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News Depistaggi, omissioni e nuovi impulsi nelle indagini sull'omicidio Agostino

Depistaggi, omissioni e nuovi impulsi nelle indagini sull'omicidio Agostino

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di Lorenzo Baldo - 5 agosto 2011
Le indagini sull'omicidio di Nino Agostino e di sua moglie Ida Castelluccio proseguono incessantemente in un percorso già segnato da depistaggi, reticenze e omissioni troppo spesso istituzionali. Allo stato sono i pm palermitani Antonino Di Matteo e Francesco del Bene ad indagare sul duplice omicidio in tutte le sue sfaccettature. Ma anche nelle indagini della Dda nissena diretta da Sergio Lari sul fallito attentato a Giovanni Falcone (avvenuto all'Addaura il 21 giugno 1989)...




...vi sono tracce che portano ad Antonino Agostino, così come al suo collega Vincenzo Piazza, ucciso da Cosa Nostra il 16 marzo 1990, il cui cadavere non è mai stato ritrovato. Entrambi erano agenti della polizia di Stato, ma lavoravano anche sotto copertura in determinate operazioni dei servizi di sicurezza. E' un quadro a tinte fosche quello che anno dopo anno prende forma disegnando gli scenari dietro i quali sono maturati gli omicidi Agostino e Piazza. Un vero e proprio ologramma nel quale continuano a muoversi servi infedeli dello Stato che hanno venduto la propria anima al potere di turno, macchiandosi le mani con il sangue dei martiri di questa terra. Per dipanare le molteplici ombre i magistrati si trovano oggi a doversi interfacciare, oltre che con i mafiosi e con alcuni collaboratori di giustizia, anche con uomini delle forze dell'ordine che con il loro agire hanno inevitabilmente inquinato il corso delle indagini sull'omicidio Agostino. Uno di questi è l'ex collega, nonché amico di Antonino Agostino, Guido Paolilli, iscritto tre anni fa nel registro degli indagati con l'accusa di favoreggiamento aggravato. Paolilli era tra l'altro persona di fiducia di Bruno Contrada e a suo tempo aveva testimoniato in sua difesa nel processo a suo carico. La sua iscrizione nel registro degli indagati era scattata in seguito ad una conversazione intercettata a marzo del 2008 nella sua abitazione di Montesilvano (Pe). Quella sera il televisore di Paolilli era sintonizzato su Rai1 e stava trasmettendo  la testimonianza di Vincenzo Agostino che rammentava l'esistenza di un biglietto trovato nel portafogli del figlio: “Se mi succede qualcosa – era scritto in quell'appunto – andate a cercare nell'armadio di casa”. Il figlio di Paolilli aveva chiesto al padre: <<Cosa c'era in quell'armadio?>> e il padre gli aveva risposto: <<Una freca di carte che ho distrutto>>. Successivamente Vincenzo Agostino aveva raccontato che una volta lo stesso Paolilli aveva insistito per venire assieme a lui e a sua moglie al cimitero. “Incalzato dalle nostre domande sulle indagini – aveva specificato il padre dell'agente ucciso – disse che la scoperta della verità non avrebbe fatto piacere. Disse pure che avrebbe fatto il possibile per mostrarci sei fogli”. Di quei fogli però non si è più saputo nulla. In una relazione di servizio redatta ai tempi delle prime indagini venne scritto che erano state effettuate tre perquisizioni, ma che solo nel corso della terza, in uno stanzino, erano stati rinvenuti sei fogli sui cui Agostino avrebbe scritto, tra l'altro, di temere per la sua incolumità. Ma negli atti della Squadra Mobile di Palermo risultano solo due perquisizioni. Gli investigatori cercano ora di individuare i complici di Guido Paolilli. Nell'edizione odierna de l'Unità il collega Nicola Biondo riporta la notizia di un nuovo iscritto nel registro degli indagati per l'omicidio Agostino-Castelluccio. Si tratta dell'ex prefetto di Messina Antonio Daloiso, indagato insieme ad un altro agente di polizia di cui si conosce solamente il cognome: Aiello. A tutti gli effetti questo sviluppo nelle indagini rappresenta un ulteriore impulso per le procure di Palermo e Caltanissetta sotto il coordinamento della Dna. Secondo le prime ricostruzioni Daloiso e Aiello avrebbero avuto contatti con un boss di Cosa Nostra della caratura di Gaetano Scotto, già condannato per la strage di via D'Amelio e indagato per il fallito attentato all'Addaura. I due uomini di Stato sarebbero stati identificati a seguito di diversi colloqui investigativi, tra cui quello con l'ex capo della Squadra Mobile di Palermo Ignazio D'Antone, condannato a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Ma è anche il collaboratore di giustizia Vito Lo Forte a citare Daloiso e Aiello. Pur tra mille ombre Lo Forte ha raccontato che Nino Agostino e Vincenzo Piazza in qualità di agenti sotto copertura avrebbero svolto un ruolo “protettivo” nei confronti di Giovanni Falcone durante il fallito attentato all'Addaura in uno scenario da guerra con mafiosi e uomini dei Servizi Segreti alleati tra loro per uccidere il giudice palermitano. Secondo Lo Forte i servi infedeli dello Stato sarebbero stati Daloiso e Aiello. Se una tale ricostruzione dovesse risultare vera le parole che Giovanni Falcone avrebbe pronunciato ai funerali di Nino Agostino e della moglie: “Questo ragazzo mi ha salvato la vita” diventerebbero un'ulteriore conferma di uno Stato bifronte che in uno scambio reciproco di interessi si allea con il nemico. Una recente perizia della polizia scientifica ha dimostrato che il DNA ritrovato sui reperti recuperati vicino alla villa di Falcone all'Addaura non appartiene a Nino Agostino e a Vincenzo Piazza. E il mistero sulla loro eventuale presenza in quella circostanza è rimasto intatto. In questi ultimi anni Vincenzo Agostino e sua moglie non hanno mai smesso di chiedere a gran voce tutta la verità sull'omicidio del proprio figlio e della loro nuora. Accanto a Vincenzo e ad Augusta si sono stretti uomini e donne della società civile per chiedere giustizia e verità. Fin dal 2005 sono state raccolte le firme contro quello che è stato definito un “Segreto di Stato” e se pur tecnicamente non lo sia, tutte quelle reticenze e omissioni istituzionali, che da sempre ruotano attorno all'omicidio Agostino, a tutti gli effetti rispecchiano una volontà “istituzionale” di mantenere segreto ciò che non si deve dire su quegli omicidi. Un probabile segreto inconfessabile per un Paese che non vuole processare se stesso e che, messo di fronte alla propria complicità con Cosa Nostra in tanti lutti che hanno segnato la nostra storia, sferra gli ultimi colpi nel tentativo di continuare ad occultare la verità.


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