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News Il pm Nicolo' Marino depone al processo Mori e Obinu

Il pm Nicolo' Marino depone al processo Mori e Obinu

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di Maria Loi. 18 settembre 2008
Palermo.
Avrebbe potuto condurre all'arresto di Bernardo Provenzano il mancato blitz del 31 ottobre 1995 a Mezzojuso.

Per questi fatti il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu sono stati rinviati a giudizio con l’accusa di favoreggiamento aggravato dall’aver agevolato Cosa Nostra. All'epoca dei fatti Mori ricopriva l'incarico di vice comandante operativo del Ros, mentre Obinu era comandante del reparto criminalità organizzata del Raggruppamento. Il procedimento ha preso il via dalle dichiarazioni del colonnello dei carabinieri Michele Riccio che ha accusato Mori ed Obinu  di aver impedito il blitz. Riccio era stato avvisato della presenza di Provenzano in un casolare nelle campagne di Mezzojuso da un suo confidente, Luigi Ilardo, ucciso a Catania il 10 maggio del 1996 proprio alla vigilia della formalizzazione della sua condizione di collaborante.
E proprio al pm Nicolò Marino, allora titolare del procedimento per l’omicidio di Luigi Ilardo, Riccio ha confidato che assieme ai suoi uomini avevano atteso l’autorizzazione dai suoi superiori, Mori e Obinu. Nel frattempo aveva predisposto anche un numero adeguato di uomini pronti ad intervenire. Ma il consenso non arrivò mai. Il colonnello si vide obbligato ad obbedire interrompendo l’operazione. Marino ha riferito che Riccio gli aveva confessato di non riuscire a comprendere il motivo per cui non era stato autorizzato l’intervento anche se lasciava intendere che ci fosse qualcos’altro, o comunque una ragione diversa da quella che gli avevano dato i suoi superiori. Per di più disse chiaramente che non si fidava più dei vertici del Ros.
Nell’udienza del 16 settembre scorso rispondendo alle domande dell’accusa rappresentata da Di Matteo e Ingroia, il pm Nicolò Marino ha confermato i contatti con Riccio. L’ufficiale lo contattò telefonicamente chiedendogli un incontro e gli manifestò la volontà di verbalizzare quanto gli stava per dire. Venne accompagnato dagli ispettori della Dia Arena e Ravidà, gli unici di cui si fidava personalmente il colonnello Riccio, per essere interrogato (prima che venisse arrestato il 6 giugno 1997 per i fatti di Genova secondo i quali il colonnello Riccio, insieme ad altri marescialli, avrebbe condotto indagini di polizia giudiziaria in modo spregiudicato, gestendo grossi quantitativi di droga senza riferirne ai superiori). 
Riccio disse a Marino che l’inchiesta di Genova, che abbraccia gli episodi del decennio 1983-1993, aveva subito un’accelerazione soltanto dopo la vicenda Ilardo. E questo non sarebbe l’unico particolare insolito riguardo questa vicenda.
D’altra parte anche la moglie del colonnello successivamente confermò al dottor Marino di essere stata pedinata quando sì recò a Catania con la sorella per consegnare al magistrato le due agende del marito. Accennò anche a controlli bancari subiti dal coniuge perché sospettato di essersi appropriato del denaro che Ilardo avrebbe dovuto ricevere per la sua collaborazione. Un accanimento che si sarebbe protratto anche in occasione delle perquisizioni disposte dalla procura di Genova durante le quali vennero cercati documenti inerenti l’attività siciliana del colonnello. Per quale motivo a Genova si cercavano le carte delle inchieste siciliane? Non abbiamo ancora una risposta. Al colonnello forse non è stato mai perdonato di aver osato avvicinarsi a quei centri di potere che vede coinvolti pezzi dello stato deviati e i vertici di Cosa Nostra. Chissà, magari da quegli stessi vertici è partito l’ordine di bloccare il blitz che avrebbe portato alla cattura di Provenzano.
L’udienza del processo è fissata per il 4 novembre prossimo.

 

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