Archivio Antimafia Duemila

  • Aumenta dimensione caratteri
  • Dimensione caratteri predefinita
  • Diminuisci dimensione caratteri
News ''Il ministro Romano per anni contiguo alle cosche''

''Il ministro Romano per anni contiguo alle cosche''

Image

Nelle motivazioni del gip evidenziati nuovi elementi d'accusa
di Aaron Pettinari - 26 settembre 2011
Sarà un mese “caldo” quello di ottobre per il ministro all'Agricoltura, Saverio Romano. 



Il tre prossimo un gip dovrà decidere sulla richiesta della Procura di utilizzare le intercettazioni fra il politico ed il tributarista Gianni Lapis, nell'ambito dell'inchiesta su presunte tangenti pagate da quest'ultimo con denaro del “tesoro” dell’ex sindaco mafioso don Vito Ciancimino, anche se l'ultima parola spettera alla Camera dei deputati. Poi, il 25, un giudice dovrà esaminare 35 faldoni d'accusa, per decidere sulla richiesta di rinvio a giudizio del ministro per concorso esterno in associazione mafiosa.
Lo scorso luglio era stato il Gip di Palermo Giuliano Castiglia a riaprire il caso, ordinando l'imputazione coatta. Così in 107 pagine il gip ha messo in evedenza nuovi “elementi idonei a sostenere l'accusa in giudizio” per il neo ministro dell´Agricoltura.
Tra questi vi è un biglietto da visita di “Pronto pizza – servizio a domicilia”, in cui vi erano annotati i numeri di telefono del leader dei “Responsabili”, rinvenuto nel portafoglio del boss agrigentino Alberto Provenzano, arrestato il 2 agosto 2002. Romano, già sentito tempo addietro in merito, aveva sostenuto di aver conosciuto Provenzano nel 1984, ai tempi degli studi all'Università di Giurisprudenza, ma di non averlo più visto. E per il gip andrebbe approfondito il motivo per cui quei numeri erano in possesso del capomafia.
Poi ci sono le dichiarazioni dei pentiti. I principali sono sicuramente Nino Giuffrè, che ha detto ai pm che di Romano “si sentiva parlare” quando era presidente dell'Ircac (Istituto regionale per il credito alla cooperazione), Angelo Siino, che ha raccontato che nel 1991 Romano gli portò a casa Totò Cuffaro, candidato all´assemblea regionale. Quindi Salvatore Lanzalaco, che aveva dichiarato che Romano e Cuffaro “procuravano a vari imprenditori, dietro il pagamento di tangenti, finanziamenti per lavori di vario genere”. Infine Francesco Campanella che, alla fine del 2005, aveva rivelato che Romano era a disposizione della cosca di Villabate e che avrebbe appoggiato la candidatura di Giuseppe Acanto, uomo sostenuto dal clan. Un dato che ricorre nella sentenza definitiva che ha condannato Cuffaro per favoreggiamento aggravato. Scrivono i giudici: «Campanella incontrò Romano per chiedergli l'inserimento di Giuseppe Acanto nella lista Biancofiore e ciò riferendogli espressamente che si trattava di un candidato sostenuto dal gruppo di Villabate e da Antonino Mandalà». La lista Biancofiore era, nelle elezioni regionali 2001, espressione dell'Udc siciliana. Romano era a quel tempo dirigente di primo piano del partito. Campanella raccontò anche che, sempre nel 2001, durante un pranzo con Cuffaro, Romano e altre persone, il politico riferendosi a lui avrebbe detto: «Francesco si deve stare buono perchè facciamo parte della stessa famiglia e se non ci crede vada a Villabate e si informi». Il racconto fu confermato da Francesco Bruno, uno dei partecipanti al pranzo. Per gli inquirenti con il termine “famiglia” il politico si sarebbe riferito al clan mafioso di Villabate.
Tali gravi accuse erano state esaminate dalla Procura, che pure aveva chiesto l'archiviazione, ed evidenziate come “elementi denotanti la contiguità di Romano al sistema mafioso”.
Ora però il gip Castiglia ha evidenziato altri aspetti. Tra le carte rilette erano presenti anche gli atti dell´inchiesta Cuffaro e rileggendo le intercettazioni fatte dal Ros nel salotto del boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro, il gip ha individuato che “fu Romano, tramite un soggetto che non risulta individuato, a far sapere a Guttadauro che lo voleva incontrare”. Un fatto che ribalterebbe quanto fino ad ora sostenuto, ovvero che a proporre un incontro tra Romano ed il boss fu, Mimmo Miceli, un altro uomo di Cuffaro.
Inoltre la Procura di Palermo, nei giorni scorsi, ha depositato nuove carte. Dalle dichiarazioni del pentito Stefano Lo Verso , vivandiere del boss Provenzano tra il 2003 ed il 2004 a nuove dichiarazioni di Campanella.
Quest'ultimosostiene di essersi ricordato di una convocazione di Romano, a casa sua: “Nel 2001, mi disse che aveva intenzione di candidarsi anche come punto di riferimento delle famiglie di Villabate e Belmonte. E mi rappresentò che sapeva della mia vicinanza alla famiglia di Villabate”. Campanella avrebbe quindi consegnato ai magistrati anche una fotografia del suo album di nozze in cui si vede il politico dietro gli sposi all'altare. E anche questa è stata aggiunta ai faldoni dell'accusa.