ed alla Dia di Torino, da Rocco Varacalli, uno dei rari pentiti di ‘Ndrangheta. “Marando stesso mi confidò – racconta Varacalli- che l’ultimo a morire fu Nino Stefanelli. Prima riferì i nomi delle persone che avevano avuto a che fare con l’omicidio di Francesco. Nomi trascritti su un foglietto custodito da Rocco Marando, un altro fratello di Pasqualino”.

Varacalli disegna anche la nuova mappa delle mafie del territorio piemontese. Nel 2003 Pasquale Marando si è letteralmente volatilizzato, nessuno sa che fine abbia fatto. Il pentito afferma che sia stato ucciso dai parenti, che però ne hanno alimentato il mito, per poter meglio gestire i tanti traffici della famiglia, retta da un uomo di fiducia, Francesco Costanzo. Un mese fa a Moncalieri, hinterland torinese, è stato arrestato per associazione mafiosa, Beppe Belfiore, pupillo del boss Mario Ursino.

Ma gli inquirenti sono preoccupati da segnali inquietanti, ad esempio picciotti che chiedono il pizzo senza l’autorizzazione della famiglia. Giovani boss emergenti o cani sciolti? Il territorio comunque appare vacante ed anche Cosa Nostra ricomincia a guardare con interesse a Torino, come dimostrato i pizzini ritrovati nel covo dei Lo Piccolo.