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News "Hiram": gli incontri nelle stanze segrete

"Hiram": gli incontri nelle stanze segrete

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di Dora Quaranta 23 giugno 2008
Roma.
In una intercettazione telefonica risalente al 3 luglio 2006, agli atti dell’inchiesta “Hiram”, il faccendiere Rodolfo Grancini rivelerebbe i suoi incontri riservati all’interno delle sacrestie di Sant’Ignazio di Loyola...




la chiesa retta dal gesuita settantanovenne Ferruccio Romanin, finito sotto indagine per concorso esterno in associazione mafiosa. Nel colloquio telefonico con la poliziotta sua amica Francesca Surdo, Grancini dice: <<Mercoledì vedo Marcellino, alle 10 al Senato. Tornava questa sera o domani perché stiamo mettendo su gli uffici bellissimi al Tritone, dove c’è il Messaggero e ci va a lavorare mio figlio>>. Secondo gli inquirenti Marcellino sarebbe il senatore Marcello Dell’Utri. Poi Grancini continua dicendo: <<Lì da lui ci vedo generali, colonnelli dei carabinieri, mi sono venuti a parlare dentro la chiesa, due, un colonnello di Asti, uno di Prato, un altro del ministero di Grazia e Giustizia, per parlare con lui>>. Alla domanda dell’agente Surdo su chi si stesse riferendo il faccendiere risponde: <<Con Marcello. E io li ricevo nelle sacrestie della chiesa… dove non ci sono microspie lì, hai capito? Oppure li porto sopra, nelle stanze segrete>>. Sempre nel corso della telefonata la poliziotta fa capire a Grancini di avere scoperto un processo pendente contro di lui <<per una storia di assegni>>. <<Ah! Ma quello perché ho coperto Marcello>> ribatte Grancini.

Il gesuita Romanin, autore secondo la magistratura di alcune lettere scritte per raccomandare boss mafiosi come il figlio del capomafia di Trapani Mariano Agate, intervistato dal Corriere della Sera, si difende dalle accuse parlando di una <<grave leggerezza>>: <<E’ accaduto perché me l’ha chiesto una persona che conoscevo da anni, Rodolfo Grancini il quale mi disse che questo Agate e un altro ragazzo erano finiti in prigione per dei misfatti che normalmente non commettevano e che meritavano un po’ d’aiuto. Lui mi ha dettato le lettere e io le ho firmate. Ho sbagliato, non avrei dovuto, ma il mio atteggiamento è quello di essere sempre disponibile verso chiunque si presenta e chiede aiuto. Ho commesso una grave leggerezza, ma pensavo che quello che Grancini mi suggeriva fosse vero. Lui comunque non ha mai parlato né di mafia né di capomafia>>. In merito alla storia degli incontri segreti in sacrestia il gesuita dice di non sapere niente: <<Lui mi annunciava che c’era un onorevole o un altro, anche se i nomi non li ricordo. Mi parlava dell’amico Dell’Utri, di Berlusconi, ma io qui non li ho mai visti. E non assistevo agli incontri. Io li facevo entrare come faccio entrare gli inquilini dei palazzi vicini per le riunioni di condominio, Grancini diceva che gli incontri erano per il progetto di costituire una libera università. Poi si voleva accreditare come rappresentante della chiesa verso l’esterno, i miei superiori mi dissero di interrompere i contatti e io lo feci. Se avessi seguito quella disposizione quando s’è ripresentato nel 2006, con la richiesta delle lettere per quei ragazzi, sarebbe stato meglio>>.


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