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News Why Not? Altro che bluff. La Cassazione chiede un nuovo giudizio

Why Not? Altro che bluff. La Cassazione chiede un nuovo giudizio

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di Monica Centofante - 29 settembre 2011
La notizia è passata sotto traccia, ma le motivazioni con cui la Corte di Cassazione ha deciso di annullare con rinvio sei dei 17 proscioglimenti decisi dal gup Abigail Mellace nell’ambito del più che noto processo  Why Not sono assai rilevanti: per l’ex pm di Catanzaro Luigi de Magistris, oggi sindaco di Napoli e per la giustizia italiana.
     

La sentenza emessa lo scorso luglio, e riferita a quella parte di processo che si è celebrata con rito abbreviato, è stata depositata presso la Cancelleria della Cassazione il 21 settembre. Ed è la risposta più eloquente alle accuse mosse esattamente un anno fa da quanti avevano, per l’ennesima volta, gridato allo “scandalo de Magistris”. Dopo che il gup catanzarese aveva fortemente ridimensionato l’impianto accusatorio dell’inchiesta Why Not, sminuito le dichiarazioni della superteste Caterina Merante, inflitto un inusuale e sottile attacco al “risalto mediatico” dell’indagine offrendo, volente o nolente, una sponda giudiziaria  a chi non ha perso tempo per denigrare un lavoro investigativo che sin dalle prime battute aveva evidenziato l’esistenza di un pericoloso comitato d’affari politico-affaristico-massonico particolarmente dedito a depredare finanziamenti pubblici dell’Ue. Lo stesso che ritroviamo oggi nelle carte sulle varie P3 o P4: stesso metodo e, in molti casi, stessi nomi.
L’indagine, avviata nel 2005 dall’allora sostituto procuratore di Catanzaro de Magistris, girava attorno a un personaggio chiave: Antonio Saladino, imprenditore e presidente della Compagnia delle Opere in Calabria e ai suoi numerosi contatti telefonici, che, in molti casi, corrispondevano ad altrettanti presunti affari illeciti. Per rintracciarli de Magistris era partito dalle dichiarazioni della Merante e si era affidato, in particolar modo, alle consulenze di Gioacchino Genchi, che analizzando i tabulati telefonici di Saladino aveva tracciato una mappa dei rapporti dell’imprenditore con i personaggi più disparati: da Luigi Bisignani a Valerio Carducci, da Romano Prodi ad Agazio Loiero e a molti altri fino a che, nel settembre del 2007, quando trapelò la notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati dell’allora ministro della Giustizia Clemente Mastella (poi prosciolto dalle accuse), lo stesso ministro chiese ed ottenne dal procuratore generale facente funzioni di Catanzaro Dolcino Favi l’avocazione dell’inchiesta.  Era il settembre del 2007 quando le carte furono strappate dalle mani di de Magistris e affidate alla procura generale che aveva comunque formulato pesanti accuse su quell’intreccio politico-affaristico-massonico. Accuse che il gup Mellace aveva smontato il 2 marzo del 2010, quando aveva prosciolto tutti gli imputati (8 i condannati, 34 gli assolti, 27 i rinviati a giudizio, 28 i prosciolti) dal reato di associazione per delinquere. Per poi specificare qualche mese più tardi, nelle motivazioni della sentenza, che il “vero dominus” delle indagini era la superteste Caterina Merante, che manovrava come un burattino il maresciallo Giuseppe Chiaravalloti, incaricato degli atti più delicati, incidendo “pesantemente sulla modalità di conduzione delle prime indagini” e “inquinando in modo irreversibile la genuinità di importanti risultanze investigative”.
La giudice Mellace, anche in riferimento al ruolo svolto da esponenti politici, aveva parlato di condotte illecite “poste in essere con l’accordo di pubblici funzionari, ma in virtù di singole intese” e di un quadro probatorio già sconfessato nella fase delle indagini preliminari. Cosa che aveva fatto gridare allo scandalo certa stampa, subito pronta a definire l’inchiesta un “flop investigativo” senza capo né coda e chi l’aveva condotta personaggi in cerca di notorietà.
Oggi, nel silenzio quasi assoluto, la Corte di Cassazione ha ribaltato quel giudizio, accogliendo il ricorso formulato dai sostituti procuratori generali Eugenio Facciolla e Massimo Lia contro il proscioglimento dall’accusa di associazione per delinquere mossa agli esponenti politici Nicola Adamo, Ennio Morrione, Franco Morelli e Dionisio Gallo oltre che al coordinatore del Consorzio Brutium Giancarlo Franzè e al dirigente della Regione Calabria Aldo Curto. “La ritenuta mancanza di ogni accordo o vincolo tra gli imputati ‘soggetti pubblici’ – scrive il presidente della Suprema Corte Giovanni De Roberto – non può portare alla negazione dell’esistenza dell’associazione, il legame associativo non va ricercato solo tra tali soggetti, ma tra questi, singolarmente considerati, e i rappresentanti delle società facenti capo al Saladino e ai suoi collaboratori”.
Ora gli atti saranno inviati ad altro giudice del Tribunale di Catanzaro che dovrà esprimere un nuovo giudizio, per nulla scontato.
In occasione del deposito delle motivazioni della sentenza del giudice Mellace, il sindaco di Napoli aveva espresso ad Antimafia Duemila il suo sconcerto per una sentenza che sembrava non tenere conto dell’enorme mole di materiale su cui si fondavano le accuse formulate a suo tempo dal pm. 
“Quella sottrazione d'indagine – aveva detto - vorrei citare nuovamente questo dato, fu assolutamente illegale, come ha dimostrato la procura di Salerno che ha imputato per corruzione in atti giudiziari alcuni magistrati, alcuni politici ed altre figure. Ma è bene ricordare che i magistrati che ereditarono le carte proseguirono in parte la mia inchiesta, tanto da richiedere il rinvio a giudizio di numerosissimi imputati, segno che evidentemente quella stessa inchiesta non era poi una bolla di sapone. Tanto più che si tratta di magistrati tutt'altro che orientati in pieno sulla mia linea”.
Il tempo gli ha dato ragione e la partita, oggi, è ancora aperta.