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News Partire dall'Europa per combattere la mafia

Partire dall'Europa per combattere la mafia

Alfano, Borsellino e Ruperto a Varese per presentare il libro “Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino”
di AMDuemila - 26 maggio 2011
Partendo dalla relazione della Dia del 2010 sulle infiltrazioni della 'Ndrangheta in Lombardia l'avvocato Tatiana Ruperto introduce la presentazione del libro “Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino” che si è tenuta a Varese nella serata di mercoledì 25 maggio. 

In una sala stracolma la gente ascolta in silenzio l'analisi impietosa del legale di origine calabrese, trapiantata da anni in Lombardia, basata sui dati ufficiali relativi alla presenza dell'organizzazione criminale calabrese al nord. Ed è quella che la stessa relazione della Dia definisce una vera e propria “colonizzazione” a destare maggiore apprensione. “Qui la 'Ndrangheta c'è da 40 anni – afferma con cognizione di causa l'avvocato – e qui c'è stato un prefetto che qualche anno fa ha avuto il coraggio di negare la presenza della mafia”. Ed è proprio la complicità di una “politica silenziosa davanti a questi eventi” a fare da cornice a questo scenario. Quella stessa politica che toglie i mezzi ai magistrati e alle forze dell'ordine nella lotta alle mafie, per poi accollarsi ipocritamente i meriti delle catture dei latitanti. Ma l'analisi della presenza delle mafie non si ferma nei confini lombardi. La caporedattrice di Antimafia Duemila, Anna Petrozzi, focalizza la questione dell'internazionalità della mafia partendo dal progetto di relazione sulle infiltrazioni mafiose in Europa presentato pochi giorni fa dall'eurodeputato Sonia Alfano, alla Commissione europea. La figlia del giornalista ucciso dalla mafia l'8 gennaio del '93, Beppe Alfano, esordisce citando Sandro Pertini quale esempio di esponente politico autentico, lontano anni luce dai politicanti che si alternano in questi anni. La Alfano spiega come la Commissione europea abbia riconosciuto la presenza delle mafie in tutti gli Stati membri illustrando in seguito i punti salienti del rapporto da lei stilato. L'europarlamentare spiega che le proposte avanzate nel rapporto sono il frutto di un lavoro di sintesi operato rispetto a una serie di importanti contributi raccolti in occasioni ufficiali, così come informalmente, da parte di magistrati antimafia, forze investigative, esperti, studiosi, ONG, ecc. Nella sua relazione Sonia Alfano chiede espressamente di predisporre una direttiva sul crimine organizzato in sostituzione di quella attuale, specificando come all’interno della suddetta direttiva debba essere prevista tra l’altro l’introduzione del reato di associazione a delinquere di stampo mafioso in tutti i 27 Stati membri. Ed è con l'obiettivo di colpire i capitali mafiosi che l'europarlamentare richiede alla Commissione europea di predisporre una direttiva sulla confisca e il riutilizzo a fini sociali dei patrimoni criminali, una direttiva che preveda la confisca allargata, la confisca in assenza di condanna e la confisca dei beni intestati a prestanome e a terzi. Per la Alfano è palese che attraverso una simile normativa si potranno aggredire con facilità i patrimoni criminali che si trovano in altri paesi dell’UE. La richiesta di costituire una commissione antimafia al Parlamento Europeo è il capitolo successivo contenuto nella relazione che si unisce all'istanza di rafforzare il ruolo e il mandato delle agenzie Eurojust e Europol nel contrasto al crimine organizzato transnazionale. La figlia di Beppe Alfano chiede quindi alla Commissione europea di sviluppare il principio del reciproco riconoscimento delle decisioni penali e di migliorare la cooperazione giudiziaria e di polizia nell’UE e con i paesi terzi. E soprattutto chiede di rendere pienamente trasparente l’assegnazione e l’utilizzo dei fondi europei (ed in generale di quelli pubblici) attraverso siti internet specificatamente creati. All'interno del progetto di relazione sono previste inoltre una serie di misure finalizzate a contrastare la corruzione, a evitare che i soldi pubblici finiscano nelle tasche del crimine organizzato e a contrastare il riciclaggio di denaro anche attraverso l’utilizzo del mercato finanziario, oltre a interventi su specifici ambiti di attività del crimine organizzato come il traffico internazionale di stupefacenti, le ecomafie, il racket estorsivo, la contraffazione di merci. Nel documento Sonia Alfano ribadisce infine come il controllo della società civile e della stampa sia uno dei migliori deterrenti per evitare la distrazione dei fondi pubblici da parte della criminalità organizzata chiedendo espressamente di rendere incandidabili i condannati per reati connessi alla criminalità organizzata. Si tratta a tutti gli effetti di una relazione “rivoluzionaria” in ambito europeo che, una volta approvata ad ottobre, potrà segnare l'avvio di una nuova era nel campo della lotta alla mafia a livello internazionale. L'emozione di Sonia Alfano si alza di livello quando ricorda ai presenti di aver dedicato questo progetto a suo padre e a tutti i magistrati vittime della mafia. “Ma la dedica più importante – sottolinea Sonia – va ai magistrati di Palermo sotto attacco da parte dello Stato”. Nel sottolineare “l'assedio” al quale sono sottoposti tutti quei magistrati impegnati nelle indagini sulla “trattativa” mafia-Stato e sulla strage di via D'Amelio, la figlia di Beppe Alfano ripercorre le tappe del processo Mori-Obinu per la mancata cattura di Provenzano ricordando i vergognosi attacchi nei confronti suoi e dei pm Ingroia e Di Matteo da parte del capitano “Ultimo” e di tanti altri esponenti politici evidenziando come “questa Repubblica sia fondata sul sangue” di magistrati uccisi perché di ostacolo a quella “trattativa”. Ed è partendo proprio da quella maledetta “trattativa” che Salvatore Borsellino traccia il solco del suo intervento. Il tono di voce del fratello di Paolo Borsellino si alza via via che affronta il nodo della questione. La rabbia che gli brucia dentro non accenna a diminuire. Soprattutto in questi ultimi tempi con il materializzarsi di troppi “smemorati di Stato” che a distanza di anni si ricordano dettagli determinanti per le indagini sulle stragi, colpevolmente taciuti subito dopo gli eccidi. Ecco che in un lungo elenco compaiono le gravissime reticenze di Nicola Mancino, Giovanni Conso, Liliana Ferraro, Claudio Martelli, Luciano Violante e via dicendo. “Se il tumore è lasciato senza cura – grida Salvatore – entra in metastasi! Ed è quello che è successo al nostro Paese con la mafia che è arrivata al cuore delle istituzioni!”. Salvatore trasmette tutto il suo timore nel constatare la similitudine del 1992 con l'attuale momento politico-sociale del nostro Paese. Il fratello del giudice Borsellino teme per l'incolumità di magistrati come Ingroia, Di Matteo, Lari ed altri, messa a rischio anche dagli attacchi indegni nei loro confronti perpetrati da pseudo giornalisti come Giuliano Ferrara o altri. “Tutti noi ci dobbiamo mettere di traverso – conclude Salvatore Borsellino – per impedire che quella porta semiaperta verso la stanza della verità si possa richiudere per sempre! E se così facendo rischiamo ne vale la pena, perché è meglio morire da liberi  che vivere da schiavi come stiamo facendo!”. Un applauso scrosciante riempie l'auditorium mentre Salvatore torna a sedersi. L'intervento del vicedirettore di Antimafia Duemila è incentrato sul ruolo dell'informazione nella lotta alla mafia e nella ricerca della verità. “Prima ti ignorano – esordisce Baldo citando la frase di Gandhi  contenuta nel libro di Sonia Alfano 'La zona grigia' – poi ti deridono, poi ti combattono, poi vinci”. Nel segno di una battaglia tutta ancora da affrontare il coautore del libro “Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino” affronta il tema della responsabilità dell'informazione nell'affermazione della giustizia e della verità. E' la volta del direttore di Antimafia Duemila, Giorgio Bongiovanni, che esordisce ricordando il valore altissimo di uomini come il padre di Sonia Alfano uccisi per la forza della loro parola. “Beppe Alfano – sottolinea Bongiovanni –, Mauro Rostagno, Pippo Fava, Mario Francese e tanti altri giornalisti sono i nostri fratelli caduti, così come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino”. L'intervento del direttore di Antimafia Duemila tocca i nervi scoperti della seconda Repubblica. La “trattativa” mafia-Stato appare quindi in tutte le sue sfaccettature. Dall'intervista fatta a Borsellino dai giornalisti francesi due giorni prima della strage di Capaci si comprende quindi come lo stesso giudice avesse colto l'essenza di quella “testa di ponte” che era Vittorio Mangano, un vero e proprio anello di congiunzione tra Berlusconi, Dell'Utri e Cosa Nostra. L'analisi di Bongiovanni si snoda attraverso la convinzione che Borsellino avrebbe scoperto i moventi della strage di Capaci e che avrebbe impedito con tutte le sue forze che determinati personaggi potessero arrivare a governare l'Italia. La convinzione del direttore di Antimafia Duemila si poggia anche sulle dichiarazioni dell'ex boss Salvatore Cancemi (deceduto alcuni mesi fa) che aveva riferito ciò che aveva detto Salvatore Riina in merito alla fretta di fare la strage di via D'Amelio in quanto altre entità gli avevano garantito “che era un bene per tutta Cosa Nostra”. E sono anche le dichiarazioni più recenti del neo dichiarante Gaspare Spatuzza ad entrare nel ragionamento di Giorgio Bongiovanni. Lo stesso Spatuzza ha messo a verbale di aver visto nel garage dove si stava imbottendo la 126 destinata ad esplodere in via D'Amelio un uomo che non era di Cosa Nostra e che sarebbe appartenuto ai Servizi segreti. Un “dettaglio” che in un qualsiasi altro Paese occidentale sarebbe stato motivo per potenziare al massimo l'attività investigativa finalizzata al raggiungimento della verità. Ma non in Italia. In una similitudine scevra da qualsiasi retorica Bongiovanni paragona il martirio di Gesù Cristo al sacrificio di uomini come Falcone e Borsellino. “La rivoluzione più bella – afferma con forza il direttore di Antimafia Duemila – è quella di conoscere la verità!”. L'appello finale è mirato al riappropriarsi della propria dignità ed è lo stesso Bongiovanni a trasmetterne il valore fondamentale per un Paese che si definisce “civile”. “Quando il popolo italiano conoscerà tutta la verità – conclude il direttore – certi personaggi non saranno votati più e tutti voi potrete chiamarli con il loro nome: criminali!”.

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